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venerdì 30 dicembre 2016

Tradito, catturato, torturato: l’abisso egiziano di Regeni

«Delitto di Stato. Tanto clamore per le parole di Abdallah, quando, alla prova dei fatti, il suo ruolo nella vicenda era chiaro e la Procura di Roma ne era a conoscenza dal 9 settembre scorso». Il Fatto Quotidiano, 30 dicembre 2016 (p.d.)


Nella fiaba Pollicino lascia dietro di sé le briciole di pane per ritrovare la strada verso casa. Nella realtà, tragica, del caso Regeni, la verità raccoglie le briciole, passo dopo passo, senza mai arrivare alla meta finale.

Le dichiarazioni spontanee di Mohamed Abdallah, leader del sindacato egiziano degli ambulanti, rappresentano una delle tante briciole, insufficienti per arrivare alla verità: dare volti e nomi ai responsabili, mandanti ed esecutori materiali, del brutale assassinio di Giulio Regeni. Tanto clamore per le parole di Abdallah, quando, alla prova dei fatti, il suo ruolo nella vicenda era chiaro e la Procura di Roma ne era a conoscenza dal 9 settembre scorso: “È stato Mohamed Abdallah a vendere Giulio alla polizia. Lui stesso ha ribadito che Regeni era una spia e che gli avrebbe chiesto delle ‘informazioni’. Lui è sempre stato convinto che Giulio fosse una spia e come tale l’ha venduto”. È il sunto dell’intervista rilasciata al Fatto da Hoda Kamel, ricercatrice egiziana e amica di Giulio Regeni, alla fine dello scorso aprile. Una briciola importante nel cammino verso la ricerca della verità, confermata dalle parole del procuratore del Cairo, Nabil Sadek, in occasione delle ultime ‘visite di cortesia’ ai colleghi romani e ai genitori del ricercatore friulano.

Sadek aveva confermato il ruolo di Abdallah nella vicenda, ma soprattutto che la polizia aveva ‘attenzionato’ Regeni nei giorni immediatamente precedenti alla scomparsa, la sera del 25 gennaio 2015. Abdallah mercoledì scorso ha rilasciato una intervista alla versione araba dello Huffington Post, i contenuti sono stati ripresi in Italia dall’Espresso: “Regeni interrogava i venditori su questioni che riguardavano la sicurezza nazionale. Chiunque al mio posto avrebbe avvisato le autorità, sono orgoglioso di averlo denunciato. Ho registrato l’ultima telefonata con lui, il 22 gennaio, e l’ho spedita agli Interni”.

Le briciole, necessarie dopo tanto fumo. Depistaggi fantasiosi, a volte irritanti, come nel caso in cui lo studente dell’Università di Cambridge era stato ritenuto un omosessuale e un drogato, quasi che queste condizioni potessero giustificarne la morte. E poi la “sparatoria” con una banda di rapinatori che si conclude con una intera famiglia egiziana sterminata, indicata dalla polizia come responsabile della morte di Regeni, dopo il ritrovamento dei suoi documenti nella casa dei sospettati.

Dopo le false verità messe in scena dall’Egitto di al-Sisi, il cambio di atteggiamento, le visite, reciproche, degli inquirenti, le parziali ammissioni delle autorità del Cairo a proposito dello scenario di fondo. Tentativi di normalizzazione, compresa la presenza del ministro del turismo alla Fiera di Rimini per il rilancio del settore e dei collegamenti aerei; oppure l’arrivo al Cairo, a gennaio, del nuovo ambasciatore italiano, Giampaolo Cantini. Colpi di spugna, tentativi di normalizzare i rapporti tra due Stati, amici di interessi. Le parole del nuovo premier ed ex ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, nella conferenza stampa di fine anno sul caso Regeni, aggiungono poco: “C’è una strada che il governo italiano ha cercato di seguire, della fermezza e della collaborazione – ha detto l’ex responsabile della Farnesina –questa è la linea che abbiamo introdotto con l’Egitto”.

Intanto si avvicina il primo anniversario dalla scomparsa di Giulio Regeni, avvenuta in una giornata particolare per l’Egitto: il quinto anniversario dalla rivoluzione di piazza Tahrir, quella che ha prodotto un terremoto istituzionale senza precedenti, portando alla caduta di Hosni Mubarak e alla successiva presa del potere della Fratellanza Musulmana. Giulio era stato tutto il giorno nel suo appartamento, uscendo intorno alle 20 dalla stanza al civico 8 di via Yanbo, nel quartiere di Doqqi, sulla rive ovest del Nilo. Quattrocento metri a piedi per raggiungere la stazione della metropolitana di Bohooth. Alla quarta fermata del convoglio, Naguib, Giulio è sceso, con l’obiettivo di tornare nei pressi di piazza Tahrir, a Bab al-Louq. Obbligato a farlo, visto che la fermata centrale quel giorno era stata chiusa dalla polizia per motivi di sicurezza. Regeni doveva incontrare un amico italiano e assieme a lui raggiungere l’abitazione di un docente di sociologia e criminologia che li stava aspettando. Da Naguib dl ricercatore si sono perse le sue tracce. Il suo cellulare è tornato attivo per qualche minuto il 26 gennaio, per poi non riaccendersi più. Gli otto giorni successivi sono stati carichi di ansia, fino a quando i passeggeri di un minivan diretto ad Alessandria, costretti a una sosta, non si sono accorti di quel cadavere in un fosso.
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