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domenica 8 gennaio 2017

Accoglienza diffusa e politiche urbanistiche

«In Italia infatti a fronte delle migliaia di migranti spesso concentrati nelle stesse strutture in condizioni bestiali, esiste un patrimonio vuoto o inutilizzato di case o appartamenti superiore ad otto milioni di unità». il manifesto, 7 gennaio 2017 (c.m.c.)



Assistere agli spettacoli da dannati della terra» offerti, oggi come ieri, da Cpa e Cie – e per di più nel nostro paese con milioni dei case vuote da rendita finanziario-immobiliare – è mostruosamente grottesco e inaccettabile. Sono da condividere le uscite di coloro che in queste ore ricordano i continui e clamorosi tragici fallimenti delle strutture a grande concentrazione di immigrati, le tristi sigle di questi anni: Cpa, Cie , Cat, per indicare soluzioni molto diverse. Così come da condividere sono le posizioni di chi – come Luigi Manconi- argomenta la sostanziale mistificazione che sta dietro alla categoria di clandestino; laddove sostanzialmente tutti coloro che arrivano (ormai riconosciuti e schedati) fuggono da disastri sociali o bellici o ambientali.

Sarebbe bene che Marco Minniti guardasse più a Papa Francesco e meno a Matteo Salvini; i tentativi di mediazione impossibili tra approcci troppo diversi, se non opposti, hanno significato disastri,troppo spesso.

Il frettoloso annuncio di «una stretta a controlli e espulsioni» rischia di mettere in crisi quel poco di buono che il governo – tramite le prefetture – sta esprimendo, in termini di presa d’atto dei fallimenti delle macrostrutture citate (a parte sprechi ,corruzione e mafie) e di cooperazione con i comuni disponibili e con l’Anci per l’inserimento di ridotti nuclei di migranti in quanti più comuni possibile. Tali strategie possono e devono diventare politiche permanenti nel periodo medio-lungo . Da comprendere nelle azioni di riqualificazione urbanistica e sociale di città e territori.

In Italia infatti a fronte delle migliaia di migranti spesso concentrati nelle stesse strutture in condizioni bestiali, esiste un patrimonio vuoto o inutilizzato di case o appartamenti superiore ad otto milioni di unità (Istat,2011) ; di queste quasi il 60 % sono effettivamente vuote . Mentre circa 450.000 edifici risultano completamente abbandonati. E parliamo solo di abitazioni, perché se aggiungiamo i volumi ex industriali e commerciali le cifre crescono di molto.
Il «vuoto nazionale» è talmente rilevante da costituire un enorme monumento allo spreco sociale , economico e ambientale. 
Oltre che una ferita al paesaggio del Belpaese , anche per il consumo di suolo che ha comportato. Le cifre sono tali da permettere non solo azioni di accoglienza molto più vaste di quelle di cui oggi si parla , ma anche il totale soddisfacimento della domanda abitativa da disagio interno (poco più di 250.000 famiglie: solo le case vuote di Roma e Milano basterebbero quasi a soddisfare tale domanda).

Un problema è rappresentato dal fatto che oltre due terzi di tale patrimonio è privato . Ma proprio per questo l’accoglienza deve diventare una delle componenti fondamentali delle azioni, non solo abitative ma di nuova qualità civile e ambientale delle città. Come già avviene in alcuni comuni – in primis Riace in Calabria – si possono ricercare accordi che portino a protocolli di utilità sociale con i proprietari disponibili (che ne hanno il vantaggio del riuso del bene, spesso con azioni di piccola ristrutturazione o manutenzione straordinaria).

Mentre, laddove la proprietà è rappresentata da persone non fisiche – spesso immobiliari a scopo di lucro – che tengono fuori dal mercato sociale milioni di appartamenti, sovente esentasse perché dichiarati «beni destinati alla vendita» (tutti gli ultimi governi hanno annunciato di voler cancellare tale paradossale iniquità, ma ancora non è successo nulla) vanno ricercati gli idonei strumenti coercitivi: dalla tassazione progressiva sul vuoto/inutilizzato fino alla requisizione per pubblica utilità

L’Anci sottolinea come i migranti ospitati potrebbero svolgere a paga sociale lavori utili alle strutture urbane come raccolta differenziata, piccole riparazioni, cura degli arredi del verde, etc. In realtà – come sottolineato di recente dalla Società dei Territorialisti- tale presenza può agire aspetti molto più strutturali, favorendo la ricostituzione di tessuti socioculturali, oggi spariti, fino alla riqualificazione dei paesaggi urbani e abitativi.

Di più i migranti possono essere gli attori principali di opzioni di sviluppo sostenibile territorializzato – più che mai necessari-soprattutto nei centri abbandonati, che, come già avviene in alcuni contesti meridionali, possono vivere nuove stagioni di sostenibilità sociale legate all’agrorurale e al visiting socioculturale del paesaggio, per esempio. I centri della Piana di Gioia Tauro possono vedere un futuro di riqualificazione sostenibile legato alle strategie di accoglienza, se i migranti passano dai campi simil-profughi in cui vivono oggi a Rosarno e dintorni ad abitare le strutture vuote dei paesi del contesto.
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