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mercoledì 4 gennaio 2017

La nostra Africa

Articoli di Ernesto Milanesi, Carlo Lania,  Leo Lancari, Rachele Gonnelli, sulle più recenti malefatte della politica italiana di respingimento dei profughi, esuli e sfrattati del continente più sfruttato della Terra. il manifesto, 4 gennaio 2017




TENDOPOLI DI CONA AL COLLASSO
E LA MORTE DI SANDRINE INNESCA LA RIVOLTA
di Ernesto Milanesi

«I richiedenti asilo stipati al freddo e al buio nella ex base missilistica nelle campagne veneziane. Una bomba a orologeria. Il dramma della giovane rifugiata ivoriana colpita da malore Si era imbarcata in Libia ed era in attesa del riconoscimento dello status»
SANDRINE BAKAYOKO, 25 anni, si era imbarcata con il compagno nelle coste della Libia: dal 30 agosto erano in Italia, da tre mesi nell’ex base missilistica in mezzo alla campagna, aspettando sempre il riconoscimento di rifugiati. Lunedì mattina la ragazza è entrata in uno dei bagni, nell’area riservata alle donne, che possono chiudersi a chiave. Non vedendola più, il compagno ha dato l’allarme alla coop che gestisce la struttura. Forzata la porta, Sandrine era a terra priva di sensi. Alle 12.48 è partita la telefonata al 118 che ha inviato un’ambulanza da Cavarzere e l’auto medica da Piove di Sacco. Poco dopo le 13 i soccorritori hanno tentato di rianimarla inutilmente: alle 13.46 la constatazione del decesso in ospedale. Secondo l’autopsia effettuata dal medico legale Silvano Zancaner, si è trattato di «tromboembolia polmonare bilaterale fulminante» come hanno confermato il procuratore capo ad interim Carlo Nordio e il pm Lucia D’Alessandro soprattutto per smentire ogni voce di «emergenza sanitaria» a Cona.

Ma la morte di Sandrine nella notte aveva riacceso la miccia della protesta fra i 1.400 migranti, per lo più africani: circondati i container e gli uffici amministrativi dove si era rifugiato il personale della Edeco, accesi falò all’interno, pronti a resistere anche alle forze dell’ordine. Solo in mattinata la trattativa e il “rilascio” delle persone, anche se alcune auto sono state bersagliate dai manifestanti che hanno poi tentato di bloccare l’ingresso dei furgoni con i pasti.

LENTAMENTE, LA RABBIA si è placata. Il cancello d’ingresso presidiato da celerini e carabinieri in assetto anti-sommossa. Il questore Angelo Sanna “sul campo” a garantire la situazione. E Simone Borile di nuovo alle prese con una “grana” per la coop che monopolizza l’accoglienza dei migranti.
Tuttavia, adesso Cona è davvero al centro dell’attenzione. Ai cronisti l’ingresso non viene permesso, nonostante i migranti vogliano documentare le loro condizioni di vita. Sono le stesse verificate dalla delegazione del Progetto Melting Pot che a giugno relazionava così: «Non è un Cas, non è un Cara, non è un hub. È un luogo “temporaneo emergenziale” che sopperisce alla mancata accoglienza dei comuni veneti. L’agibilità della tendopoli è stata regolarmente acquisita tramite parere dell’Asl che il 1 aprile 2016 ha inviato la sua relazione spiegando che la struttura può ospitare 540 persone, considerando che per ogni persona bastano 3,50 metri quadrati e occorre che vi sia un bagno e una doccia ogni 12 persone».

Oggi a Cona torna in “visita” Giovanni Paglia, che ha monitorato la struttura insieme al gruppo di avvocati, medici e volontari locali. «C’ero stato il 16 novembre e poi ho depositato una circostanziata interrogazione-denuncia al ministro dell’Interno senza ricevere risposta» spiega il deputato Sel, «Già allora l’impressione era di un luogo fuori controllo: la sanità scaricata sui medici di base, sovraffollamento e servizi igienici sotto pressione, pochi operatori, pasti consumati in piedi, tende senza nemmeno un armadietto. Insomma, si capiva che Cona poteva esplodere da un momento all’altro…».

E la rivolta di lunedì notte per la morte di Sandrine era stata preceduta da altri episodi che segnalavano il disagio dei migranti. Il 30 agosto alcune decine avevano occupato la strada: un pacifico sit in sui tempi biblici delle pratiche sulla richiesta d’asilo. E già un anno fa un centinaio di ospiti della struttura (che allora ne conteneva la metà) lamentavano le carenze igienico-sanitarie.
Ieri mattina i profughi di Cona hanno invocato di nuovo l’intervento del prefetto Carlo Boffi, proprio perché nell’ex base missilistica fa freddo e manca l’illuminazione senza dimenticare i letti a castello ammassati per un numero di persone triplo rispetto all’originale agibilità.


Infine, il tam-tam  della protesta dei migranti in Veneto cresce. A Vicenza, circa 70 richiedenti asilo hanno incontrato il vice-prefetto davanti alla caserma Sasso: contestavano le strutture dell’associazione Mediterraneo per il freddo, gli abiti e l’affollamento. A Verona, invece, i residenti dell’ostello Santa Chiara nel quartiere Veronetta hanno protestato per la qualità del cibo paralizzando il traffico, rovesciando i cassonetti e sfogandosi con le auto in sosta.





LE MANI SUL BUSINESS DEI PROFUGHI.
MA IL “SISTEMA” DI BORILE & C NON È INOSSIDABILE
di Ernesto Milanesi

«Gare anomale nelle prefetture venete. Fatture, contratti e maltrattamenti. Le inchieste sui bandi vinti da Ecofficina e Edeco, le due coop gestite dall'ex Dc e Forza Italia»
Dal consorzio inter-comunale dei rifiuti alle coop “sussidiarie” non solo ai migranti. La vicenda di Cona rinvia al profilo di Simone Borile e alle inchieste aperte dalle Procure di Padova e Rovigo.
Borile è un ex Dc, poi consigliere provinciale di Forza Italia, che ha ottenuto più di un incarico pubblico: dal CdA dell’istituto per minorati della vita Configliachi a quello dell’Ater fino alla breve presidenza del Parco Colli Euganei. Poi passa al Consorzio Padova Sud, anche con il ruolo di direttore di Padova Tre Srl (gestione dei rifiuti nei Comuni della Bassa). Proprio su iniziativa di questa società nasce nel 2011 la prima coop: Ecofficina Educational che fornisce servizi e gestisce asili nido, con al vertice Paolo Mastellaro, esponente del Pd. Nel febbraio 2015, la “scissione”: da una parte Edeco con sede a Battaglia Terme e Sara Felpati – moglie di Borile – come amministratore; dall’altra Ecofficina Servizi con sede a Este gestita da Mastellaro che colleziona progetti di educazione ambientale nelle scuole pagati dal Consorzio.

Edeco, invece, si dedica solo ai profughi. Non solo a Cona, perché ha ottenuto anche le ex basi militari a Bagnoli di Sopra (Padova) e Oderzo (Treviso) e l’anno scorso si è occupata dell’ex caserma Prandina, hub provvisorio nel centro di Padova. Un vero affare: più di 15 milioni secondo l’ultimo bilancio che contabilizza 180 dipendenti, di cui solo una cinquantina soci della cooperativa.

Ma il “sistema” di Borile & C non è inossidabile. A maggio 2015, il pm Federica Baccaglini apre un fascicolo sul bando per venti posti del servizio Sprar a Due Carrare: «Carte false» con l’avallo di una funzionaria della prefettura. E si moltiplicano i guai giudiziari con la Guardia di Finanza che setaccia le fatture delle due coop, le verifiche dei carabinieri sugli addetti alle pulizie, la denuncia per maltrattamenti e truffa nelle strutture di Montagnana. A quel punto diventa inevitabile la “scomunica” di Ugo Campagnaro, presidente regionale di Confcooperative: «Non esiste una legge che impedisce di ospitare centinaia di profughi in un’unica struttura. Questo però è un sistema che non risponde alle logiche della buona accoglienza, della qualità dell’intervento, dell’integrazione e della relazione. È un modello che guarda soprattutto al business. E per questo vogliamo prendere le distanze da un simile soggetto e dalla maniera in cui opera».

Del resto, la cronaca di Andrea Priante pubblicata otto mesi fa dal Corriere Veneto non lasciava molti dubbi sullo stile di Edeco: «Lavorerò sei giorni su sette, dalle 9 del mattino alle 7 di sera. Il pagamento sarà in voucher: 200 euro alla settimana, che togliendo la pausa pranzo fanno 3 euro e 70 centesimi l’ora. Ma presto, se tutto andrà bene, arriverà un vero contratto e allora lo stipendio supererà i mille euro al mese…». Come sulla situazione nella vecchia base nella campagna veneziana: «Mi diventa subito lampante quale sia il problema più grande: uomini di Paesi, culture e religioni diverse, stipati come polli dentro stanze disadorne, possono trasformare quel posto in una bomba a orologeria».


Un’anomalia riassunta dalle cifre: su circa 10 mila profughi accolti in Veneto oltre 2 mila risultano affidati alle coop di Borile. «Chi protegge Ecofficina?» chiedeva a settembre il M5S con la parlamentare Silvia Benedetti e i consiglieri comunali della Bassa padovana Luca Martinello, Andrea Bernardini, Filippo Gallocchio, Francesco Roin e Lorella Giordan. Sollecitavano l’intervento di Autorità anti-corruzione e Corte dei Conti sulla regolarità delle gare nelle prefetture venete. Finora, senza risposta.





IL VIMINALE AI PREFETTI:
BASTA SITUAZIONI A RISCHIO
di Carlo Lania
«Una circolare invita ad alleggerire i comuni con più migranti. Via al piano con l’Anci»
Situazioni come quella vista in questi giorni a Cona non devono più verificarsi. Per questo il Viminale ha già inviato una circolare ai prefetti invitandoli a decongestionare al più presto le situazioni maggiormente a rischio e a non inviare più profughi nei comuni che già li ospitano. E’ il primo punto dell’accordo raggiunto il 14 dicembre scorso dal ministro Marco Minniti con l’Anci, l’Associazione dei comuni italiani, per un nuovo piano nazionale per la distribuzione dei migranti sul territorio. Piano che ha uno dei sui punti forza in un modello di accoglienza più diffusa e ragionata rispetto a oggi, insieme una serie di incentivi economici per i comuni. Nella speranza di riuscire così a convincere anche quei sindaci – e sono la maggioranza – che finora hanno voltato le spalle alle ripetute richieste di aprire le porte ai richiedenti asilo.

Per questo nei giorni scorsi è partita una circolare con cui il responsabile del Dipartimento Immigrazione del ministero degli Interni, Mario Morcone, oltre a spiegare i dettagli del piano ha chiesto ai prefetti di non caricare ulteriormente le amministrazioni che già accolgono migranti, cominciando anzi a decongestionare le situazioni più pesanti.

Il dato dal quale il piano ha preso avvio è la constatazione amara di un fallimento: degli 8.000 comuni italiani, oggi solo 2.600 accolgono migranti e di questi appena 1.300 partecipano al sistema Sprar, il programma di protezione richiedenti asilo e rifugiati. Ed è solo tra questi 2.600 municipi che sono distribuiti i circa 180 mila migranti in prima accoglienza. Chiaro che in questo modo le situazioni di tensione e malessere per tutti – popolazioni locali e migranti – rischiano di essere all’ordine del giorno. Partendo dunque dalla necessità di rimettere mano a un sistema che da tempo mostra la corda, si è arrivati a stabilire un numero massimo di migranti che un comune accogliere in base alla sua popolazione: 2,5 ogni mille persone per i comuni con più di 2.000 abitanti, vale a dire che una cittadina con diecimila abitanti si troverebbe a gestire al massimo 25 richiedenti asilo. Cifra più che ragionevole e sufficiente a non creare particolari tensioni.

L’Anci ha chiesto però di tutelare maggiormente i piccoli comuni, quelli con meno di 2.000 abitanti e di stabilire percentuali diverse per le aree metropolitane. Due punti che costituiranno l’ordine del giorno di un nuovo incontro tra i rappresentanti dei sindaci e il ministero Minniti previsto per i prossimi giorni. La proposta avanzata dai sindaci, che sembra però trovare d’accordo anche il Viminale, è quella di non destinare più di tre, quattro migranti ai comuni più piccoli e fissare in 1,5 richiedenti asilo ogni mille abitanti la quota per le grandi città.

L’intenzione è quella di coinvolgere al massimo i primi cittadini, chiedendo di preparare loro stessi i progetti per l’accoglienza e l’integrazione senza dover più subire decisioni dall’alto. «Se un sindaco sa quanti migranti arriveranno nel suo territorio, dove alloggeranno e cosa faranno, può anche accettarli», spiega il primo cittadino di Prato Matteo Biffoni, responsabile Immigrazione per l’Anci. Tanto più che, in maniera volontaria, i migranti potranno essere utilizzati per lavori utili alla cittadinanza, come la pulizia dei giardini o l’assistenza agli anziani. «Lavori che non sostituiscono ma che andrebbero ad aggiungersi a quelli svolti dagli italiani, e senza alcun costo per le comunità», ci tiene a precisare il sindaco di Prato.

C’è infine il capitolo che riguarda gli incentivi economici. Proprio in questi giorni sono in distribuzione i fondi stanziati dal governo Renzi per i comuni che già accolgono richiedenti asilo: 500 euro a profugo per un totale di 100 milioni che i sindaci potranno utilizzare come vorranno e non vincolati a progetti legati all’accoglienza. I sindaci – e questo è un altro punto che verrà affrontato con Minniti, chiedono inoltre di poter infrangere il patto di stabilità e di assumere personale in più per i settori che si trovano maggiormente sotto pressione come, ad esempio, le anagrafi comunali, i servizi sociali e le polizie municipali. Ma anche che i 100 milioni stanziati da Renzi come una tantum, diventino un contributo strutturale, magari i destinando 0,50 euro al giorno per ogni migrante ospitato. Soldi da utilizzare naturalmente per tutti i cittadini.

Dopo la firma di dicembre, entro gennaio di arriverà alla definizione dei particolari sia con l’Anci con in sede di Conferenza Stato-Ragioni in modo da poter partire al più presto. «Certo, i tempi sono lunghi – conclude Biffoni – e si arriverà a regime non prima della fine dell’anno quando potremo finalmente tracciare un primo bilancio. Ma finalmente si è presa la strada giusta per evitare che in futuro si ripetano situazioni come quelle che stiamo vedendo in questi giorni».

MANCONI: «ATTENZIONE
A CRIMINALIZZAZIONI PERICOLOSE »
di Leo Lancari

«Luigi Manconi, presidente commissione Diritti umani del Senato. "La quasi totalità dei migranti che arriva in Italia viene registrata. Non stiamo parlando quindi di un esercito di clandestini senza nome e senza volto"»
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«Che senso ha la parola d’ordine ’un Cie in ogni regione’? Si sta rilanciando l’equazione sciagurata irregolare uguale terrorista, spingendo così alla clandestinità quanti invece vorrebbero emergere alla legalità della regolarizzazione». Il presidente della commissione Diritti umani del Senato Luigi Manconi non è per niente convinto delle misure contro gli immigrati irregolari annunciate dal ministro degli Interni Marco Minniti.

L’attentato di Berlino ha provocato una svolta repressiva nella gestione dei migranti irregolari.
Credo che la discussione pubblica sia profondamente deformata da tre paradossi. Il primo riguarda la questione dei rimpatri. Anis Amri, l’attentatore di Berlino,  ha trascorso quattro anni in un carcere italiano, poi è stato trasferito nel Cie di Caltanissetta per essere rimpatriato ma le autorità consolari tunisine, nonostante vi sia un accordo di riammissione, si rifiutano di riconoscerlo come loro concittadino. Dunque gli viene notificato l’ordine di lasciare l’Italia. La sua storia giudiziaria – comprese le notizie riguardanti una sua possibile radicalizzazione – viene registrata nel database comune a tutti gli stati europei. Parliamo quindi di uno straniero identificato, passato attraverso tutte le procedure della legge, i cui movimenti sono stati monitorati e comunicati tra le forze di polizia dei diversi paesi. Nonostante ciò, non è stato possibile impedire l’attacco di Berlino.

Questo significa che bisogna arrendersi?
No, piuttosto che non esistono soluzioni miracolose.

E il secondo paradosso?
Il secondo paradosso riguarda il reato di clandestinità: norma inutile, meramente simbolica e schiettamente reazionaria che punisce non un atto ma una condizione esistenziale. Per giunta lenta perché, in ragione di quanto previsto dal nostro ordinamento, esige un lungo iter processuale (tre gradi di giudizio). Per questo e per la violazione del fondamentale diritto umano alla libertà di movimento, andava abrogata. Ma così non si è fatto per sudditanza psicologica nei confronti delle destre. Ora, finalmente, si rivela un arnese arruginito. E poi c’è il terzo paradosso che riguarda l’identificazione degli stranieri. Di oltre il 90% delle 180.000 persone sbarcate nel 2016 in Italia conosciamo dati anagrafici e impronte digitali grazie al foto-segnalamento che avviene appena giunti sulle nostre coste. Dunque la quasi totalità dei migranti sbarcati viene registrata e i dati vengono acquisiti all’interno di una banca-dati europea. Perciò non stiamo parlando di un esercito di clandestini senza volto e senza nome.

Resta il problema di una scarsa collaborazione e scambio di informazione tra le varie polizie europee. 
La vera questione sicurezza è rappresentata proprio dalla debolezza dell’attività di intelligence, controllo del territorio e cooperazione a livello europeo. Come dimostra in maniera lampante la vicenda di Amri, il problema è rappresentato dalla scarsa efficienza dell’attività di prevenzione nei confronti di coloro che operano a fini terroristici. Si tratta, dunque, di concentrare l’attenzione, focalizzare gli interventi e selezionare con intelligenza gli obiettivi. E, invece, si fa l’esatto contrario: si rilancia  l’equazione “irregolare uguale clandestino uguale terrorista”. É un’assimilazione sciagurata, che ha l’effetto di criminalizzare chi è irregolare esclusivamente per necessità e di spingere verso la clandestinità criminale quanti, al contrario, vorrebbero emergere alla legalità della regolarizzazione. Nella stragrande maggioranza dei casi chi è chiamato clandestino è, in realtà, uno straniero che non ha un titolo valido per vivere nel nostro paese per una serie di ragioni, prima tra tutte una normativa estremamente rigida ed escludente, con requisiti sempre più discriminatori. E clandestine, va ricordato, sono le migliaia di persone impiegate “in nero” nell’agricoltura e nell’edilizia.

Verso le quali come bisogna agire?
Si tratta di persone da regolarizzare e non da chiudere in un Centro di identificazione ed espulsione. Del resto, la popolazione trattenuta in quei centri ne è la dimostrazione: ex-detenuti, stranieri residenti in Italia da anni ma che hanno perso il lavoro, vittime di tratta, persone apolidi, diciottenni nati e cresciuti in Italia ma privi di cittadinanza. E parliamo di strutture dove i diritti fondamentali vengono costantemente violati, i cui costi sono enormi e che presentano un bilancio disastroso: nella migliore delle ipotesi appena la metà dei trattenuti viene rimpatriata. Qual è il senso, dunque di una parola d’ordine come «un Cie in ogni regione»?


«Oltre il 77 percento dei circa 180 mila profughi entrati nel sistema di asilo italiano vive in un limbo, ammassato in mega strutture inadatte»
Il Veneto della rivolta di Cona, governato dalla Lega Nord, è una delle regioni meno virtuose a livello di buone pratiche per l’accoglienza ai migranti e richiedenti asilo. Su un totale di 14.221 immigrati presenti sul suo territorio al 30 novembre scorso (dati del Viminale), appena 519 sono quelli che hanno trovato posto nel circuito Sprar, mentre quasi 11 mila (10.627) persone sono state ammassate nelle cosiddette «strutture temporanee» gestite dalle Prefetture con una modalità che non riesce ad uscire da logiche emergenziali e basate su mega strutture di contenimento.

In tutta Italia la mancanza di collaborazione degli enti locali, su cui si basano i bandi dei progetti Sprar, che dovrebbero formare una rete capillarmente diffusa di accoglienza accurata e finalizzata a integrare economicamente e socialmente i migranti in piccoli nuclei, tende a rigenerare logiche securitarie di contenimento in mega strutture come ex caserme o alberghi vuoti.

 La Sicilia – come si vede dal grafico – è la regione più virtuosa in questo senso, dove i migranti ospitati negli Sprar sono 4.259, pari però a quelli ancora nel limbo dei Cas, centri di prima accoglienza. Al vecchio piano Sprar del 2015 hanno partecipato soltanto 339 comuni (su 7.983, dopo le ultime fusioni imposte per spending review), 29 province e 8 unioni comunali in 10 regioni. I progetti Sprar 2016 sono appena scaduti e dall’8 agosto scorso il Viminale ha riformato il sistema di accesso cercando di aumentarne la capienza con premi fiscali e agevolazioni agli enti locali che accettano di parteciparvi.

Il ministero dell’Interno non ha mai sposato in modo sistematico l’accoglienza diffusa ma nell’ultimo anno, sulla scia della battaglia delle associazioni antirazziste e umanitarie oltre che a causa delle inchieste della magistratura e dei richiami delle commissioni per i diritti umani di Strasburgo, almeno la tipologia funzionale alla detenzione e ai respingimenti dei migranti economici dei Cie sembrava avviata a un lento dissolvimento.

A rianimare invece l’idea di risolvere il problema dei profughi utilizzando mega strutture come ex caserme – sempre utilizzate dalle prefetture quando non sanno dove dare un tetto ai migranti in arrivo dagli Hotspot – è stata anche una delle ultime puntate di Report prima dell’addio di Milena Gabanelli alla Rai.

Poi il nuovo governo Gentiloni ha spostato Angelino Alfano, che proprio fuggendo dalla gestione della politica sull’immigrazione, poco politicamente redditizio nel centrodestra, è approdato alla Farnesina, lasciando al Viminale Marco Minniti che ha inaugurato il suo dicastero promettendo un ritorno in pompa magna di Cie ed espulsioni, proprio come Matteo Salvini ha sempre sbraitato di volere.
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