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mercoledì 11 gennaio 2017

Direttore cercasi per il Colosseo nasce il parco archeologico

«Franceschini sgancia il monumento dalla Soprintendenza romana Montanari: “Così si fa a pezzi la città”. Volpe: “È una riforma coerente”». la Repubblica, 11 gennaio 2017 (c.m.c.)



Si chiamerà Parco archeologico del Colosseo. È la struttura che mette il sigillo alla riforma voluta da Dario Franceschini per i Beni culturali. Un luogo simbolo, che il ministro ha posto quale approdo di un percorso iniziato nel 2014, una riforma che ha fatto discutere e che, secondo alcuni, rinnova, secondo altri, stravolge l’assetto del patrimonio italiano. Dunque il Colosseo, il Foro romano, il Palatino e la Domus Aurea, oltre a una significativa fetta della Roma storica, formeranno un parco che verrà guidato da un direttore scelto con un bando internazionale, come accaduto per gli Uffizi o Brera.

Il parco non avrà più a che fare con la soprintendenza che aveva competenza anche sui beni storico-artistici e paesaggistici entro le Mura Aureliane e che appena nel marzo scorso era nata una volta disarticolata la storica soprintendenza archeologica di Roma, quella che in molti identificano con la figura di Adriano La Regina, dalla quale erano state scorporate l’Appia Antica, Ostia e il Museo nazionale romano.

Franceschini firmerà a giorni un decreto che interessa pure Pompei, ma solo perché anche nel sito vesuviano comparirà l’espressione “parco”.

Le questioni più rilevanti investono invece Roma, dove nel giro di pochi mesi si cambia ancora. Il ministro assicura che si semplifica, ma gli umori che si raccolgono negli uffici vanno in altra direzione. La soprintendenza, ora diretta da Francesco Prosperetti, perde i pezzi più prelibati (oltre 6 milioni i visitatori ogni anno, 60 milioni incassati, di cui 42 alla soprintendenza e 18 al concessionario), ma continuerà a essere mista e dotata di autonomia, e, invece di limitarsi al centro storico (cioè alla parte entro le Mura Aureliane) avrà competenza su tutto il territorio del comune, inglobando quelle che da marzo aveva assunto un’altra soprintendenza, ora soppressa.

Replicando a chi lo accusa di sottrarre fondi a Roma, Franceschini assicura che un 30 per cento di quel che incasserà il parco sarà destinato alla tutela di tutto il patrimonio romano, archeologico e non. E che un altro 20 per cento, come avviene da un anno, alimenterà il fondo di solidarietà che finanzia l’intero sistema museale. Per lo storico dell’arte Tomaso Montanari, la separazione dell’area archeologica centrale dalla soprintendenza «significa fare a pezzi una città, è un atto di ostilità verso Roma. È un grave errore che spinge il pedale sulla mercificazione del nostro patrimonio: e non è un caso che il ministro abbia confermato di voler ricostruire l’arena del Colosseo».

Franceschini sostiene di aver trovato un precedente di questa separazione in un provvedimento del 1939 di Giuseppe Bottai, che «istituì la soprintendenza di Foro Romano e Palatino, soprintendenza che solo negli anni Sessanta si è deciso di riunificare». Fra i favorevoli al provvedimento figura Giuliano Volpe, archeologo e presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali: «Il nuovo parco è coerente con il disegno complessivo della riforma, e spero produca miglioramenti non solo nella gestione ma anche per la ricerca: l’importante è che da ora ci si concentri sul consolidamento delle strutture di soprintendenze e poli museali, che sono in gravi difficoltà ».

Franceschini si dice certo che la nascita del parco favorisca un’intesa con il comune di Roma, che ha una propria sovrintendenza responsabile della gestione di parti importanti dell’area archeologica centrale. Ed esibisce quale prova il fatto che la perimetrazione del parco coincide con quella fissata negli accordi del 2015 con il Campidoglio (sindaco Marino).

L’attuale assessore alla cultura e vicesindaco Luca Bergamo esprime perplessità, mentre l’urbanista Giovanni Caudo, assessore con Marino, aggiunge che quella perimetrazione andava rivista, perché esclude la Passeggiata archeologica e le Terme di Caracalla, include il Circo Massimo, ma non un settore del Celio e di piazza Venezia.

Insomma pezzi importanti di città: l’area archeologica romana, insiste Caudo, «non è in un recinto, come a Pompei, ma è parte integrante dell’organismo urbano ».
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