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giovedì 22 dicembre 2016

MappaNapoli la magnifica ossessione del Professore

«La storia straordinaria di Italo Ferraro, che da trent’anni, armato di matita, lavora a un atlante completo della città. Atlante della città storica che ora si arricchisce del decimo tomo, dedicato a Posillipo». La Repubblica, 22 dicembre 2016 (c.m.c.)



La scoperta di un chiostrino quattrocentesco provocò in Italo Ferraro una sensazione di euforia. Euforia che non sembra abituale in lui, almeno da come sommessamente è arredato il suo studio d’architetto, tre stanze ricavate in cima a una scala un po’ arruffate, con il soffitto basso e dove ci si muove a stento.

Tutti davano il chiostrino per distrutto durante i lavori del Risanamento che a fine Ottocento sventrarono il centro antico di Napoli. Lui non si fidava di un’accreditata letteratura e calandosi in un locale caldaia da una finestra dell’ospedaledell’Annunziata, se lo trovò davanti agli occhi. Poi ne seguì il tracciato in un negozio lì a fianco dove i proprietari ne avevano incorniciato i reperti. Ed ecco che, un pezzo per volta, il chiostrino riprese forma nel rilievo che Ferraro tracciò su un quaderno. Un disegno minuto, millimetrico.

È così che Italo Ferraro, professore in pensione di progettazione architettonica, procedendo edificio per edificio, isolato per isolato, quartiere per quartiere, va componendo un mastodontico atlante di Napoli, una mappa che aspira alla totalità di quel che si è costruito nei secoli, antico e moderno, bello e brutto, sontuoso e sberciato, frutto d’ingegno progettuale e di sfacciata speculazione.

«Senza pregiudizi », aggiunge, «perché la città respinge i pregiudizi e Napoli più di ogni altra non è responsabile di quel che le hanno fatto. Nessuna città è un oggetto perfetto e la bellezza la scopro ovunque, non è mai del tutto sopraffatta».

Ferraro, settantacinque anni, quaranta passati a insegnare, un paio di baffi ben pettinati, volge lo sguardo allo scaffale di fronte dove si allineano i nove volumi fin qui pubblicati di Napoli. Atlante della città storica che ora si arricchisce del decimo tomo, dedicato a Posillipo. Li osserva, li avvolge con il fumo di una sigaretta e li accarezza con la sua molle e colta parlata napoletana. Ogni volume è intitolato a una zona della città — i Quartieri Spagnoli, dallo Spirito Santo a Materdei, Stella, Vergini e Sanità, Chiaia, il Vomero… -, conta settecento pagine, misura 30 centimetri per 24, pesa quattro chili e costa 200 euro.

Lo schema si ripete. I tomi sono composti di saggi storici (non solo suoi, anche di illustri colleghi: Gaetana Cantone, Attilio Belli, Benedetto Gravagnuolo…) seguiti dalle mappe dei piani terra e dai prospetti delle facciate di tutti, ma proprio tutti, i palazzi, i monumenti, le chiese, i monasteri, gli edifici pubblici, gli stabilimenti, ai quali sono dedicate corpose schede, arredate di foto, antiche vedute e cartografie.

Il rilievo e la mappatura vanno avanti da trent’anni e sono frutto anche del lavoro dei tanti studenti dei corsi di Ferraro. La parte sul centro storico è stata utilissima quando, negli anni Novanta, si è avviato il piano regolatore della città che ha introdotto una stringente tutela. Dal 2003 è iniziata la pubblicazione dei libri, che hanno avuto cadenza regolare, grazie al finanziamento della Società Metropolitana di Napoli e al sostegno del Premio Napoli quando a dirigerlo erano Ermanno Rea e poi Silvio Perrella.

Questi dieci volumi sono un unicum. Ferraro assicura che non c’è nulla di simile per nessun’altra città, ma «Napoli è Napoli, conserva strato su strato i tempi delle sue trasformazioni e ognuno può sperimentare le vie del centro antico come alcune migliaia di anni fa. Nulla si perde della cultura materiale delle prime epoche». All’inizio dell’impresa, Ferraro voleva limitarsi al centro storico. Poi, con i suoi collaboratori (i cui nomi ricorrono in ognuno dei volumi), ha verificato che molta storia figura nelle zone dell’espansione novecentesca, per cui «a Posillipo non c’è grande edificio che non sia costruito su un altro edificio: Napoli è cresciuta su sé stessa, persino quando sembrava spingersi oltre i confini». E così quando uscirà l’undicesimo volume su Fuorigrotta, quasi tutto il territorio comunale sarà coperto da questa imponente, minuziosa cartografia, che nella cura del dettaglio conserva qualcosa di giocoso.

Ferraro disegna e scrive a mano. I fogli che custodiscono la sua ordinata calligrafia sono sul bordo della scrivania, impilati a blocchetto. Ha già uno schema di quel che farà. Vuol mappare i quartieri periferici di Secondigliano, Barra e Ponticelli, quelli dell’edilizia popolare, delle Vele (che nel frattempo saranno abbattute). «Il secondo Novecento non è solo la cronaca di un massacro, basta guardare le opere di un architetto come Luigi Cosenza, dallo stabilimento Olivetti a Pozzuoli fino a villa Savarese a Posillipo ». Dopo essersi spinto a Scampia, deciso a sottrarre lo stigma famigerato che l’opprime, Ferraro rimetterà mano ai primi volumi. Ha scovato all’Archivio di Stato le carte di contenziosi giudiziari che permettono di meglio dettagliare i particolari di diversi edifici. I proprietari sono evocati maniacalmente, sfilano signori e poveracci, prelati e badesse, geografia e storia s’incrociano perché non sfugga neanche un’inezia topografica.

Ferraro è nato al rione Sanità, il quartiere che mescola i mattoni e il tufo del suolo, gli sfarzosi palazzi Sanfelice e dello Spagnuolo, le catacombe paleocristiane e le cittadelle conventuali. Nel romanzo postumo di Rea, Nostalgia, Ferraro compare con uno dei volumi come guida del narratore nei percorsi dentro il rione dove «il ricordo dei morti si trasformava in una sorta di ossessione collettiva, in una forma di religiosità venata di pagana follia».

La storia della città non finisce mai di condizionare il presente. Ferraro aveva svolto lo stesso ruolo in un precedente romanzo di Rea, Napoli Ferrovia. Ma alla Sanità il presente parla della violenza camorrista fronteggiata dai ragazzi delle cooperative riunite intorno alla Basilica di Santa Maria della Sanità e al suo parroco, don Antonio Loffredo. «Non me la sento di dire che l’Atlante contribuisca al riscatto di quello come di altri quartieri di Napoli», confessa Ferraro, «m’interessa però mettere le cose in chiaro. Io giro per la Sanità e attuo tutti i mezzi per stanarne la bellezza. Purtroppo gli stereotipi sono troppo forti, a partire da quello che ci descrive come un paradiso abitato da diavoli, il più falso di tutti».


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