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martedì 20 dicembre 2016

Mondo glocale

«Cosmopoli multietnica e multireligiosa, città-mondo ed economia-mondo sono i termini che usiamo per indicare ieri Venezia, oggi New York, Hong Kong o Mumbai». Doppiozero online, 19 dicembre 2016 (c.m.c.)


Da Weber e Simmel a Saskia Sassen, la città è cosmopoli, riunisce e ‘ordina’ (kosmos) individui diversi per estrazione sociale e provenienza geografica, non tutti cittadini però – la città da sempre ospita molte figure intermedie e provvisorie, spurie. Molto più degli Stati che confinano ed espellono, le città sono luoghi di mescolanze e ibridi, con tutti i significati e i valori che ciò porta al processo di civilizzazione. Come quest’ antico lascito sia tuttora vitale è un aspetto non trascurabile della nostra visione del mondo.

1. Ieri  
Venezia, come dimostra il materiale iconografico raccolto in “Venezia, gli Ebrei e l’Europa 1516-2016” a cura di Donatella Calabi ed esposto in mostra al Palazzo Ducale di Venezia, è il luogo simbolico di una sorprendente pagina di storia del cosmopolitismo europeo. Ci si aspetterebbe che la formazione nel 1516 del primo ghetto d’Europa fosse processo di chiusura, persecuzione di minoranze religiose e prototipo di ogni futura segregazione. E invece la città ha lì sperimentato, in un’epoca di espulsioni e forzate conversioni, di crociate e di stermini a sfondo religioso guidati dall’Occidente, un mix di convivenza etnica e religiosa che prepara la moderna cosmopoli: forse unica Utopia del nostro tempo segnato da nuove linee di frattura.

La ragnatela delle persecuzioni antiebraiche nei due secoli che precedettero il ghetto veneziano, dalla Spagna e Portogallo alla Francia agli staterelli di ciò che restava del Sacro Romano Impero germanico, rende ancora più forte ed ‘eccentrica’ la scelta della Repubblica veneziana di ospitare, certo circoscrivendoli in uno spazio controllato, gli Ebrei in città. 
Già essi erano internamente articolati (italiani tedeschi levantini portoghesi) e parlavano lingue e praticavano riti diversi, come testimoniano le diverse sinagoghe (italiana, spagnola, levantina). Ma l’intera città era un mosaico di comunità straniere, ospitate e circoscritte: albanesi, greci ortodossi, turchi, arabi, persiani, tedeschi. Ne rintracciamo ancora i segni nel tessuto urbano.
‘Zone naturali’, simili a quelle che a Chicago saranno create nell’immigrazione del Novecento colorandosi di italiani, polacchi, irlandesi, ebrei (cui il sociologo Louis Wirth dedica nel 1928 “The Ghetto”, storia della comunità ebraica che nella metropoli si auto-seclude e quando la seconda generazione di immigrati cercherà di abbandonare quello spazio, fatalmente li riattrarrà ‘costringendoli’ a tornare volontariamente sui propri passi).

A Venezia la chiusura del ghetto, la sorveglianza notturna lungo il canale perimetrale imposta agli (e pagata dagli) stessi Ebrei a opera di custodi cristiani, gli insulti che accompagnavano le imbarcazioni che portavano i feretri al cimitero ebraico del Lido: sono tutti aspetti ben documentati, compresi gli effetti imprevisti eppure benefici come l’apertura ad opera degli Ebrei di un nuovo canale (il canale degli Ebrei a Castello) per far transitare quei feretri, che porterà vantaggi a tutta l’economia urbana. 
Ma colpisce la porosità urbanistica e culturale del confine imposto, il dialogo tra veneziani ed Ebrei anche lungo e nonostante quel bordo, e soprattutto l’apertura diurna che permette agli Ebrei di alimentare tutte le attività e i traffici della città commerciale. Il dialogo è raffigurato dall’incantevole Carpaccio nella predica di santo Stefano, in cui si affollano turbanti e lunghe barbe ad ascoltare il santo in un paesaggio urbano che è Venezia e insieme Gerusalemme. Perfetta rifrazione urbanistica del dialogo tra due mondi culturali. Innovazioni urbane e dialogo filosofico che si svolgono al più alto livello intellettuale tra Ebrei e cristiani.

La mancanza di spazio poi produce quella rilevante innovazione della crescita verticale delle abitazioni del ghetto Nuovo e Nuovissimo, quella piccola Manhattan che ancora si visita con sorpresa alzando gli occhi verso l’alto nel sestiere di Cannaregio. E poi colpisce la forte integrazione dell’élite ebraica nell’élite veneziana, documentata intorno a figure che tra Sei e Settecento rallentano la lunga braudeliana decadenza della Repubblica. La ricchezza degli Ebrei, che non poteva tradursi in rendita urbana per mancanza di titolo alla proprietà immobiliare, si traduceva in flussi finanziari, in moneta circolante: inaugurando nei banchi degli Ebrei la filosofia del denaro di Simmel e forse la finanziarizzazione del capitalismo contemporaneo.

Quando nel 1797 Napoleone abbatte le porte del ghetto la città festeggia, è cosmopolitismo anche politico e non solo economico quello degli Ebrei veneziani che inneggiano ai princìpi della rivoluzione francese, iniziando un’epoca di assimilazione che continua nell’Otto e Novecento. Il ritorno al ghetto degli Ebrei veneziani sopravvissuti alla Shoah chiude con una foto sobria il percorso della mostra.

2. Oggi 

Cosmopoli multietnica e multireligiosa, città-mondo ed economia-mondo sono i termini che usiamo per indicare ieri Venezia, oggi New York, Hong Kong o Mumbai. A New York il 35,8 % della popolazione è nata fuori ed è immigrata, a Hong Kong il 40 %, mentre a Mumbai l’altissima percentuale di immigrazione viene dal subcontinente indiano. Le logiche spaziali di ghetto (o di slum a Mumbai) hanno a lungo segnato queste città-mondo.

Oggi la segregazione, o auto-segregazione, si declina come mescolanza incessante e porosità dei confini. La diversità etnica è cresciuta negli ultimi tre decenni creando mescolanze e accentuando segregazioni: a New York vivono oggi due milioni di Asiatici (sono raddoppiati in 20 anni), molto segregati spazialmente e socialmente anche se non sempre in aree svantaggiate come gli Afro-americani. Oggi a New York più della metà delle famiglie è concentrato nelle aree più povere oppure in quelle più ricche, mentre le aree a medio reddito della middle class si sono ridotte scendendo dal 65 al 44 % nelle metropoli americane.

A Hong Kong invece, dove la middle class sta crescendo in modo fortissimo, la crescita urbana ad alta densità si concentra nei nuovi quartieri di edilizia pubblica (che raggiunge il 50% dell’intero stock edilizio, la percentuale più alta al mondo di public housing) e la mescolanza sociale ed etnica si esprime in forme nuove: la recente e tuttora in corso mobilitazione politica di Hong Kong è anche il frutto di questa crescita. A Hong Kong ci sono attivisti, associazioni di welfare e movimenti sociali molto simili a quelli occidentali.

A Mumbai metà della popolazione, cioè sei milioni di persone, vive in slums che crescono a fianco delle aree più ricche ed esclusive: nello slum semplicemente abitano i domestici, lavoranti, custodi e autisti delle case in cui vivono i ricchi Global Indians, mentre nello stesso tempo si sviluppano città satelliti e new towns come Navi Mumbai, dove si concentra la nuova classe media in aree a bassa densità (tre volte meno dense della incredibile densità media di Mumbai) e servizi urbani avanzati.

Rispetto alle relazioni ‘centrale-locale’ di chiara origine imperiale (vecchia e nuova), il mondo si sta ridefinendo come glocale. Il globale e il locale non sono due piani o pianeti posti uno sopra l’altro, uno alto l’altro basso, essi sono lo stesso piano: nastri e circuiti entro cui fluisce la società globale. Alta e bassa, insieme: anche se nuove segregazioni spaziali e abissali distanze di ricchezza si sono moltiplicate negli ultimi tre decenni. Ogni discorso sulla glocal city, sulla città smart etc. dovrebbe andare in questa direzione: identificarne i crocevia, le intersezioni, i nodi del mondo e gli incroci.
Occorrerebbe ridisegnarne la geografia sociale. Sul piano dell’informazione, a formare un recente strato virtuale che si sovrappone agli altri strati formatisi nel tempo lungo ci sono: le reti, le imprese, gli users, gli Internet exchange, i linguaggi funzionali, l’Internet fisico della logistica delle merci, ecc. Sul piano dell’urbano (la dimensione planetaria dell’umanità globale, con diverse piegature e ispessimenti localizzati) essi sono le città, i flussi, le agenzie funzionali, i think-tank, le comunità trans-nazionali e diasporiche, ecc.
Per questo l’urbanizzazione planetaria non ha più alcun ‘interno’ ed ‘esterno’ ma tutto succede allo stesso tempo e nello stesso spazio, come scriveva Lefebvre. Possiamo riconoscere i nodi di un intelletto metropolitano espanso, non più confinato in alcuna amministrazione locale né dipendente da alcun centro nazionale. Le nostre reti, agenzie, funzioni, politecnici, piattaforme sono le basi di nuovi raggruppamenti, cluster, assemblaggi di cui è fatta la società globale; in attesa che altre istituzioni a scala planetaria possano emergere dalla crisi attuale.

Filone di Alessandria coniò il termine megalopoli in un’altra grande crisi, quella ellenistica; per il filosofo ebraico alessandrino megalopoli era un ‘mondo di idee’ che predetermina e dirige il mondo materiale in cui viviamo. Quel cosmopolitismo ellenistico, sostiene Sloterdijk, fu il tentativo di rendere l’anima capace di sopportare l’esilio attraverso l’ascesi; quello moderno è invece l’impresa di fornire ai corpi dei turisti lo stesso comfort dovunque essi vadano. Nella prima Ecumene il mondo della mescolanza, il Mediterraneo, si disfece senza più ricomporsi. Sta succedendo ancora oggi nella seconda Ecumene, negli spazi globalizzati in cui l’ultima Utopia cosmopolitica potrebbe tramontare.

Come Venezia ieri, l’Europa oggi può costruire il suo cosmopolitismo non tanto sulla dimensione delle sovranità territoriali delle nazioni o sul numero delle persone che esse ricevono e ospitano, quanto sulla capacità di trascendere questa espansione visibile e nell’allargare il proprio orizzonte geopolitico in un’area di gran lunga più vasta.

Intanto altri ibridi geopolitici si stanno formando, in altre parti del mondo, che spingono nelle più diverse direzioni: a Hong Kong, a Taiwan, a New York, ad Abu Dhabi sullo sfondo di passate e recenti colonizzazioni si mescolano popolazioni, tecnologie ed ecologie producendo utopie e distopie, razionalità tecniche ed esternalità negative, conflitti e nuove schiavitù di cui il nostro secolo sarà a lungo testimone.
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