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giovedì 1 dicembre 2016

Usa e Italia: perché è importante un senato indipendente

«Ciò che accadrà nei prossimi mesi a Washington è la prova di quanto sia importante, vitale per la democrazia, avere un luogo di riflessione con legislatori indipendenti e non un dopolavoro di consiglieri regionali e sindaci ammanettati alla disciplina di partito». il manifesto, 1° dicembre 2016 (c.m.c.)


A che serve un senato indipendente dalla camera e dal presidente? A nulla, è un doppione, un intralcio, uno spreco di soldi e rallenta le decisioni, rispondono Renzi e la Boschi. Se guardassero agli Usa potrebbero scoprire che, per esempio, serve a evitare la guerra nucleare, un conflitto con la Cina, l’invasione di Cuba, il taglio delle medicine ai pensionati. Tutte sciocchezze, naturalmente, meglio decidere in fretta, da palazzo Chigi.

A Washington, invece, la mitologia dell’Uomo-Solo-Al-Comando non ha ancora fatto presa del tutto e quindi il senato rimane un luogo di discussione dove la disciplina di partito non è garantita.

Quando Trump entrerà in carica il 20 gennaio, in senato ci saranno quasi sicuramente 52 repubblicani e 48 democratici, ma non è detto che su ogni progetto della Casa bianca si trovi una maggioranza. Per esempio, se Trump decidesse di fare ciò che ha promesso di fare in campagna elettorale, riportare la tortura nella prassi della Cia, avrebbe molte difficoltà: molti senatori repubblicani, guidati dall’ex candidato alla presidenza John McCain, glielo impedirebbero.

Il caso di McCain, pilota in Vietnam e prigioniero dei vietnamiti per molti anni, è interessante perché Trump non esitò a insultarlo come «perdente» proprio per essersi fatto catturare dal nemico.

McCain, 80 anni compiuti, è probabilmente al suo ultimo mandato e quindi non deve temere rappresaglie dal partito se violasse la disciplina di voto: con l’eccezione delle spese militari, nel nuovo senato sarà una figura indipendente.

Un altro senatore con l’etichetta repubblicana è Rand Paul, eletto nel Kentucky, figlio di un celebre deputato del Texas antimilitarista, Ron Paul. Il padre aveva votato contro la guerra in Iraq e proposto di ritirarsi dalle Nazioni unite, il figlio è più mainstream ma rimane ma uno spirito libertario più che conservatore e potrebbe rifiutarsi di votare i forti aumenti del bilancio della difesa.
Paul è inoltre un conservatore dal punto di vista fiscale, quindi in nome della riduzione del deficit potrebbe creare difficoltà al piano di investimenti nelle infrastrutture che Trump vuole lanciare per adempiere alla promessa di «creare buoni posti di lavoro» per gli americani.

Il terzo senatore che ama poco Trump, e che sembrava a un certo punto potesse rappresentare l’alternativa dell’establishment del partito all’outsider megalomane, è Ben Sasse del Nebraska. Sasse aveva dichiarato già in febbraio che in nessun caso avrebbe sostenuto Trump, lo ha accusato di avere una concezione monarchica della presidenza e, dopo la nomination, ha addirittura chiesto pubblicamente il suo ritiro dalla corsa elettorale. Sasse è stato eletto in Senato solo nel 2014, quindi non ha l’anzianità e il peso di McCain, ma è molto popolare per la sua rettitudine: quando altri politici repubblicani annunciarono in settembre che votavano per Trump, sia pure turandosi il naso, pubblicò sulla sua pagina Facebook un video intitolato I Won’t Back Down, non indietreggerò.

E una settimana fa ha pubblicato una risposta ai giornalisti che analizzavano le posizioni dei senatori rispetto alla nuova amministrazione intitolata: «I doveri costituzionali precedono la lealtà di partito e gli obiettivi politici».

La lista dei senatori che potrebbero respingere o ridimensionare i progetti di Trump, oltre alle sue nomine, comprende altri cinque repubblicani: Collins (Maine), Murkowski (Alaska), Portman (Oregon), Rounds (South Dakota) e Blunt (Missouri). Non sono omogenei, tutt’altro, ma potrebbero infischiarsene della disciplina di partito (che in senato conta meno che la percezione di cosa pensa la loro base elettorale nello stato di provenienza).

In compenso, Trump potrebbe raccattare qualche voto, parecchi se è abile, tra i senatori democratici di stati rurali che hanno votato per lui, in particolare tra quelli il cui mandato scade nel 2018. Il senatore Joe Manchin del West Virginia, dovrà affrontare degli elettori che hanno dato a Trump il 68% dei consensi, due settimane fa: difficile che voglia salire sulle barricate contro un leader che ha promesso di liberalizzare l’estrazione del carbone, ostacolata dall’amministrazione Obama per ragioni ecologiche.

Altri senatori democratici in stati dominati quest’anno dai repubblicani come Heidi Heitkamp (North Dakota), Jon Tester (Montana) e Joe Donnelly (Indiana) potrebbero ritagliarsi un «ruolo costruttivo» verso l’amministrazione, soprattutto se il programma di Trump di investire in infrastrutture si concretizzerà in una forma accettabile per i democratici. In ogni caso, ciò che accadrà nei prossimi mesi a Washington è la prova di quanto sia importante, vitale per la democrazia, avere un luogo di riflessione con legislatori indipendenti e non un dopolavoro di consiglieri regionali e sindaci ammanettati alla disciplina di partito.
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