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venerdì 20 gennaio 2017

Non è solo questione di principi, ma di pratiche

Un dialogo tra un economista e un urbanista di Giacomo Becattini e Alberto Magnaghi, "La coscienza dei luoghi. Il territorio come soggetto corale". casadellacultura, città bene comune, 20 gennaio 2017 (c.m.c.)





I tempi delle idee

A lungo lontano, solo recentemente ho letto La coscienza dei luoghi* (e, su invito, mi accingo a scriverne). Fortunatamente questo non è un libro con un orizzonte temporale limitato e specifico. Anzi, riprende con forza e perseveranza idee di lungo periodo: che risalgono ai primi anni '2000 per Giacomo Becattini (l'evoluzione del tema dei distretti economici territoriali nel quadro emergente delle politiche di sviluppo locale: Becattini 2000, 2007 e 2009); al decennio precedente per Alberto Magnaghi (le questioni del "ritorno al territorio" e della "coscienza dei luoghi": Magnaghi, 1990, 1998, 2000 e 2010). Si tratta dunque di idee che hanno attraversato una varietà di congiunture.

Vi è ragione di chiedersi: con quali relazioni con il corso dei processi reali, quale attualità e quali prospettive. Mi pare questo un tema cruciale (anche se sembra rimanere al margine della già ampia discussione sul libro) che solleva più di un problema. Perché si può notare un certo décalage fra il corso dei fatti e la vita delle idee, che mette in gioco proprio le ipotesi fondamentali dei due autori.

Differenze di fase

Becattini volge l'attenzione ai temi dello sviluppo locale quando un ambizioso progetto per l'Italia - fondato appunto su un'idea forte di localismo e di territorializzazione dello sviluppo (Trigilia 2005, Consiglio italiano delle Scienze Sociali, 2005) - mostra segni evidenti di difficoltà o crisi. Non possiamo ignorare le criticità dell'esperimento più solido e vasto intrapreso dal governo italiano, nel primo decennio del secolo, grazie all'impulso di Aurelio Ciampi e alla guida operativa di Fabrizio Barca (processi che ho avuto modo di studiare da vicino: Palermo, 2004 e 2009).

Dobbiamo riconoscere che lo stesso Barca, in seguito, ha saputo apprendere dall'esperienza, cercando di rinnovare idee e pratiche dello sviluppo locale in forme più sostenibili (Barca, 2009, 2011 e 2016). Resta un fatto: sembra impossibile oggi sostenere che i principali problemi siano stati superati. D'altra parte lo stesso Becattini (2007) e altri importanti analisti (Bagnasco, 1999 e 2003) hanno messo in evidenza la crisi tendenziale di coesione - potremmo anche dire: di "coralità" - degli stessi sistemi distrettuali. Rispetto al nodo cruciale - come fare sviluppo locale nei territori della crisi, dove più debole è il capitale territoriale e sociale - mancano ancora risposte rassicuranti.

Becattini e Magnaghi condividono la necessità di un "ritorno al territorio". Certo, localities matter (Harloe et al., 1990): culture e professioni diverse convergono facilmente su questo punto. Questo non significa che la tendenza esprima un senso univoco e una chiara e comune volontà di futuro. Il richiamo al territorio di Magnaghi (che risuona da molti decenni) non si confonde con gli orientamenti della geografia critica nord-europea (Harloe, qui citato come esempio, e altri); tanto meno con le visioni della burocrazia della UE, nonostante le più recenti aperture verso un place-based approach (che peraltro rappresenta una linea ancora distinta dalle precedenti: Barca 2009 e 2011). Perciò il consenso sulla parola d'ordine può sembrare unanime, ma rinvia a una varietà di posizioni e orientamenti non equivalenti.

Questo libro mostra la sostanziale convergenza del pensiero di Becattini con la visione territorialista di Magnaghi; ne illustra magistralmente il valore utopico e soprattutto il concreto bisogno - dopo gli effetti distruttivi di altre logiche economiche e politiche, a lungo prevalenti; ma non affronta una questione a mio avviso cruciale: di quale coscienza dei luoghi si tratta nel tempo (e nei territori) della crisi? Possiamo supporre che un medesimo principio possa valere, uguale a se stesso, nell'arco di 20-30 anni e in una varietà di contesti? La domanda chiaramente si intreccia con gli interrogativi già formulati sullo sviluppo locale.

A me pare difficile negare il rischio di un décalage fra gli orientamenti suggeriti e le dinamiche sociali ed economiche in atto. In altre fasi impulsi simili sono parsi più plausibili. Si può sostenere la continuità di alcuni principi, considerati virtuosi, anche nelle congiunture meno propizie, ma non eludere le difficoltà conseguenti. Le prove dell'esperienza non hanno dato esiti sempre confortanti (anzi). Ora molti processi reali sembrano creare difficoltà ancora più gravi alle buone intenzioni dell'utopia o della politica. Perché e come potremmo sperare in esiti migliori, nel futuro che incombe? Mi sorprende che il tema sia marginale nella riflessione degli autori, e non sia stato sollevato, in sostanza, neppure dalla maggior parte dei commenti.

Paradossi del localismo

D'accordo: "lo sviluppo non può che essere locale" (De Rita e Bonomi, 1998). Perché mai non dovremmo avere cura del radicamento o quanto meno della coerenza di una politica con il suo territorio? Come mobilitare e valorizzare le conoscenze locali se le politiche non adottano un approccio place-based (Barca, 2009)? Ma questi sono solo prerequisiti necessari. Sarebbe poco saggio sottovalutare le difficoltà che, in diverse fasi e oggi ancor più, si sono chiaramente manifestate. Perché la volontà locale si può rivelare conservativa, protezionistica, miope, o può essere tradita e manipolata dalla sua classe dirigente.

A volte diventa poco sostenibile: tesa a catturare benefici di breve periodo per il contesto, anche a scapito di valori più lungimiranti (come la stessa sostenibilità dello sviluppo), o cercando di scaricare altrove effetti collaterali negativi. Fino al paradosso più radicale: lo sviluppo locale risulta tanto più arduo, talora impossibile, proprio nei territori dove più che mai sarebbe necessario. E dove la coralità della società locale può essere un auspicio, ma non è un fatto.

Dopo le prove dell'esperienza (ormai consistenti) non è più tempo di esortazioni e retoriche. Qualcosa abbiamo imparato (Palermo, 2004 e 2009):

- meno programmazione (se diventa primato del metodo, della ragione burocratica, in sostanza della tecnocrazia); le direttive europee, purtroppo, hanno esasperato questa impostazione; la migliore versione italiana (quella gestita da Fabrizio Barca) ha cercato di conciliare una guida centrale autorevole ed esigente con la liberazione e valorizzazione di energie locali (Barca, 2006), con esiti però controversi (avevano un fondamento le critiche severe di Nicola Rossi, 2005);

- più progetto, ma "vero" (come raccomandava sempre De Carlo), invece di dare vita a tante iniziative effimere o sostanzialmente arbitrarie (estranee al contesto, meramente imitative, improbabili), oppure opportunistiche e strumentali (cogliere le opportunità di bando è diventato un mestiere puramente funzionale); mentre, ovviamente, avremmo bisogno di azioni radicate e ben giustificate, realizzabili e sostenibili nel tempo; la sfida è costruire progetti partecipati e condivisi nel territorio, nel quadro di una visione e di finalità dichiarate, da assumere come misura della qualità dell'azione;

- visione e progetti locali da ancorare a robuste politiche pubbliche a grande scala (alcune tendenze neo-centraliste sembrano giustificate per dare coerenza e continuità alle azioni, altrimenti a rischio per alcune debolezze costitutive del regionalismo e dei localismi); il problema è che l'incertezza investe anche le grandi politiche per questioni rilevanti di contenuto e di metodo. Sul secondo punto possiamo apprezzare qualche saggio ripensamento (Barca, 2011 e 2016), ma sul primo pesano criticità sostanziali: di indirizzo e di risorse.

Credo che le difficoltà (se non vogliamo dire i fallimenti) del primo decennio del secolo abbiano lasciato utili insegnamenti. Non ho molta fiducia in una eventuale conversione culturale e tecnica dell'UE. Il cosiddetto place-based approach proposto da Barca (2009) non è privo di ambiguità (Palermo e Ponzini, 2015) e probabilmente non è stato recepito dalla burocrazia comunitaria come una reale discontinuità. Interessante in Italia è l'approccio più recente a problemi chiave come lo sviluppo (o il freno al declino) delle aree interne (Barca, 2016). Ma resta critico il rapporto di queste iniziative "speciali" con la classe dirigente e l'amministrazione locale - che intendono pesare e ne hanno la legittimità. Un bilancio concreto degli esperimenti più innovativi non è ancora disponibile, ma siamo ormai consapevoli che gli ostacoli sono ardui.

In conclusione: il tema dello sviluppo locale è giustamente sempre attuale, ma l'enfasi dei primi '2000 (come "nuovo progetto per l'Italia") è probabilmente superata, senza rimpianti. Certo, lo sviluppo deve essere radicato e sostenibile nel contesto. Eventi recenti come le elezioni americane (novembre 2016) dimostrano che a chi governa non basta conseguire una crescita aggregata (comunque necessaria), se non è in grado di escludere la formazione o degenerazione di importanti crisi locali. Di qui un monito che riguarda politiche a scale diverse e la loro necessaria, ma complicata integrazione. Su questi temi in Italia forse siamo solo ai primi passi, ma almeno è stata superata la fase, spesso enfatica e semplicistica, del puro inizio. Nel libro di Becattini e Magnaghi non trovo però un'attenzione rilevante per questi problemi.

Problemi di coscienza

Il riferimento alla "coscienza dei luoghi" è l'altro tema forte del libro. Non inedito, ma neppure ovvio, e spesso evocato più che discusso. Mi pare che due siano le (principali) interpretazioni possibili: come lascito pre-moderno, oppure come stato nascente (minuscolo!). La prima visione è classica. Allude a una situazione irenica, una delle forme ricorrenti di "paradiso in terra" (Mattelart, 2000; Lash, 2016). In un territorio naturalmente o storicamente bene ordinato non vi sarebbe posto per divisioni, incertezze e tensioni radicali.

Questa armonia si esprimerebbe in un senso del luogo corale, ben costituito e condiviso, in grado di ispirare e accompagnare decisioni e comportamenti virtuosi. Si tratterebbe solo di seguire la buona via, nonostante gli ostacoli che la modernizzazione (nella varietà delle sue forme successive) continua a sollevare. Un quadro inverosimile? Probabilmente, ma il modo in cui si discorre di "coscienza del luogo" è spesso congruo con queste premesse (forse ne ha bisogno per trovare una giustificazione argomentativa). La seconda visione è più fluida. Forse un ordine felice e compiuto ancora non è dato, ma - pur tra grandi difficoltà - non mancano tracce significative di orientamenti e comportamenti edificanti.

Una "coscienza del luogo" sarebbe dunque (solo) in formazione, ma il movimento indica una direzione: chiara, sostenibile e virtuosa. Questa è la prospettiva che emerge da culture di matrice diversa (come Revelli, 2001, o Magatti, 2012). Comune è l'appello a un profilo di soggetto autonomo, sobrio e responsabile, tollerante e solidale. Non mancano manifestazioni locali in questo senso; si deve auspicare che possano consolidarsi, diffondersi e fare rete (come in un quadro lillipuziano). Forse è questa la sola speranza possibile nel nostro tempo, ma (per ora) poco più che una speranza: Revelli delineava questa prospettiva alle soglie del secolo; siamo oggi in grado di documentare sviluppi significativi di quella visione? Immaginare che questo nucleo precario di soggettività, reti e pratiche locali possa esercitare un'influenza decisiva su processi chiave della politica e dell'economia sarebbe forse imprudente, al momento, ma è difficile proporre alternative.

La seconda interpretazione sembra essere la più pertinente per questo libro. La concezione del territorio come bene comune evidentemente rinvia a fasi ed esperienze premoderne, ma gli autori riconoscono che "un percorso di trasformazione culturale" è indispensabile affinché gli abitanti/produttori ne riconoscano il "valore essenziale per la riproduzione della vita individuale e collettiva". Di una presa di coscienza si dovrebbe trattare, dunque, come processo necessario per garantire "la ricostruzione di elementi di comunità in forme aperte, relazionali, solidali" (p.165). Un processo in atto - pertanto ancora incompiuto e non immune da rischi - le cui difficoltà restano latenti nel testo, anche se potrebbero essere non marginali in tempi di crisi. Forse dovremmo concludere che la coscienza chiamata in causa da Becattini e Magnaghi non è la soluzione, ma una parte cruciale del problema (l'osservazione vale anche per altri orientamenti al bene comune: come alcune posizioni semplicistiche, fortemente ideologiche, a sostegno del cosiddetto beni-comunismo: Mattei, 2015).

La politica perduta

Perciò penso che il libro richiami immagini edificanti ed esperienze emblematiche di un mondo che non è più o non è ancora, senza dare risposte, però, a un insieme di criticità che da tempo ci affliggono e continueranno a ostacolare il rinnovamento auspicato. Criticità rispetto alle quali la politica ora sembra disarmata. Restano pochi dubbi sulla caduta dei principali modelli concepiti ed esperiti nel Novecento (Revelli, 2003). Non alludo soltanto ad alcune conseguenze estreme della modernizzazione: quando e dove la politica si è configurata come volontà di potenza fondata sulla tecnica, disposta a qualunque compromesso sui valori pur di raggiungere alcuni risultati. Con effetti che a posteriori si sono sempre rivelati disastrosi (Revelli, 2001 e 2003). Credo che difficoltà notevoli riguardino anche le principali pratiche correnti, anche se hanno perso, ormai, ogni aspirazione prometeica. Non hanno credito, ai miei occhi, le politiche di destra, che promettono meno tasse e più libertà, ma non sarebbero in grado di assicurare i servizi fondamentali di welfare in tempi di grave e diffuso disagio sociale.

Non trovo credibili le politiche di sinistra che mirano a estendere ancora il controllo pubblico e a rilanciare misure redistributive, quando non esiste crescita da distribuire e manca il coraggio di riformare un settore pubblico (l'amministrazione, la scuola) in parte pletorico e inefficiente. Né una visione, né l'altra sembrano avere la forza per affrontare le difficoltà attuali, che hanno radici di lungo periodo, ma stanno assumendo forme sempre più eclatanti (non solo in Italia). Non si tratta solo di problemi crescenti di povertà (indiscutibili, se pur difficili da misurare in contesti nei quali l'economia del sommerso assume un peso tanto rilevante). A me pare che due tendenze in atto siano altrettanto o forse più preoccupanti. Crescono le popolazioni e i territori al margine - se non come soggetti potenziali di consumo - dei processi più intensi di globalizzazione.

Non si tratta necessariamente di "vite di scarto" (nel senso di Bauman, 2005), ma di pezzi cospicui di società a cui sembrano negate possibilità e persino speranze di partecipare, come cittadinanza attiva, ai processi decisivi del nostro tempo. Questo stato di esclusione non può che accrescere timori e chiusure, e può spiegare reazioni sommarie contro le innovazioni che pur sarebbero necessarie: come se inerzia o ritorno al passato potessero risolvere la crisi incombente (quando sarà chiara questa impossibilità, la situazione sarà probabilmente aggravata). In termini più specifici, credo che il disagio possa essere inteso come una conseguenza diffusa di alcuni processi di individualizzazione in atto da tempo (che Ulrich Beck ha bene anticipato nel caso delle società dell'Europa orientale dopo il crollo del muro di Berlino: Beck, 2000a e 2000b). La progressiva liberazione dell'individuo è una delle conquiste della modernità, ma il venire meno della tutela dello Stato per molte funzioni cruciali suscita grande incertezza e sgomento in molti segmenti della popolazione (per primi quelli più marginali).

Sulla scena si muovono oggi soggetti più autonomi che però fanno fatica a reggere il peso delle nuove responsabilità. Dubito che questi soggetti siano pronti a ricreare comunità di luogo coese e felici, come auspicano Becattini e Magnaghi. Tra le loro file riemerge più facilmente la nostalgia per la protezione e forse (di nuovo) un esteso primato dello Stato, anche se questa soluzione appare sempre meno sostenibile, oggi e in prospettiva. Dovrebbe essere chiaro che il Novecento è finito e che certe vie ormai sono precluse (Revelli, 2001).

In questo quadro, avremmo bisogno di politiche ibride rispetto ai modelli canonici, alla ricerca di un mix giusto, sostenibile ed efficace di misure di riforma, competitività e redistribuzione, che incontra ovviamente ostacoli gravosi, richiede costruzione del consenso e relazioni di fiducia (sempre più a rischio), capacità di apprendere dall'esperienza e la possibilità di correggere gli errori (mentre il consumo delle leadership politiche sembra sempre più accelerato). Credo che il nostro paese, negli ultimi anni, abbia provato a fare qualche passo in questa direzione, con esiti al momento non confortanti (ma non si esce facilmente da errori e inerzie di lungo periodo).

I temi dello sviluppo locale e della coscienza dei luoghi (quantomeno se intesa come "stato nascente") sono certamente parte rilevante di questo scenario. Il problema è indagare e praticare questi temi nei processi reali, a partire dalle criticità più evidenti. Perché non basta l'etica delle intenzioni: i riformisti sono quello che fanno (Revelli, 2014). Il libro di Becattini e Magnaghi è un degno manifesto di valori rispetto ai quali misurare la coerenza e la forza delle nostre pratiche. Mi sembra più difficile intenderlo come un programma d'azione.


Riferimenti

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