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mercoledì 25 gennaio 2017

Milano: opache pratiche amministrative addio alla cultura urbana

Nel prossimo futuro Milano e la sua area metropolitana rischiano di sprecare anche l’ultima cruciale occasione per realizzare un autentico policentrismo: quella del riuso degli scali ferroviari dismessi, una superficie in dismissione. arcipelagomilano.org, 24 gennaio 2017 (m.c.g.)  con postilla


Il workshop dedicato al recupero degli scali ferroviari milanesi, organizzato da FS Sistemi Urbani (FSSU) in collaborazione con l’assessorato all’Urbanistica del Comune di Milano che si è svolto il 15, 16 e 17 dicembre nell’ambito dell’iniziativa Dagli scali, la nuova città, al di là del suo successo prevalentemente mediatico, ha comunque consentito il confronto, del quale ho riferito nei miei resoconti, tra progettisti, urbanisti, amministratori, funzionari, imprenditori e semplici cittadini, su importanti temi urbanistici diventati di grande attualità. Infatti, al termine del mandato di Pisapia, l’Accordo di Programma (AdP) predisposto dopo una lunga e complessa trattativa con FSSU dal precedente assessore Lucia De Cesaris, del tutto inaspettatamente, non è stato approvato in via definitiva dal Consiglio Comunale costringendo la nuova amministrazione e riaprire la trattativa.

Il workshop ha anche offerto l’occasione per portare all’attenzione di un vasto pubblico l’Appello sugli scali ferroviari milanesi che ha denunciato l’attuale inadeguatezza del Comune rispetto al compito promuovere una cultura urbana di cui a Milano si sente da tempo la mancanza, considerato che le grandi trasformazioni degli ultimi vent’anni sono state soprattutto frutto di trattative ed accordi condotti in assenza di ogni forma di dibattito pubblico e di partecipazione sociale alle decisioni.

Con la nuova amministrazione e le impegnative dichiarazioni del nuovo Assessore all’Urbanistica Pierfrancesco Maran subito dopo la sua nomina nell’incontro del 19 luglio dello scorso anno, era sembrato che si volesse cambiare totalmente metodo. Ma quando ci si è resi conto che il Comune aveva delegato a FSSU la definizione delle strategie e degli indirizzi per il recupero degli scali ferroviari, la delusione è stata grande e molto diffusa la volontà di manifestare il proprio dissenso come testimoniano le trecento adesioni al nostro Appello.

Per quanto il fatto che FSSU e assessorato abbiano assegnato degli incarichi diretti, sopra soglia e senza alcuna selezione di evidenza pubblica a cinque colleghi possa essere apparso il movente della denuncia resa pubblica con l’Appello, in effetti le questioni che abbiamo contestato anche direttamente all’assessore Maran sono ben più importanti e gravi.

Innanzi tutto il fatto di accettare la doppia identità di cui si avvale FSSU – tema trattato molto chiaramente da Luca Beltrami Gadola su queste stesse pagine – che si comporta come soggetto privato nel momento in cui assegna gli incarichi professionali senza rispettare la legge Merloni e come ente pubblico quando siede al tavolo della trattativa per la definizione dell’AdP e pretende di sottoscriverlo insieme a Comune e Regione in base all’ art. 34 della legge sull’Ordinamento degli Enti locali.

Poi, che a svolgere il ruolo di definizione degli indirizzi strategici e dei criteri urbanistici per il recupero degli scali ferroviari milanesi sia FSSU, che vanta la proprietà delle aree ed ha come compito fondamentale la loro valorizzazione immobiliare. Aree sulle quali è invece tenuto il Comune a esercitare la propria competenza urbanistica, in piena autonomia, equanimità e interpretando l’interesse pubblico.

Inoltre, che la trattativa tra Comune e FSSU e per la definizione del nuovo AdP si svolga essendo tuttora pendente il ricorso presentato da quest’ultima nell’aprile dello scorso anno al TAR della Lombardia per ottenere l’annullamento degli atti relativi alla mancata approvazione da parte del Consiglio Comunale del precedente AdP con l’evidente intento di condizionare il Comune nel corso della trattativa soprattutto perché nel ricorso si riserva espressamente di chiedere presunti danni passati e futuri.

Ne consegue che quella che è indicata come “collaborazione” tra FSSU e Assessorato all’Urbanistica non ha alcuna validità in termini di corretta pratica amministrativa. Tuttavia nel farvi riferimento il Comune si rende nei fatti corresponsabile degli atti che FSSU ha adottato e sta portando avanti con l’iniziativa Dagli scali, la nuova città, anche nell’impiego di ingenti risorse pubbliche, visto e considerato che essa è al 100 % di proprietà di FS e quindi del Ministero delle Finanze.

L’accesso agli atti, che ho chiesto personalmente, ha provato che non esisterebbe alcuna delibera della Giunta o del Consiglio comunale che autorizzi la collaborazione con FSSU. Nella lettera che ho ricevuto dalla Direzione Urbanistica del Comune di Milano si dichiara infatti che non vi è alcuna collaborazione tra il Comune e FSSU, e che l’ufficio non possiede alcun documento o informazione (sic!) relativi all’evento Dagli scali, la nuova città.

Stando a quanto pubblicamente affermato sia dall’Assessore Maran e dal presidente di FS Sistemi Urbani Carlo De Vito, l’unico atto formale in base al quale la collaborazione tra FSSU e Comune è stata attuata, sarebbe la Delibera di Indirizzo sugli scali del Consiglio comunale. Ma in essa non si cita affatto l’iniziativa Dagli scali, la nuova città. Per cui l’assessore avrebbe collaborato alla sua realizzazione in assenza di atti che esplicitamente lo autorizzino.

Invece, parrebbe che solo in coda a una riunione di Giunta del 6 di dicembre, l’assessore Maran abbia chiesto la conferma al possibile uso del logo del Comune per l’indizione e la realizzazione del workshop di tre giorni che si sarebbe tenuto, aperto alla cittadinanza, dal titolo Dagli scali, la nuova città.

Al termine di queste considerazioni relative alla scarsa trasparenza e alla dubbia legittimità della collaborazione tra FSSU e Comune, campeggia una questione ben più importante che riguarda la legittimità della proprietà delle aree degli scali ferroviari vantata da FSSU. Infatti, nel momento in cui si è proceduto alla loro dismissione dalla funzione per la quale erano state espropriate e concesse alle Ferrovie dello Stato, verrebbero meno i presupposti della concessione e con maggior evidenza dello stesso titolo di proprietà.

Le questioni illustrate fanno emergere chiaramente un impegno trasversale e ampiamente condiviso, tra chi ha aderito al nostro appello, ad affrontare tematiche di interesse molto generale che non consentono di interpretare l’azione intrapresa come una questione puramente corporativa.

Ma anche in questo quadro di interessi molto generali non si può non lamentare la genericità e scarsa attendibilità delle promesse – formulate dall’assessore e inspiegabilmente condivise dall’Ordine degli Architetti – che i concorsi si faranno in futuro, dopo la firma dell’AdP, sui singoli scali e le grandi funzioni che vi si localizzeranno, perché così facendo il Comune rinuncia alla sua imprescindibile funzione di indirizzo dello sviluppo della città che si elabora in questa fase, accettando di fatto la “visione” della proprietà.

Peraltro, le prospettive di effettivo recupero delle aree dismesse degli scali ferroviari sono condizionate da fattori estremamente aleatori: la situazione del mercato immobiliare, la disponibilità di investimenti stranieri, la discrezionalità di chi acquisterà da FSSU le aree edificabili e la caratterizzazione politica della amministrazioni che si avvicenderanno nei tempi, inevitabilmente lunghi, di interventi tanto impegnativi.

La considerazione di queste difficoltà induce a immaginare che ci siano altri interessi, ben più consistenti, che esigono di semplificare la procedura e ridurre al massimo i tempi della definizione del nuovo AdP tra FSSU, Comune e Regione. Pierfrancesco Maran può essere comprensibilmente interessato a portare a casa l’AdP per la speranza di vedere, entro il suo mandato, qualcosa di realizzato su qualche scalo a favore della sua brillante carriera politica.

La Regione, per quanto possa avere pieno titolo a essere il vero regista a causa della portata territoriale dell’operazione scali, tiene un atteggiamento prudente concedendo un generico patrocinio all’evento Dagli scali, la nuova città, forse consapevole che un maggior coinvolgimento potrebbe essere censurabile.

Ma FSSU ha ben altre finalità che non coincidono affatto con il pubblico interesse. Infatti, con l’attuale crisi del mercato immobiliare, con l’offerta inevasa di immobili a City Life e Porta Nuova con gli impegni già assunti di localizzare nell’area di Expo le grandi funzioni, immaginare che si possa avviare concretamente e a breve il recupero degli scali è pura illusione. FSSU è interessata innanzi tutto a ottenere che il Comune firmi l’AdP perché solo al momento della firma si genereranno, per incanto, le volumetrie sulle aree degli scali consentendo a FSSU, che attualmente è una Srl di capitali pubblici, di entrare in borsa diventando una Spa con capitali anche privati. Quindi l’operazione è tutta finanziaria e gestita in una logica privatistica attraverso la traduzione delle aree dismesse in diritti edificatori, utili poste di bilancio necessarie alla programmata quotazione in borsa.

Non credo ci sia altro da aggiungere e invito chi non l’avesse ancora fatto ad aderire aggiungendo la propria firma all’Appello sugli scali ferroviari milanesi.

postilla

Nel prossimo futuro Milano e la sua area metropolitana rischiano di sprecare anche l’ultima cruciale occasione per realizzare un autentico policentrismo: quella del riuso degli scali ferroviari dismessi (7 scali ferroviari, una superficie in dismissione di ben 1.100.000 mq.). Invece di imporre, trattandosi di aree caratterizzate da alta accessibilità pubblica, rigorosi criteri di localizzazione di nuove funzioni di irraggiamento metropolitano, l’amministrazione comunale sta delegando a FS Sistemi Urbani tutta la filiera progettuale. Nel 2015 si era verificata una inaspettata discontinuità: la bozza di Accordo di Programma, a cui si lavorava dal 2005 nelle segrete stanze del potere e che prevedeva la realizzazione di 674.000 mq di superficie di pavimento, prevalentemente a destinazione residenziale e spalmati sul territorio in maniera indifferenziata, era decaduta per l’ostruzionismo non solo dell’opposizione, ma anche di parte della maggioranza, evidenziando, nella fase conclusiva del mandato del sindaco Pisapia, una dialettica politica inattesa. Ma con la giunta Sala, e con l’assessore all’Urbanistica Maran, si sta compiendo un salto di qualità: immemori della bocciatura recente, si è lasciato a FFSU non più ‘soltanto’ il compito di proporre progetti, ma anche di elaborare visioni strategiche di medio-lungo periodo (naturalmente, ricorrendo alle firme prestigiose di 5 studi di fama internazionale i quali, su incarico professionale della FFSU, sono alacremente al lavoro e presenteranno le loro proposte nell’aprile 2017). Si tratterebbe di un compito tipicamente pubblico e la scelta dell’amministrazione suscita seri interrogativi. La delega ampia affidata a FSSU prelude a una approvazione senza se e senza ma delle sue proposte? Si rinuncia ancora una volta da parte dell’amministrazione municipale a svolgere un compito di regia e di controllo sul disegno complessivo della città? E il sedicente governo della Città Metropolitana non batte un colpo su progetti di evidente irraggiamento di area vasta?
E’ molto probabile, perché è FFSU, perché sono i grandi gruppi della finanza immobiliare che, per motivi del tutto estranei alla effettiva rigenerazione urbana, continuano a dettare l’agenda a questa amministrazione, così come l’hanno dettata alla precedente.
Qualcosa si sta però muovendo nella società civile e nel mondo della professione e dell’accademia: il successo dell’iniziativa promossa da Emilio Battisti è un segnale promettente.(m.c.g.)

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