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LA RAPINA DELLA TERRA AGLI ULTIMI

LA RAPINA DELLA TERRA AGLI ULTIMI
Sottrarre l'uso del suolo alle esigenze elementari (dall'alimentazione all'acqua, dall'abitazione alla riserva per gli usi futuri) delle comunità che lo abitano, è diventato in vaste regioni del sud del mondo, un ulteriore strumento di sfruttamento degli ultimi a vantaggio dei più ricchi. Il Land Matrix, un osservatorio indipendente del "land grabbing" registra che ad ora sono state concluse 557 transazioni, per un totale di 16 milioni di ettari (più o meno la metà della superficie dell’Italia) e altre, riguardanti circa 10 milioni di ettari, sono in corso. Questo fenomeno provoca l’espropriazione forzata e conseguentemente l'impoverimento e l'annientamento di comunità locali, la cui sopravvivenza è strettamente legata all'accesso a queste terre. (a.b.)

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giovedì 19 gennaio 2017

La politica ha dichiarato guerra ai lavoratori. E sta vincendo

«Voucher, contratti intermittenti, stage come corvée postmoderne: ecco il paradisiaco mondo scaturito dall'89. Il meglio che la religione del libero mercato sappia venderci».Lettera43 online, 17 gennaio 2017 (c.m.c.)


Non è una novità. E dunque non c’è da stupirsi. Occorre invece sforzarsi di capire. O, come diceva Spinoza, «non ridere, non piangere, non detestare, ma comprendere». Difficile, in questo caso, non piangere e, soprattutto, non detestare. Dal 1989 a oggi l’offensiva del capitale ai danni del lavoro procede ininterrottamente, inanellando un successo dietro l’altro: quelle che si chiamano abitualmente “riforme” – l’hanno capito ormai pure i bambini – sono tali solo per la parte del capitale. Di conseguenza, hanno come obiettivo puntualmente raggiunto la decomposizione dei diritti, delle conquiste dei lavoratori e delle tutele del mondo lavorativo.

L'ipocrisia di chi parla di "riforme". Basterebbe avere, in fondo, l’onestà per chiamare le cose con il loro nome: senza usare formule patetiche e ingannatorie come “riforme”, “Jobs act”, e via discorrendo, di ipocrisia in ipocrisia. È questa, in breve, la storia reale dal 1989 a oggi, al di là della lieta narrazione che canta un mondo di libertà e democrazia.

Quale libertà, in effetti, per i lavoratori ridotti all’umiliazione permanente del voucher? Il voucher offende la dignità umana e segna l’apice dell’alienazione, giacché riduce il lavoratore a merce disponibile, sottopagata e supersfruttata, alle dipendenze della volontà padronale. Non serve – come falsamente si dice – a evitare il lavoro in nero: serve, invece, a evitare contratti regolari, tutelati e dignitosi.

Voucher, lavoro non pagato (modello Expo di Milano), contratti intermittenti, stage come corvée postmoderne: ecco il paradisiaco mondo delle libertà post-1989, il meglio che la religione del libero mercato sappia venderci. La stessa eliminazione del reintegro nel posto di lavoro (prevista dall’ex Art. 18) per chi viene licenziato senza giusta causa – sostituita da un generico risarcimento (art. 3 Jobs Act) – si pone come la più bieca ridefinizione del lavoro inteso come diritto e dovere in concessione padronale arbitraria e dipendente dalla volontà del buon signore di turno: concessione che, in quanto tale, può essere revocata in qualsivoglia momento.

Il capitale vince senza resistenze. Siamo nel bel mezzo di un feudalesimo capitalistico: con nuovi signori mondialisti e nuovi servi senza diritti; con nuove e radicali forme di rifeudalizzazione dei legami sociali. Il capitale vince senza incontrare resistenze. Il lavoro sta perdendo giorno dopo giorno: complice anche, ovviamente, la generosa operatività di forze che si dicono progressiste e che, di fatto, favoriscono unicamente il progresso della mondializzazione capitalistica.
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