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A un secolo dalla dichiarazione di Balfour, con cui il Regno Unito promise la nascita di stato ebraico in Palestina, esautorando i Palestinesi lei loro diritti, la Cisgiordania è “La più grande prigione del mondo” come dice il titolo dell ‘ultimo libro dello storico israeliano Ilan Pappe (da cui è presa la copertina di questa settimana). (a.b)

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lunedì 9 gennaio 2017

Lo scambio indegno. I Cie, la sicurezza e la libertà dei migranti

«Dobbiamo dimostrare che la libertà e la sicurezza sono possibili solo se riusciamo a rompere l’isolamento che i restringimenti alla libera mobilità e l’attacco ai salari e al welfare stanno imponendo su tutti: migranti, precarie ed operai». connessioniprecarie online, 9 gennaio 2017 (c.m.c.)

L’anno nuovo dei migranti inizia con la svolta securitaria annunciata da un governo nato per portare al voto il paese. Gli annunci dicono che a Bologna come in altre città italiane riapriranno i Cie (uno per ogni regione), mentre il ministro degli Interni e il capo della Polizia promettono una stretta nella politica delle espulsioni: controlli sui luoghi di lavoro per scovare gli irregolari e intensificazione degli accordi bilaterali con i paesi di provenienza per assicurare i rimpatri. L’obiettivo è raddoppiare le espulsioni, che quest’anno si sono fermate a “sole” 5000. La speranza è di raggiungere le 20000 all’anno.

Apparentemente è l’esibizione di forza di un governo che si fa vanto di aver casualmente incontrato in un controllo di routine per le strade di Sesto San Giovanni l’uomo che ha messo a segno la strage di Berlino. Si mettono in mostra i muscoli per convincere i cittadini, a cui il mix di crisi e politiche neoliberali ha sottratto salario e strappato via diritti e welfare, che lo Stato si preoccupa della loro sicurezza. È un risarcimento per chi in questi anni ha perso molto, se non tutto. Perché la sicurezza, come si usa dire negli ambienti di governo, non è un tema della destra, ma riguarda tutti. Per la verità, questo simulacro di sicurezza è l’unica cosa che questo governo può offrire ai cittadini che a breve saranno chiamati alle urne, dato che di fare marcia indietro su Jobs Act, voucher e tutto ciò che ruota attorno a salario e welfare non se ne parla proprio.

La tranquilla e regolare forza dello Stato e l’eroismo dei singoli, che quando non salutano con la mano tesa sanno piazzarla sul grilletto per sparare: è la ricetta per contenere una rabbia diffusa e poco disposta a seguire indicazioni politiche. I migranti sono così l’oggetto di uno scambio talmente ignobile da non poter essere nominato: cacciamo loro perché non possiamo e non vogliamo scacciare le vostre paure quotidiane.

Non si tratta però soltanto di pura retorica autoritaria. Dopo aver respinto le domande di asilo di decine di migliaia di migranti bisognerà pure trovare un posto dove metterli, che non siano i parchi e i ponti dove già vivono. Cie ed espulsioni rientrano allora nella logica del razzismo istituzionale. Sono il tassello mancante, e tutto sommato più a buon mercato, della politica dei dinieghi e dell’emergenza con cui fino ad ora è stato governato l’afflusso dei migranti rifugiati.

Contro questa politica, nelle ultime settimane, a Bologna, Milano e Roma i migranti hanno rotto il silenzio civile e civico su come viene gestita la presenza dei richiedenti asilo, denunciando come il razzismo istituzionale di Questure e Prefetture produca una situazione di attesa in cui i migranti sono costretti a lavorare in condizioni di assoluta precarietà.

Un minimo di realismo permette di capire che la svolta securitaria non può essere e nemmeno vuole essere la soluzione finale alla clandestinità. Essa appare piuttosto come un tentativo di diminuire il numero di migranti sulla soglia dell’irregolarità e inviare un messaggio prima che la bolla dei dinieghi esploda. La cifra di 10000 espulsioni annue è infatti irrisoria: solo nel 2015 le commissioni territoriali hanno “prodotto” 41mila clandestini, per non parlare di chi perde il permesso di soggiorno perché manca lavoro o per reddito insufficiente, o delle crescenti difficoltà di ottenere i documenti dalle Questure, che ormai ritirano le carte di soggiorno perfino ai minori. Il messaggio è per i migranti, ma anche per chi migrante non è: l’unico scopo possibile è quello di perpetrare una segmentazione del mercato del lavoro funzionale a tenere i salari sotto controllo.

La riapertura dei Cie è allora una misura di prevenzione che conserva e anzi intensifica le condizioni per lo sfruttamento, tanto più che il lavoro nero potrà continuare a contare su un discreto bacino d’utenza. La vita nei nuovi Cie sarà poi come quella molti migranti hanno già hanno già conosciuto nei vecchi Cie. Sarà un’esistenza ingiusta, misera e indifferente come quella che sperimentano oggi nei centri di accoglienza. Per questo e non per altro la storia dei Cie e dei centri d’accoglienza è costellata di rivolte, da ultima quella che ha coinvolto il centro di Cona.

Nella filiera che dalle commissioni territoriali alle Questure arriva fino alle espulsioni, passando per i Cie, si produce dunque clandestinizzazione mobile e flessibile, che assicura la presenza di una forza lavoro migrante sulla soglia dell’irregolarità che, se non vuole essere espulsa, deve accettare il ricatto insito nella propria condizione. A loro e agli altri, operai e precarie, si garantisce esclusivamente di mantenere inalterata la propria solitudine.

Contro questo esito non basta un moto d’indignazione democratica e in pelle bianca. C’è bisogno di uno scarto profondo nei comportamenti e nelle scelte politiche. Nessuno può pensare di approfittare della vetrina mediatica per farsi pubblicità con proclami e iniziative simboliche. Queste cose ci sono state già troppe volte e non sono più accettabili. Chi davvero vuole opporsi alla riapertura dei Cie deve necessariamente coniugare il proprio antirazzismo con l’iniziativa autonoma dei migranti.

Occorre oggi la capacità di attaccare la solitudine alla quale il piano securitario vuole condannare tutti, partendo dai migranti anche perché i migranti stessi stanno indicando una strada: la necessità di ribellarsi a una politica della paura che vuole mettere a tacere non solo i migranti, ma anche precari e precarie, operai e operaie. Stabilire una connessione tra tutte queste figure è la sola strada per opporsi alla riapertura dei Cie in Italia e a Bologna.

La nostra risposta deve superare i confini angusti della nostra giusta indignazione. Deve mostrare che la riapertura dei Cie vuole colpire con più violenza i migranti per chiudere altri spazi di libertà e mettere politicamente a tacere anche chi pensa così di essere più “sicuro”.

Contro l’ignobile scambio che ci viene proposto dobbiamo dimostrare che la libertà e la sicurezza sono possibili solo se riusciamo a rompere l’isolamento che i restringimenti alla libera mobilità e l’attacco ai salari e al welfare stanno imponendo su tutti: migranti, precarie ed operai.
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