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La Galleria di Milano requisita per una cena benefica. Per non turbare il senso estetico dei lussuosi ospiti, le barriere che bloccano gli ingressi sono state dipinte d'oro. Il nudo cemento va bene solo in periferia. (p.s.)
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mercoledì 11 gennaio 2017

Giuseppe Laterza:«Una classe dirigente c’è già, ma la politica non la riconosce»

«La buona politica deve essere sempre in tensione fortissima con una visione del mondo. I tecnici sono utili ma non sufficienti: in politica non basta riparare il rubinetto come fa un bravo idraulico». Il Fatto quotidiano, 11 gennaio 2017


In un’epoca che premia i politici che parlano di pancia e alla pancia, Giuseppe Laterza sembra fuori fase. Dire che “la cultura ci rende cittadini migliori” non garantisce popolarità. Proprio per questo è da lui che bisogna partire per capire dove si può trovare una classe dirigente per questo Paese. Alla fine la crisi della politica sta tutta lì: la parabola del renzismo è stata così rapida perché si reggeva sui compagni di scuola di Matteo Renzi. A Roma il Movimento 5 Stelle arranca soprattutto perché privo di un personale politico all’altezza delle sfide che ha davanti. Le elezioni non sono lontane e bisogna rispondere in fretta a una domanda: come si trova una classe dirigente adeguata?

Giuseppe Laterza, la caduta di Matteo Renzi e del suo Giglio Magico, poi le disavventure dei Cinque Stelle a Roma e Bruxelles sembrano avere un tratto in comune: c’è il potere, ma non la classe dirigente per amministrarlo.
«Oggi la politica è spesso ridotta a mera comunicazione, oppure a competenza. Se è così, il massimo che si può sperare è di ritrovarsi con un sindaco iperbolico come Luigi De Magistris o ‘pragmatico’ come Giuseppe Sala. Ma la buona politica deve essere sempre in tensione fortissima con una visione del mondo. I tecnici sono utili ma non sufficienti: in politica non basta riparare il rubinetto come fa un bravo idraulico, bisogna definire i propri valori di riferimento».

Se non basta la competenza, la risposta è la cultura?
«Non ci si può fermare ai trattati di management o ai manuali fai da te. Chi ha le responsabilità della classe dirigente deve leggere anche Zygmunt Bauman e Amartya Sen, Tony Atkinson e Tony Judt. La cultura è dubbio metodico, ti spinge a mettere tutto in questione continuamente, così si prendono anche meno cantonate. Questa è la cultura che manca alla nostra classe dirigente».

Bauman e Amartya Sen insegnano a governare Roma?
«Se sei un grande amministratore delegato o il direttore di un ospedale, sono proprio quelle letture non direttamente legate alla tua competenza che si rivelano essenziali per compiere le scelte importanti. Altrimenti non c’è differenza con l’idraulico. Purtroppo, i nostri manager leggono poco, quasi solo fiction».

Primo punto: più libri.
«Piero Calamandrei, in un articolo del 1953 sul Ponte scriveva che ‘tutte le società sono di élite, anche la democrazia, che però a differenza delle altre deve essere aperta, contendibile, tutti i governati che ne hanno la capacità devono poter diventare governanti’. Capacità morali, tecniche e intellettuali che si iniziano a sperimentare a scuola, come ripeté per tutta la vita Tullio De Mauro».

Anche se in Italia i lettori sono pochi rispetto a Germania o Svezia, di gente con alti consumi culturali ce n’è parecchia.
«Sono i 2-3 milioni di persone che si informano, vanno a teatro e alle mostre, i giovani che trovi a migliaia negli incontri del Festival di Internazionale a Ferrara. Ma i loro numeri di telefono non sono in quella rubrica di 4-5.000 cellulari in perenne contatto tra loro per gestire il potere. Questa di cui parlo, è una élite potenziale che non coincide (se non in minima parte) con i parlamentari, con gli amministratori pubblici ma neanche con i manager privati».

E quindi?
«Bisogna che si faccia sentire, che prenda il potere. Il primo punto è riconoscere la propria esistenza, smettere di piangersi addosso. Finora ci siamo detti ‘siamo pochi, non contiamo niente’. Non è vero. In tutti i Paesi c’è una minoranza che guida la maggioranza. Questa élite può essere aperta o chiusa: l’élite chiusa si illude di stare in un fortilizio che invece è pieno di crepe ormai evidenti a tutti. E in Italia è rassicurata da una casta giornalistica, che spesso non conosce altro che il linguaggio della politica italiana e che insorge invece contro Vivendi dimenticando Alitalia, con opinionisti muti di fronte al tentativo di trattare Mediaset come patrimonio nazionale».

Pensa a qualche forma di mobilitazione come i girotondi negli anni di Berlusconi?
«Il mio compito non è certo quello di organizzare i girotondi, ma credo che le idee debbano passare anche attraverso la politica e la rappresentanza. Ci sono persone che hanno provato a farsi sentire nella politica italiana ma sono rimaste ai margini. Possono ancora essere protagoniste, con il sostegno della società civile: la stampa, le case editrici, le infinite associazioni, incluse quelle di categoria che hanno grandissime responsabilità nell’aver avanzato soprattutto ragioni di corporativismo. La leadership deve venire da tanti punti della società».

Qual è il suo ruolo di editore?
«Diffondere le buone idee e farle diventare senso comune. Lo si può fare con i libri ma anche in tanti altri modi, online e offline, ad esempio nei festival come in quello del diritto di Stefano Rodotà o dell’Economia di Tito Boeri o con le lezioni di storia. Pensi all’idea di società liquida di Bauman che dai suoi libri è diventata senso comune, fino al punto che ormai la si cita (anche a sproposito) indipendentemente dall’autore. Quest’anno vorrei organizzare incontri con i lettori forti ma anche con professionisti, imprenditori, commercianti. Per convincerli che investire in cultura cambia un Paese: dove si leggono più libri si fa più raccolta differenziata e prevenzione sanitaria…»

C’è una responsabilità di questa classe dirigente potenziale nel non aver accompagnato l’ascesa dei M5S, lasciando in balia della propria inesperienza?
L’establishment intellettuale ha bollato i Cinque Stelle con il marchio dell’infamia. E questo è un atteggiamento sbagliato. Come ha scritto ieri Travaglio, a Torino la società civile ha cooperato con Chiara Appendino e questo mi sembra un bene. Io posso essere del tutto in disaccordo con quanto dice Grillo, ma non posso ignorare che i suoi elettori, secondo i dati raccolti da Ilvo Diamanti nel libro Salto nel voto sono i più giovani, professionalmente attrezzati e scolarizzati.

Se il M5S fallisce, cosa c’è dopo Grillo?«Grillo non ha mai detto a nessuno di sfasciare le vetrine. Ma non è detto che non si arrivi a quello, quando il sentimento di esclusione raggiungerà il punto di non ritorno. Ma non succederà se sapremo fare la rivoluzione pacifica della cultura».
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