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domenica 18 dicembre 2016

La «Giornata dei Migranti» per ricordare storie, ferite e sogni

«I migranti sbarcati in Italia scappano da guerre, violenze, persecuzioni, miserie, conflitti. Il 18 dicembre è una data importante, segnata per ricordare le loro storie, le loro vicende». Corriere della sera, Corriere sociale online, 18 dicembre 2016, con postilla sulla JP Morgan

Se guardi nella profondità dei suoi occhi, puoi ancora vedere tracce del riflesso di dolori e violenze che lo accompagnano sin da quando era molto piccolo. Ed ora che di anni ne ha 18, Kone sta provando ad allontanare dalla sua vita i momenti più drammatici e difficili per realizzare i suoi sogni più ambiziosi e confidare in un futuro più generoso del passato. Perché Kone, della Costa d’Avorio, ha perso il papà molto presto ed è cresciuto con la madre, attivista politica dell’opposizione. A soli 9 anni, però, ha assistito al pestaggio e all’arresto della madre da parte della polizia governativa. A quel punto, Kone ha iniziato il suo viaggio. Fisico e mentale. Ha seguito il tragitto compiuto da migliaia di migranti che ogni anno transitano dal Mali e dal Niger per arrivare in Libia. E’ in questa terra martoriata e in piena guerra civile che ha svolto lavori saltuari per pagarsi le tratte del viaggio, per garantirsi la miglior vita possibile dopo l’inferno che aveva vissuto e toccato con mano.

"Sosteniamoci" per minori stranieri non accompagnati


Kone fa parte dei 15 mila minori arrivati nel 2016 sulle coste italiane senza genitori, bambini in condizioni al limite della sopravvivenza ed in fuga da contesti di guerra, violenza, povertà. Adolescenti di 12-17 anni, provenienti da Paesi diversi, come Egitto, Gambia, Albania, Eritrea, Nigeria, Guinea, Costa d’Avorio e Somalia. Secondo gli ultimi dati del Ministero dell’Interno. Kone nella città di Bergamo ha trovato la risposta al suo viaggio migratorio. Perché fa parte dei 25 minori stranieri non accompagnati inseriti nel progetto "SOSteniamoci", l’iniziativa realizzata da Cesvi con il sostegno di Brembo per favorire l’autonomia socioeconomica dei ragazzi, supportandoli nella realizzazione del loro progetto di vita tramite la creazione di percorsi formativi a cui farà seguito un processo di inserimento lavorativo in varie realtà del bergamasco.

Quella di Kone, dunque, è una storia destinata a cambiare, ad evolvere in un sentiero di piena integrazione nella comunità e di acquisizioni di competenze professionali. Ma per tutti gli altri?

La giornata internazionale di solidarietà

Dal primo gennaio al 31 ottobre 2016 sono più di 158.795 i migranti sbarcati in Italia. Scappano da guerre, violenze, persecuzioni, miserie, conflitti. Il 18 dicembre è una data importante, segnata per ricordare le loro storie, le loro vicende. La Giornata Internazionale di Solidarietà con i Migranti, infatti, è stata istituita nel 2000 dall’Organizzazione delle Nazioni Unite perché in questo stesso giorno del 1990, l’Assemblea Generale dell’ONU aveva adottato la Convenzione Internazionale per la tutela dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie. Ed allora storie come quelle di Kone aiutano fare memoria, a creare una maggiore coscienza sul fenomeno dell’immigrazione, ad approfondire meglio cosa succede nei loro Paesi e cosa c’è dietro la fuga che troppo spesso coincide con la perdita di numerose vite umane durante il cosiddetto viaggio della speranza.

In fuga da Boko Haram


Grace ha 40 anni e vive in Nigeria. Circa sei anni il suo villaggio è stato attaccato, saccheggiato e distrutto da Boko Haram. Grace in quel periodo era incinta e viveva col marito ed il figlio di 12 anni. L’intera famiglia è stata catturata dalle milizie jihadiste. Grace nel periodo di prigionia ha dovuto subire ogni forma di schiavitù, ha fatto lavori pesanti, ha sofferto tanto, ma in qualche modo è riuscita a scappare e a far perdere le sue tracce.

E’ tornata nel suo villaggio ed ha aspettato il ritorno dei suoi cari. Durante la straziante attesa ha anche partorito il suo secondo bambino. Il marito un giorno ha fatto ritorno a casa, ma l’altro suo figlio non è più tornato al villaggio. Lo sta ancora aspettando, perché è convinta che sia ancora sotto le mani di Boko Haram, utilizzato probabilmente come bambino soldato.

Una delle più gravi crisi umanitarie si sta consumando in Africa proprio a causa degli attacchi indiscriminati di Boko Haram ed a pagarne le conseguenze come Grace e la sua famiglia sono 21 milione di persone; 2,6 milioni di persone, invece, sono state costrette a lasciare le loro case per evitare la morte.

E’ una migrazione silenziosa e dimenticata dall’opinione pubblica che coinvolge la regione del bacino del Lago Ciad dove si affacciano il Camerun, il Niger, la Nigeria e il Ciad. Dal 2009 l’area è stata assediata da Boko Haram nel tentativo di instaurare un califfato islamico in Africa occidentale; le violenze delle milizie dell’estremista jihadista si sono concentrate in particolare nel nord-est della Nigeria. «Tra gli esuli vi è un ampio numero di bambine che sono state sottoposte a violenze di ogni tipo – spiega Tiziana Fattori, Direttore Nazionale di Plan International Italia – .

Alle bambine tocca pagare sempre doppio in quanto quelle abusate vengono stigmatizzate dalle comunità, specie se rimaste incinte durante la cattura. Infatti molte di loro non vogliono tornare nel loro villaggio, temendo il disonore per la loro famiglia che le ripudierebbe». Di conseguenza, i programmi in loco di "Plan International" per i bambini migranti hanno due focus: la protezione infantile e l’aiuto alle vittime di violenza di genere. Ma di recente Plan International ha anche aperto due uffici per avviare un programma dedicata alla ricerca dei bambini scomparsi, proprio come nel caso di Grace che nonostante tutto non ha ancora perso la speranza.

Contrastare la tratta di esseri umani


Quello di Seny, invece, è stato un viaggio di ritorno. Disoccupazione, mercato locale sottosviluppato, mancanza di competenze professionali, il giovane è partito dalla sua terra, dal Senegal per sognare un futuro migliore in Europa. Non sapeva che la morte è un prezzo concreto da pagare se ci si mette in viaggio senza essere a conoscenza dei pericoli o di che cosa sia la tratta di esseri umani. Anche Seny è stato fortunato. Perché al suo arrivo in Italia è stato accolto in Centro di Accoglienza in Sicilia. E’ qui che il giovane ha conosciuto gli operatori di Missioni Don Bosco e VIS (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo), le due realtà promotrici della campagna "Stop-Tratta – Qui si tratta di essere/i umani", rivolta a cinque Paesi di origine e transito dell’Africa Sub-Sahariana: Ghana, Senegal, Nigeria, Costa d’Avorio ed Etiopia.

Attraverso il progetto, quindi, Seny è tornato nel villaggio da cui era partito per incontrare e parlare con la sua gente, con la sua comunità d’origine. Ha raccontato, a chi lo conosce da sempre, il terribile viaggio che ha dovuto affrontare, i pericoli, le insidie.

Non a caso, la campagna è nata dalla necessità di contrastare il traffico di esseri umani attraverso la sensibilizzazione dei potenziali migranti sui rischi del viaggio verso l’Europa, dalla detenzione alla morte, fornendo informazioni utili attraverso i social network e contenuti nelle lingue locali per favorire una scelta consapevole. Seny ha portato la sua diretta testimonianza. Ma il lavoro di VIS e Missioni Don Bosco prosegue nei cinque Paesi coinvolti con l’attivazione di corsi di formazione professionale. Idraulica, sartoria, informatica, agricoltura, elettromeccanica e tanto altro. Perché al viaggio, i migranti devono preferire sfruttare le risorse e le ricchezze offerte dai loro territori e le varie competenze professionali acquisite.

Il lavoro per l'integrazione

Intanto, proprio nella Giornata nata nel rispetto della Convenzione Internazionale per la tutela dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie, prende il via  Work 4 Integration»
, il progetto promosso dall’Organizzazione Umanitaria Soleterre-Strategie di pace destinato a 120 cittadini migranti residenti nella provincia di Milano disoccupati o a rischio disoccupazione. Tra il 2010 e il 2014 il tasso di occupazione a livello nazionale è diminuito del 5,5 %, passando dal 68,1 % al 62,6 %. All’interno di questo scenario, quindi, i migranti sono vittime di discriminazioni (retribuzione, condizioni di lavoro, possibilità di carriera), segregazione orizzontale e verticale in settori e mansioni specifici e di iper-specializzazione che porta fino al de-mansionamento, fenomeno per cui l’Italia presenta i tassi più alti d’Europa e che rappresenta dunque un tratto caratteristico del modello d’integrazione italiano.

Le difficoltà primarie che gli immigrati in Italia devono affrontare nella ricerca del lavoro sono le conoscenze linguistiche, in particolare la terminologia specifica del settore lavorativo, il livello di istruzione e le competenze tecniche che potrebbero non aderire agli standard italiani. E’ qui che si inserisce il progetto finanziato dalla JP Morgan Chase Foundation, che per 18 mesi coinvolgerà i migranti residenti nella provincia di Milano in attività che facilitano l’accesso all’informazione, alla formazione e all’inserimento lavorativo. Obiettivo dell’iniziativa è assicurare il benessere psicosociale di uomini e donne adulti e neo-maggiorenni, sostenendo i loro percorsi migratori con particolare attenzione alla dimensione lavorativa, e sensibilizzare le aziende su questi delicati temi.

postilla

Il riferimento alla JP Morgan (quella multinazionale che ha raccomandato ai governi dell'Europa del Sud di rendere le loro costituzioni meno favorevoli ai diritti dei lavoratori e alla democrazia) fa venire in mente brutti pensieri. E in particolare fa ricordare quanto sia labile il confine tra neoschiavismo e offerta di attività ai migranti. Oltre all'affidabilità della rete d'accoglienza, la garanzia è forse costituita dall'offrire occasioni di lavoro non a migranti singoli, ma a gruppi capaci di autodeterminazione.
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