menu

subheader

ULTIMI AGGIORNAMENTI

sabato 14 gennaio 2017

Museo e paesaggio:un' alleanza da rinsaldare

«Nulla è più lontano da una saggia comprensione e da una concreta politica dei beni culturali di quanto non sia il consumismo».  Presentazione di un libro  di Andrea Emiliani, Il paesaggio italiano.  casadellacultura, città bene comune, 13 gennaio 2017 (c.m.c.)





Andrea Emiliani, Il paesaggio italiano, introduzione di Pierluigi Cervellati, Minerva, Argelato 2016, pp. 103

Una passione conoscitiva coltivata a tutto campo e una non meno solida passione civile; il tutto ben rispecchiato in una scrittura rapsodica, fatta di accensioni, aperture, sospensioni, svolte inattese. Il risultato è un libro* raro in cui il vissuto dell'autore sollecita e lascia spazio a quello del lettore, lo spinge a ricercare nella memoria; e, quando questa non basta, a reperire i documenti iconografici di cui il libro - suo unico limite - è, in vero, parco (a eccezione della splendida Galleria fotografica con gli scatti di Paolo Monti relativi per lo più all'Appennino emiliano).

Il richiamo all'esperienza diretta è d'obbligo: il paesaggio è un aspetto del reale in cui oggetto e soggetto sono insieme distinti e interdipendenti: è il mondo fisico per come è percepito (visivamente, ma non solo) e, insieme, il contesto in cui si svolge la vita degli individui e della società (non sempre e, anzi, sempre meno consapevoli dei profondi condizionamenti che dall'ambiente fisico derivano).

 Quello rivisitato da Andrea Emiliani è in primo luogo il paesaggio inteso come: «il nostro specchio prediletto, il teatro di molti tra i nostri sentimenti» (p. 15); ovvero il paesaggio nel suo splendore, in cui rifulge il suo essere, con la lingua, la più grande opera collettiva: «Il paesaggio non ha un autore solo, ma infiniti inventori che ne hanno perfezionato il volto nel corso della secolare opera di umanizzazione che il territorio, il nostro spazio di vita, ha ospitato» (ibid.).

Emiliani insiste sulle «relazioni genetiche» (p. 19) che intercorrono tra il paesaggio reale e l'interpretazione che ne hanno dato la pittura e la letteratura; in questa linea, non manca di richiamare come nelle varie restituzioni abbiano operato influenze fra le arti - in particolare tra la fotografia e la letteratura, fra la letteratura e il cinema - e come il nostro stesso sguardo, lo sguardo di ciascuno di noi, sia stato segnato da queste interrelazioni.

Lo straordinario corrispondersi fra i singoli contesti e la loro 'ricreazione' nelle arti visive e nella pagina scritta, secondo Emiliani, è venuto in qualche modo a costituire un'«autobiografia del paesaggio» (p. 17); un concetto, questo, di grande valenza conoscitiva e progettuale: vi è implicita una linea programmatica dove l'esperienza diretta, la memoria collettiva e le interpretazioni illuminanti si tengono per mano e sono riferimenti imprescindibili per un'"idea di cultura" che intenda prolungarsi «operativamente nel presente» (p. 34).

Le circostanze hanno voluto che quell'«autobiografia» conoscesse una battuta d'arresto proprio in coincidenza con la «nascita dell'ente Regione, tra il 1970 e il 1975» (p. 19). Un rapporto di causa ed effetto? No: la caduta di attenzione verso il paesaggio nella letteratura e nell'arte ha ragioni profonde: è piuttosto riconducibile, dice Emiliani, «alle forti correnti che trascinano la complessa forma umanizzata che è il paesaggio verso la banalizzazione e l'annullamento»: è il frutto della «silenziosa omologazione ai prodotti di consumo» (ibid.). Come dargli torto? Non è questa la condizione in cui siamo immersi? Semmai è ulteriore motivo di preoccupazione la difficoltà della letteratura e dell'arte, ma anche delle scienze umane, nel dare conto di questo passaggio epocale.

Con rapidi accenni lo studioso non manca di richiamare alcune delle pietre miliari che in ambito letterario hanno concorso a delineare un'autobiografia del paesaggio italiano: da Alessandro Manzoni (l'Adda e dintorni) a Giovanni Pascoli (giustamente definito "conoscitore poetico e "tecnico" del paesaggio rurale italiano"), da Massimo Bontempelli, a Ugo Ojetti, Emilio Cecchi, Carlo Emilio Gadda, Guido Piovene, Corrado Alvaro, Ignazio Silone, Mario Soldati. Una galleria che ognuno può completare.

Per parte mia, aggiungerei almeno i nomi di Federico Tozzi (le splendide istantanee su Siena) e Carlo Levi (le pagine memorabili su Matera e su Torino); e anche di non pochi poeti italiani del novecento (ma il discorso ci porterebbe troppo lontano). Dopo una ricognizione d'assieme, il libro prende il volo. In brevi, intensi passaggi, vengono restituite le emozioni vissute dall'autore stando su una soglia ideale tra la memoria personale del paesaggio reale e le sue restituzioni nella letteratura e nell'arte (senza dimenticare gli apporti preziosi della storiografia e della geografia umana, a cominciare da quelli di Emilio Sereni e di Lucio Gambi).

Ci vengono così regalate sei perle - L'aurora sul Metauro di Baldasar Castiglione, Il teatro prospettico di Federico da Montefeltro, Il silenzio di Ferrara, La luce di Venere sul borgo del Pratello [Bologna], L'occhio di Napoleone a Catania, Le Ricordanze [Giacomo Leopardi] - che lascio interamente alla scoperta del lettore.

Ma ecco, in un sapiente montaggio, irrompere la sera del 28 agosto 1944, quando sotto i cingolati del «più grande esercito di tutti i tempi» le strade di Urbino, città che la guerra aveva risparmiato, «si sbrecciavano per sempre» (p. 29). L'immagine, efficacissima, è assunta da Emiliani come emblema di «uno storico trapasso», da lui lapidariamente riassunto nella formula: «C'era dunque, una volta, l'Italia» (p. 30). Il giudizio apodittico è subito spiegato: il variegato e pur unitario paesaggio italiano si è estesamente sfaldato, prima ancora che per l'edificazione selvaggia, per il dissolversi della «sofferta, ma misurata, paziente trama secolare" dell'«Italia dei contadini»: di quell'«accudire attività produttive» da cui ha preso corpo il «più gigantesco e qualificante profilo e onnipresente disegno italiano» (p. 31).

A questo punto il libro concentra l'attenzione sui rapporti tra il paesaggio e l'istituzione museale, tema centrale nell'opera e nella vita stessa dell'autore. Come non manca di rimarcare Pierluigi Cervellati nella bella introduzione, nel «rinnovo critico/espositivo della Pinacoteca» di Bologna, Andrea Emiliani è stato tra i protagonisti di una rivoluzione museografica che, nel capoluogo emiliano ma non solo, ha puntato sullo stretto legame e sulla reciproca valorizzazione fra quanto raccolto ed elaborato nei musei e il contesto geografico di loro diretta pertinenza: le città e le campagne intese quali straordinari depositi di cultura materiale in cui rifulgono - anche se sempre meno - saperi, tecniche e, più complessivamente, culture dell'abitare.

La rivoluzione museografica propugnata da Emiliani «in parallelo - ricorda Cervellati - con le ricerche elaborate dall'amministrazione comunale di Bologna sulla città storica» (p. 7), ha puntato a ristabilire un legame virtuoso fra museo e territorio attraverso «campagne di rilevamento» in cui la fotografia di Paolo Monti ha svolto un ruolo fondamentale (si spiega così la Galleria fotografica posta in fondo al libro). Dico ristabilire, dal momento che si è trattato di uno sforzo, quanto mai apprezzabile, di rinnovare una storia che in Italia - è lo stesso Emiliani a ricordarcelo - ha visto l'istituzione museo rispondere alla «dimensione geografica […] con l'inventario delle peculiarità "locali", dando così voce a ogni città - e si può ben dire - a ogni paese della fittissima rete creativa italiana» (p. 39).

Ed è, appunto, nel vivo di questo ordine di problemi che il volume si addentra negli ultimi due capitoli (Il Museo, laboratorio della storia; Dall'ambiente al museo). L'autore fornisce a grandi linee le coordinate delle vicende della museografia italiana dal Settecento in poi; una storia in cui già dalla seconda metà del XVIII secolo sono riconoscibili indirizzi che «forniscono un apporto insostituibile alla nozione di bene culturale», destinata a coagularsi «nel concetto (per il vero un po' tesaurizzante, ma insostituibile) di patrimonio» (p. 41). Già nell'abbrivio settecentesco, nella vicenda museale emerge la tensione a «unire il tempo, e cioè la storia, con lo spazio e cioè il luogo» (ibid.): un'impostazione che ha consentito al museo di interagire con la sete di conoscenza de visu (il Grand Tour ecc.) che animava la società europea coeva e, allo stesso tempo, di assumere una duplice valenza: antropologica ed educativa. Questo ha collocato da subito il museo fra le istituzioni civili per eccellenza, a fianco della biblioteca e della scuola. Infatti, rimarca Emiliani, «il museo civico italiano dopo l'unità nazionale, e cioè dopo il 1860 e fin verso il 1910, [ha assolto] anche a compiti di rappresentanza delle civiche virtù» (p. 43).

Cosa è successo da allora? Accennando al possibile ruolo di un «museo della città», Emiliani fa osservare che, quando diviene il ricettacolo di frammenti più o meno preziosi derivanti da «sventramenti e abbattimenti urbanistici», «il museo civico assume l'immagine della buona e della cattiva coscienza urbanistica e culturale della città e del suo crescente suburbio» (pp. 44-45). Questo serve a richiamare come i rapporti fra il museo e il paesaggio si siano alquanto complicati da quando, lo dico con parole mie, l'intervento umano sui contesti rurali e urbani ha perso il suo legame con l'abitare e con la cura, principi cardinali tanto dell'agri coltura quanto dell'urbis coltura a cui dobbiamo la parte preponderante del nostro patrimonio culturale. Come non bastasse, l'onda del degrado non ha risparmiato l'istituzione museale.

Lo attesta, per un verso, il venire avanti di sistemazioni da fiera campionaria rispondenti a «modelli di intervento architettonico e conservativo di bassissimo livello museologico e anche di mediocre levatura progettuale» (p. 46) e, per altro verso, il proliferare di iniziative che tradiscono una solida tradizione: la linea che l'autore definisce «incisivamente antropologica» (p. 41). Un esempio, a quest'ultimo riguardo, è il fiorire di "musei" della cultura contadina, di cui Emiliani salva solo rare esperienze: «da San Michele all'Adige al Pitré di Palermo, da San Marino di Bentivoglio a Villa Sorra e più ancora a Forlì» (p. 33).

Sul resto ha un giudizio durissimo: «il dissennato smontaggio dell'economia e della cultura contadina italiana» ha prodotto un'infinità di 'reperti', facendo affluire in strutture spesso improvvisate «masse imponenti di materiali […] usciti dalla funzione d'uso» (p. 60) e incapaci sia di svolgere un ruolo di documentazione scientifica sia di fare da innesco per una crescita culturale.

La gran parte di quei "musei", sostiene a ragione l'autore, sono luoghi in cui in omaggio al "modello mercantile" si è preteso «di violentare e assoggettare le forme e gli oggetti dei contadini e di asservirli a rozze apparizioni ripetitive e decorative: proprio come per gli oggetti di conquista o per le teste imbalsamate di animali cacciati» (p. 32). Per contro, Emiliani vede positivamente il costituirsi di «veri e propri parchi museografici»: strutture diffuse sorte soprattutto a partire dalla «cosiddetta archeologia industriale» (dove quel "cosiddetta" è ancora una volta l'indice di un uso sorvegliato della lingua, oltre che un modo di evitare ogni corrività con le mode). Lo studioso vi scorge il fiorire di estese opportunità per rinnovare la funzione del museo sia sul versante didattico che su quello di un'acculturazione estesa su nodi strategici quali i rapporti "fra cultura e tecnica" e «fra cultura e scienza» (p. 48). E questo in continuità con la funzione svolta egregiamente da specifiche declinazioni dell'istituzione museale («Il museo tecnico, il museo naturalistico, il museo scientifico, il museo di oggetti speciali, dalle armi ai tessuti, dai vetri alle ceramiche e infine alla macchine», p. 47).

Nell'ultimo capitolo il libro affronta la questione delle fratture e degli ostacoli che impediscono ai contesti socio-territoriali di ritrovare nel museo un «cantiere attivo della propria osservazione sulla storia» (p. 45). All'origine di tutto c'è il fatto che «la nozione di "merce" [ha preso] ad attraversare sempre più frequentemente il museo» (da cui un feticismo dell'oggetto in sé, in coerenza, verrebbe da aggiungere, a quel che accade nel territorio con il disfarsi della trama complessa che teneva insieme i paesaggi e che ha tra le sue conseguenze il degradarsi degli organismi architettonici alla condizione di oggetti 'spaesati').

 L'autore punta quindi il dito sullo scollamento fra «amministrazione del cosiddetto patrimonio culturale e il patrimonio stesso» (p. 53) indicando fra le cause la mancata attuazione di un effettivo decentramento amministrativo. Si richiamano, in proposito, le speranze che, in una stagione ricca di fermenti, venivano da più parti attribuite alle autonomie locali: «In questo disegno proiettivo, in fondo al quale era pur sempre la nascita dell'ente Regione e l'adempimento al dettato costituzionale (art. 117), consistette l'apporto più alto delle amministrazioni locali, degli studiosi che gradualmente vi afferivano, dei tecnici impegnati».

E subito Emiliani precisa: «Diciamo con serietà: pur nella modestia dei risultati particolari, fu un cammino che valeva la pena di ricordare e di studiare, perché inedito nel nostro Paese; perché facile a tramontare, di fronte a disegni di diversa, centralistica democrazia che più tardi vinsero» (p. 56). Debolezza del movimento innovatore? Forza dello schieramento avverso? Comunque sia, in un bilancio storico andrà considerato che, fatte salve rare eccezioni (fra le quali si colloca senz'altro la situazione emiliana, direttamente vissuta dall'autore), è tutto da dimostrare che, sul fronte delle articolazioni locali della Pubblica amministrazione, alla prossimità ai beni da tutelare abbia corrisposto (e corrisponda) in Italia una coscienza e una preparazione, e ancor più una tensione condivisa, in grado di fare della questione della tutela del patrimonio culturale, dentro e fuori dai musei, una priorità sociale e politica.

Emblematica l'esperienza dei piani paesistici: quanto lavoro, talora pregevole, è finito su un binario morto per il persistere della svendita del suolo agricolo e della devastazione dei paesaggi (rurali e urbani) da parte degli Enti locali! In un bilancio storico - e ancor più nella messa a punto di linee d'azione - andranno comunque soppesate queste parole di Andrea Emiliani: «nulla è più lontano da una saggia comprensione e da una concreta politica dei beni culturali di quanto non sia il consumismo, il ritmo stesso di crescita del sistema capitalistico, con l'imposizione dei suoi raddoppi di produzione-consumo nel giro breve di anni, e dunque vissuto lungo una spirale che si avvita verso l'alto liberando a terra unicamente rovine e orrende montagne di rifiuti, simbolo repellente dello spreco e dei veri risultati di quel modello. Non è un caso se, a fronte di tanta distruttiva voracità, una quota assai alta di beni culturali, quella ovviamente più appetibile - e dunque la città, la casa, l'oggetto di antiquariato - sia già da tempo entrata in una masticazione inesorabile: destinata forse a sopravvivere, in qualche ibernata forma ma totalmente aliena rispetto al contesto, alla nozione di patrimonio, all'idea di cultura» (p. 63).

* Andrea Emiliani, Il paesaggio italiano, introduzione di Pierluigi Cervellati, Minerva, Argelato 2016, pp. 103.





Show Comments: OR