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mercoledì 4 gennaio 2017

Migranti, la rivolta dei governatori contro i nuovi Cie E il Pd si spacca

Un articolo di Alessandra Ziniti e due interviste di  Massimo Vanni e Paolo Rodari  al presidente della Toscana e al Patriarca di Venezia. La Repubblica, 4 gennaio 2017, con qualche domanda in postilla




RABBIA E POLEMICHE
di Alessandra Ziniti 

«Serracchiani: io contraria. Dubbi dei sindaci Da Verona a Vicenza, migranti in protesta»

QUEI pochi che sono rimasti aprono e chiudono a singhiozzo tra un incendio e una rivolta. Le bocche cucite con ago e filo degli ospiti di Ponte Galeria, i padiglioni in fiamme di Lampedusa e Brindisi, le pietrate dei siriani rinchiusi a Bari nel centro poi devastato dal fuoco. Filo spinato e luridi stanzoni, giacigli per terra e servizi igienici indecorosi, pericolose promiscuità e soprattutto lunghissimi periodi di “detenzione” in attesa di quell’espulsione che, nel 60 per cento dei casi, continua ad essere impossibile. E attorno “pezzi” d’Italia chiamati ad una difficilissima convivenza.

È una raffica di no quella che, all’indomani dei disordini di Cona seguiti ieri da altre proteste di migranti a Verona e Vicenza, respinge il piano di riapertura dei Cie annunciato dal ministro dell’Interno Marco Minniti. Governatori e sindaci, associazioni umanitarie e sindacati di polizia, esponenti di vertice della stessa maggioranza di governo dicono no al progetto, accolto invece positivamente da Salvini che chiede espulsioni di massa e forze di centrodestra, con il quale il Viminale intende dare una stretta all’emergenza clandestini. «Appena possibile ascolteremo il ministro Minniti. Vogliamo capire se predisporre i Cie in ogni regione sia realmente la risposta giusta all’emergenza immigrazione — dice perplesso il presidente della commissione di inchiesta sui migranti Federico Gelli, del Pd — L’esempio del Cpa di Cona ribadisce l’inadeguatezza di queste strutture che troppo spesso diventano ghetti difficili da gestire ». Con Minniti chiede di parlare anche la presidente del Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani, d’accordo sull’esigenza di maggiori espulsioni ma «assolutamente contraria ai Cie così come li abbiamo conosciuti a Gradisca».

Un Cie in ogni regione per arrivare al raddoppio dei rimpatri di chi non ha diritto a rimanere nel nostro paese. I posti effettivamente attivi in questo momento, a causa del continuo apri e chiudi delle strutture teatro di rivolte da parte degli ospiti, sono 359, meno della metà di quelli originariamente previsti dagli spazi degli unici cinque Cie rimasti in Italia: Roma, Torino, Caltanissetta, Brindisi e Bari (da diversi mesi chiusi dopo gli ultimi danneggiamenti). Per arrivare in tempi brevi all’obiettivo 2000, la strada più breve è la riattivazione di almeno una parte degli altri otto Cie che negli ultimi anni sono stati riconvertiti in hotspot (come Lampedusa e Trapani), in centri di prima accoglienza o per richiedenti asilo o di chiudere perché riconosciuti, come dice monsignor Giancarlo Perego della Cei «centri ingestibili ed esplosivi».

C’è un numero che parla più di altri: dei 175.000 migranti nel circuito dell’accoglienza in Italia più di 150.000 sono ospiti di centri di accoglienza, solo 25.000 nel sistema Sprar che prevede una vera integrazione.

Cpa o Cie poco importa: è di strutture pronte ad esplodere che hanno paura sindaci e governatori. Lo aveva detto subito il sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini memore dell’isola trasformata in una prigione a cielo aperto, ma lo dice anche il governatore del Veneto Zaia: «Centri come Cona devono chiudere. Tenere in ostaggio gli operatori, dare fuoco a cose, sono proteste che non si possono giustificare. Bisogna attuare la politica dei rimpatri iniziando da questi signori che fanno casino». Dal centro di via Corelli a Milano a quello di Gradisca d’Isonzo, da Crotone a Catanzaro, da Modena alla ex caserma Chiarini di Bologna. Il governo riprende in mano la lista delle strutture che si potrebbero riaprire velocemente. E già si alzano le barricate. Non ha remore Sandra Zampa, vicepresidente del Pd: «A Bologna non faremo riaprire il Cie. Mi spiace che l’idea sia di un ministro del mio partito. Sono posti disumani. Inseguire i leghisti è un errore».

 
“SONO STATI UN FALLIMENTO,
RIAPRIRLI NON HA SENSO”
 Massimo Vanni intervista Enrico Rossi


«Il presidente della Toscana Rossi: servono accordi bilaterali che rendano effettive le espulsioni»

FIRENZE.«Non possiamo riproporre ciò che è già fallito». Non parlate di Cie al presidente della Regione Toscana Enrico Rossi. Si mise di traverso quando, sei anni fa, fu il ministro leghista Maroni a lanciarli. E si mette di traverso pure adesso.

Presidente Rossi, la Toscana non ha Cie. Il ministro Minniti però ne vuole uno per ogni regione.
«Esiste un rapporto della commissione diritti umani del Senato del febbraio 2016 che dimostra in modo scientifico e documentato come i Cie non servano assolutamente a dare effettività ai provvedimenti di espulsione. Gli unici Cie che conosciamo sono luoghi disastrosi per i diritti umani».

Cosa servirebbe secondo lei?
«Senza accordi bilaterali con i paesi d’origine, e soprattutto senza una normativa che differenzi le espulsioni con accompagnamento forzato dalle semplici intimazioni, che dovrebbero essere la norma secondo le direttive europee, non ci sarà nessun incremento di sicurezza e di effettività delle espulsioni. Si moltiplicheranno invece i problemi che hanno portato alla chiusura di molti Cie negli scorsi anni».

Salvini incita alle espulsioni di massa.
«Appunto. La paura è concreta, come il senso di insicurezza. Salvini dà fiato alle trombe della destra populista. Ma l’equazione tra straniero clandestino e terrorista è una follia. Per questo bisogna continuare col modello che ha funzionato di più. Non certo con quello che ha fallito del tutto, come i Cie».

Quale modello ha funzionato di più?
«Alle caserme di 1.400 persone, come a Cona, o ai Cara come a Foggia, la Toscana ha opposto il modello dell’accoglienza diffusa sul territorio. Piccoli gruppi da includere nelle comunità e anche da coinvolgere in lavori socialmente utili, come da molte parti si sta già facendo».

Non sembra il modello del governo.
«Purtroppo è la conferma di una mancanza di una politica generale per l’integrazione e la regolazione dei flussi. La riapertura dei Cie non è la risposta. Non si può riproporre ciò che è già fallito. Ed è singolare che lo Stato rischi di trasformare i richiedenti asilo in clandestini da espellere. Forse c’è bisogno di un intervento legislativo. Il paradosso è che rischia di essere espulso chi lavora perché diventa clandestino».

Un intervento legislativo con un Pd oggi diviso?
«Noi siamo stati sempre contrari alle grandi concentrazioni. E mi pare un errore riproporre i Cie in questo modo. Chiedo adesso al governo che le Regioni siano coinvolte nel necessario ripensamento di tutte le politiche dell’integrazione e della sicurezza».


“BASTA CENTRI TROPPO AFFOLLATI,
SONO I PIÙ PERICOLOSI”

Paolo Rodari intervista Francesco Moraglia 
«Il patriarca di Venezia Moraglia: in quelle strutture il clima è surriscaldato e l’incendio può scoppiare per un niente»

CITTÀ DEL VATICANO. «Una volta di più risalta l’inadeguatezza e la pericolosità della concentrazione di uomini e donne in un’unica struttura, non è il primo momento di difficoltà che si manifesta in un anno a Cona e basta un niente in un clima già surriscaldato per far scoppiare l’incendio. Ciò che preoccupa è che questo produrrà una reazione di rigetto dell’immigrazione in quanto tale».Così dice Francesco Moraglia, patriarca di Venezia, che rivolge anzitutto un pensiero a Sandrine, la giovane ivoriana deceduta nel Centro, la donna «che è passata attraverso terribili vicissitudini e ha finito per incontrare la morte».

Come dovrebbe avvenire questa accoglienza?
«Bisogna lavorare insieme per una soluzione condivisa ed equa verso questi uomini e donne, verso gli abitanti dei territori che li hanno accolti, verso gli operatori. Un’accoglienza diffusa ed equilibrata a piccoli gruppi non solo di uomini ma di uomini, donne e bambini sul territorio dice una soluzione praticabile ma solo se c’è una condivisa assunzione di responsabilità tra territorio, istituzioni e soprattutto da parte della politica».

Può essere legittima l’espulsione?
«Le autorità valuteranno in modo obiettivo e con serenità i fatti, eventuali responsabilità e l’adozione di eventuali provvedimenti. Credo che vadano garantiti i diritti di tutti, degli abitanti, degli operatori, degli immigrati, con un senso di giustizia che sia autentica, umana e capace di cogliere una situazione divenuta ormai esasperante».

Come rispondere a chi accusa la Chiesa di essere debole e di favorire l’arrivo di potenziali terroristi?
«Le persone vanno accolte in base a un progetto di vera e obiettiva integrazione. Non si tratta di essere deboli o forti, si tratta di rispondere al Vangelo di Gesù che genera una cultura e propone un tipo di convivenza sociale ».

Quali sono le condizioni secondo le quali l’accoglienza dei profughi deve avvenire?
«Un’accoglienza saggia, non buonista. Accoglienza che diventi vera integrazione attraverso un reale progetto che abbia quote certe e ragionevoli di immigrati accolti nei differenti Stati europei ed extra europei».

Come deve comportarsi l’Europa?
«Bisogna che la grande politica non scarichi sul territorio, sulle nostre strade e neppure sui prefetti e sui sindaci, un problema epocale e che riguarda interi continenti. Non è giusto che l’Italia sia lasciata sola e non ottenga supporti che le sono dovuti in quanto confine sud del Mediterraneo; l’Europa non può continuare a chiedere agli Stati membri sacrifici senza metterli in condizioni di operare ».

postilla


In una recente intervista(la Repubblica, 2 gennaio 2017) La sindaca dell’avamposto storico dell’Europa verso il mondo degli sfrattati dalla terra, Giusi Nicolini, 
si è riferita alle parole  pronunciate dal presidente della Repubblica nel suo discorso di Capodanno: «L’equazione immigrato uguale terrorista è ingiusta e inaccettabile, ma devono essere posti in essere tutti gli sforzi e le misure di sicurezza per impedire che, nel nostro Paese, si radichino presenze minacciose o predicatori di morte». Parole giuste, quelle di Mattarella;  a condizione che  si impedisca di predicare la morte non solo ai forestieri, ma anche agli indigeni come l’attuale leader dellaLega.
Ma c’è una domanda che vogliamo rivolgere a chi dispone delle  informazioni necessarie. Chi sono questi “immigrati irregolari”? da dove vengono, da dove e da che cosa fuggono? E quali sono le condizioni che troveranno quando li avranno rimpatriati? Se fuggono dalla tortura e dalla morte che domina nel loro paese li restituiranno agli assassini? Se fuggono dalla miseria (magari provocata dalle nostre multinazionali  ), li restituiranno all’inumanità della situazione dalla quale tentano di fuggire?. E – domanda finale – chi, quando, con che autorità e trasparenza sono ha stabilito le regole in base alle quali si separa chi ha diritto a vivere da chi è dannato a morire?Sarebbe bello se qualcuno più autorevole di noi ponesse queste domanda al ministro Minniti, o magari al premier Gentiloni, o addirittura al presidente della Repubblica
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