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sabato 31 dicembre 2016

Tanta voglia di censura in Europa (e in Italia)

«Ultimo arriva il capo dell’Antitrust Pitruzzella: un’agenzia statale bonifichi il web. L’Europarlamento ha approvato una risoluzione che definisce sospetta ogni critica all’Ue». Il Fatto Quotidiano, 31 dicembre 2016 (p.d.)


La verità è un concetto complesso e spesso nel dibattito pubblico finisce per coincidere con l’opinione dominante. La “post-verità” invece - che è il modo in cui da qualche tempo le persone ben nate chiamano le leggende metropolitane, specie se diffuse sui social network - rischia di diventare un concetto manganello con cui esiliare dal pubblico dibattito tutto quel che non è mainstream: Brexit, l’elezione di Trump, il nostro referendum del 4 dicembre, tutto porta il segno della “post verità”, la quale ovviamente aiuta “i populisti”, altra parola manganello di cui non è chiaro il significato. Sembra più un fenomeno di rimozione: bisognerà pur trovare una spiegazione al fatto che gli elettori continuano a votare in maniera difforme rispetto a come gli dicono di fare il 90% dei media (su input, per così dire, dei loro referenti economici e politici). Colpa della post-verità.

E come si difende invece la “verità” che piace alla gente che piace? Un pezzo dell’establishment ha cominciato a pensare che si debba farlo in sostanza con la censura. Da ultimo, ieri, il presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella. “La post-verità è uno dei motori del populismo ed è una minaccia per le nostre democrazie”, ha dichiarato nientemeno che al Financial Times: “Siamo a un bivio: dobbiamo scegliere se vogliamo lasciare Internet così com’è, un Far West, oppure se imporre regole in cui si tiene conto che la comunicazione è cambiata. Io ritengo che dobbiamo fissare queste regole e che spetti farlo al settore pubblico”.

In sostanza, Pitruzzella propone una rete di agenzie pubbliche che si occupino di bonificare il web (“pronta a intervenire rapidamente se l’interesse pubblico viene minacciato”) sulla base di parametri di verità stabiliti dallo Stato o, meglio, dalla maggioranza politica protempore (è appena il caso di ricordare che Pitruzzella, avvocato assai vicino a Renato Schifani, sta su quella poltrona su nomina dei presidenti di Camera e Senato). “La mia non è una proposta volta a creare forme di censura,ma a rafforzare la tutela dei diritti nella rete”, ha spiegato poi.

Il presidente dell’Antitrust, però, non è impazzito: il dibattito sulle fake news (notizie false) agita le élite intellettuali, politiche ed economiche sulle due sponde dell’Atlantico. L’Europarlamento, ad esempio, ha approvato il 23 novembre una risoluzione “per contrastare la propaganda nei confronti dell’Ue da parte di terzi”: un testo delirante che ha come centro una “guerra della bufala” (ma non la mozzarella) contro la Russia e un’altra contro la propaganda dell’Isis, ma che si presta - volendo - a usi più estensivi. Intanto nel testo si ricorda che libertà d’espressione e pluralismo dei media sono benedetti, ma “quest’ultimo può tuttavia essere in certa misura limitato”. Poi si propone una sorta di lista nera delle “fonti dei media che in passato siano state ripetutamente impegnate in strategie di disinformazione”(qualunque cosa significhi). È comunque considerato sospetto fare “propaganda ostile nei confronti dell’Ue” o “screditare le istituzioni Ue e i partenariati transatlantici” (la Nato).

Questa è la formula della dannazione: “Sebbene non tutte le critiche nei confronti dell’Ue siano necessariamente propaganda o disinformazione, i casi di manipolazione o di sostegno legati a Paesi terzi e intesi ad alimentare e a esacerbare tale critica danno adito a dubbi sull’affidabilità dei messaggi”. Tradotto: se criticate l’Ue siete tipi sospetti, probabilmente al soldo di Putin o dell’Isis. Un singolare delirio maccartista. Tornando in Italia, il tema è caldo da quando 20 milioni di italiani hanno bocciato la riforma costituzionale. Ovviamente Renzi ha usato l’argomento da par suo: “Abbiamo perso sul web. Lo abbiamo lasciato ai diffusori di falsità” (ce l’ha col M5s). Il Guardasigilli, Andrea Orlando, ha invece detto al Foglio che una soluzione per “disincentivare la post-verità” è “la trasformazione di Facebook in qualcosa di simile a un editore” (cioè rendere l’azienda responsabile per i contenuti degli utenti, idea che piace anche alla Merkel).

Come spesso capita è dall’antica saggezza democristiana - che in questo caso ha le fattezze del viceministro Antonello Giacomelli (Pd) - che arriva un richiamo al buon senso: “Attenti a non trasformare Facebook in un gigantesco alibi per coprire fenomeni più profondi e complessi o semplicemente il nuovo che avanza”.
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