responsive_m

menu

subheader

ULTIMI AGGIORNAMENTI

mercoledì 25 gennaio 2017

I perimetri armati della segregazione

«Il nuovo saggio  di Angela Davis.è una attenta panoramica sul "complesso militare-penitenziario“ nato per contenere una popolazione carceraria in aumento e che ha come modello la gestione segregazionista contro i palestinesi». il manifesto, 25 gennaio 2017 (c.m.c.)



Angela Davis non ha certo bisogno di presentazione. La sua figura è al centro del dibattito politico internazionale da quasi quattro decenni. Ex militante comunista e affiliata al Black Panther Party, autrice di Women, Race and Class (1981), un testo fondatore di discorsività per il Black Feminism, negli ultimi vent’anni Angela Davis ha focalizzato tanto il suo attivismo quanto la sua riflessione intellettuale sulla critica a ciò che chiama, prendendo in prestito l’espressione da Mike Davis, il “complesso industriale-penitenziario” americano.

Nonostante le sue numerose visite recenti in Italia, questa parte della sua opera resta sicuramente meno nota nel panorama locale. Non è un caso se le traduzioni italiane più note dei suoi scritti restano Autobiografia di una rivoluzionaria (1974) e Women, Race and Class, tradotto peraltro da Riuniti nel 1985 con un titolo non solo del tutto fuorviante, ma piuttosto eurocentrico, Bianche e nere (1985). Meno citato, invece, è il terzo dei testi di Davis tradotto: Aboliamo le prigioni? Contro il carcere, le discriminazioni e la violenza del capitale (2009, Minimum Fax).

La sua ultima pubblicazione, Freedom is a Constant Struggle (2016, Haymarket Books), può rappresentare un’ottima opportunità per rientrare nel cuore della sua attuale riflessione. Il testo raccoglie una serie di Lectures tenute da Davis sia negli Stati Uniti che in Europa tra il 2013 e il 2015. Malgrado un andamento rapido e prettamente orale, le diverse lectures ripropongono in modo assai suggestivo una serie di questioni centrali all’attuale dibattito tra incarcerazione di massa, eredità della schiavitù e neoliberalismo negli Stati Uniti, così come sul rapporto tra il cosiddetto nuovo attivismo nero di movimenti come Black Lives Matter e quello che Cedric Robinson ha chiamato la Black Radical Tradition.

Il testo non ha però come background soltanto la realtà americana, poiché propone di affrontare la centralità crescente del cosiddetto “complesso industriale-penitenziario” come un fenomeno davvero globale e costitutivo della stessa governance neoliberale. Può apparire assai indicativo il sottotitolo del testo: Ferguson, Palestine and the Foundations of a Movement. Davis ricorda che sono le stesse dinamiche dei fatti Ferguson a porci davanti a uno scenario che va oltre gli Stati Uniti, a mostrarci la globalità delle tecniche di controllo, sorveglianza e repressione nel governo di determinate categorie di soggetti. Così Freedom as constant Struggle pone invece subito la Palestina nella filigrana di Ferguson, più precisamente ciò che Davis chiede di chiamare il “sistema di apartheid” Israeliano instaurato nei territori palestinesi.

La “connessione globale” tracciata tra Ferguson e Palestina non è qui semplicemente metaforica, ma è data da un elemento assai più concreto e transnazionale: la compresenza nelle due zone della multinazionale britannica Group 4 Security (G4S) nella gestione della sicurezza. Terzo datore di lavoro più grande del mondo, dopo Wal-Mart e Foxconn, G4S è anche la corporation multinazionale con più dipendenti all’attivo in Africa. G4S, suggerisce Davis, può essere assunta come l’emblema di ciò che significa (privatizzazione della) sicurezza e del warfare nell’epoca del neoliberalismo: si tratta di una corporation responsabile della realizzazione della recinzione al confine tra USA e Messico, e tra i maggiori costruttori al mondo di carceri private, di scuole-blindate e di centri di detenzione per migranti.

Tra i suoi affari vi è anche la gestione in diversi continenti del business del trasporto nella deportazione di migranti e profughi. Per dirla in termini foucaultiani, si tratta di uno dei significanti per eccellenza dell’imponente business neoliberale dell’industria della punizione, ovvero di una proficua “messa a valore” del razzismo, delle pratiche anti-immigrazione e delle politiche securitarie. G4S ha nei territori palestinesi occupati, ovviamente, uno dei suoi principali “fochi” operativi.

Davis ricorda che questo grande mostro della sicurezza privata globale è profondamente implicato nella gestione e costituzione materiale “dell’apartheid israeliano”: buona parte del suo “securitarian know-how”, per così dire, è venuto a fondarsi su un suo coinvolgimento attivo in processi di contenimento della popolazione palestinese come l’edificazione del muro di Gaza, la costruzione di numerosi checkpoint, l’addestramento e la militarizzazione della polizia, la progettazione di sempre nuove tecnologie di controllo e repressione dell’ordine pubblico e del dissenso politico. E’ così che Davis ci chiede di pensare la gestione “coloniale” israeliana dei territori palestinesi, attraverso la partecipazione attiva di G4S e altri big della global security, come un importante “laboratorio” per la continua messa a punto o sperimentazione delle tecniche di gestione, sorveglianza, incarcerazione e repressione al centro dell’attuale “complesso industriale-penitenziario” negli Stati Uniti.

L’alta produttività del “sito israeliano” in materia di sicurezza è data, come in altre realtà (post)coloniali, da uno storico esercizio di governo improntato alla negazione dell’altro-palestinese e quindi alla sua trasformazione in migrante-alieno (razzializzato) sul proprio territorio. Anche se Davis non scende qui nei particolari, il suo approccio può essere posto su una traccia già proficuamente all’interno degli studi postcoloniali: buona parte delle tecnologie giuridiche, disciplinari e militari alla base dell’attuale securitizzazione razziale dello stato neoliberale hanno da sempre un importante banco di prova in diversi territori “coloniali”. Nel caso particolare di Ferguson, precisa Davis, l’impronta del know-how israeliano si è vista non solo nell’atteggiamento sempre più militare della polizia nei confronti dei territori e soggetti sotto sorveglianza, o del tipo di attrezzature tecniche utilizzate dalle forze dell’ordine, ma anche nelle tattiche di contenimento e repressione degli attivisti durante le successive mobilitazioni.

Più in generale, Davis sottolinea poi gli apporti di G4S-Israel al “complesso industriale-penitenziario globale” in materia di sofisticazione delle tecniche di sorveglianza carceraria, testate soprattutto nelle prigioni militari di HaSharon e di Damun, ma soprattutto nell’espansione dell’incarcerazione sistematica come modalità fondamentale di governo e di controllo sociale anche a donne e bambini. A tale riguardo, il suo testo ricorda non solo che HaSharon e Damun “ospitano” bambini e donne rispettivamente, ma soprattutto che la reclusione carceraria femminile tra africano-americani, latinos e migranti è in notevole aumento negli Stati Uniti, mentre l’età media dei detenuti nelle prigioni americane si abbassa in continuazione.

L’analisi di Davis non va però fraintesa: sorveglianza e repressione capillare di alcune comunità e territori, militarizzazione della polizia e del conflitto sociale, violenza razzista di stato, privatizzazione della sicurezza, e incarcerazione di massa non obbediscono alla logica di dominio singoli stati, governi o multinazionali, ma sono la risposta di razza e di classe del capitalismo neoliberale globale ai meccanismi di esclusione sociale generati dalla sua stessa logica di accumulazione.

Dev’essere dunque chiaro che la logica neoliberale di “accumulazione per spossessamento” ha nell’industria della punizione una delle sue protesi più trainanti e influenti. Va ricordato che molte delle aziende americane controllate da G4S, così come altri big della global private security, prima di tutti Wal-Mart (principale rivenditore al dettaglio di armi del mondo) e CCA (Corrections Corporations of America), fanno parte di ALEC (American Legislative Exchange Council), una potentissima lobby bypartisan di cui sono membri, insieme alle corporazioni, decine di parlamentari passati dai diversi congressi degli Stati Uniti sin dalla fine degli anni settanta.

Come mostra l’eccellente documentario Il tredicesimo emendamento, 2016 di Ave Duvernay, e che ha proprio Angela Davis tra i suoi principali interlocutori, buona parte delle leggi finalizzate al continuo sviluppo del complesso industriale-penitenziario (legittima difesa a oltranza, indurimento progressivo delle pene, privatizzazione delle carceri, esternalizzazione dei servizi nelle prigioni, costruzione di centri privati di detenzione di migranti, militarizzazione delle polizia, autorizzazione al fermo di polizia di qualunque persona migrante, ecc.) sono state promosse in parlamento da membri di ALEC.

Tra le più famose, il trittico approvato dal primo governo di Bill Clinton: privatizzazione delle carceri e militarizzazione della polizia, obbligatorietà a compiere in carcere l’85% della pena, ergastolo al terzo reato commesso). Non a caso diverse manifestazioni di Occupy e di Black Lives Matter hanno preso di mira proprio il ruolo di ALEC nel parlamento americano. Come appare ovvio, si tratta di una macchina giuridica di guerra finalizzata sia all’aumento della popolazione carceraria che all’allungamento dei tempi di detenzione, ovvero a mercificare e trasformare in profitto anche quell’eccedente di umanità che non può trovare il proprio spazio all’interno dei confini razziali neoliberali della vita sociale. Siamo quindi di fronte a un elemento strutturale, per così dire, del modo neoliberale di accumulazione. E’ in questo contesto che occorre situare il susseguirsi di omicidi di giovani neri per mano della polizia.

La realtà descritta nel testo di Davis può apparire distante da quella dell’Europa. Davis chiede infatti di pensare la centralità della “prigione come metodo” anche come la risposta del capitalismo razziale americano e di una riconfigurazione della white supremacy alla nuova situazione della forza lavoro nera dopo la conquista di una condizione di libertà formale da parte del movimento per i diritti civili e l’annientamento politico del movimento del black power.

Ma se concentriamo lo sguardo sull’universo concentrazionario nascosto dietro il cosiddetto “business dell’accoglienza” (anche sotto il significante umanitario) che sta caratterizzando la gestione europea della “crisi dei rifugiati” le distanze cominciano sicuramente ad accorciarsi. La proliferazione di CIE, CARA, CAS, HUB e Hotspots, insieme al ruolo primario di Frontex, Europol e Eurojust, nel governo delle migrazioni può essere concepita come una variante razziale europea di quel “complesso industriale-penitenziario” attraverso cui il capitalismo neoliberale globale articola la propria economia politica del controllo.
Show Comments: OR