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Gli aguzzini si incontrano sui confini. La barriera costruita nel 2015 sul confine tra l'Ungheria, la Croazia e la Serbia, di cui si vanta oggi il presidente ungherese Viktor Orban. Il sindaco di estrema destra Laszlo Toroczkai si era visto inizialmente rifiutare la richiesta di costruire un muro sullo stile di quello USA-Mexico, ma con l'avvicinarsi delle elezioni ungheresi il presidente nazionalista ordinò infine la costruzione della recinzione. (i.b.)

scritta dai media

DAI MEDIA

giovedì 1 dicembre 2016

I ricatti che subiamo e quelli che imponiamo

«Non una di meno. Dal movimento delle donne un percorso che sfida lo status dei maschi e chiede un cambiamento radicale. Intrecciato alla difesa di reddito, lavoro, ambiente, immigrati». il manifesto, 1° dicembre 2016 (c.m.c.)

Viviamo da tempo, e sempre di più, in un regime di ricatto continuo, a cui rischiamo di assuefarci. Facciamo alcuni esempi.

L’abolizione dell’art. 18 rende non solo più facili i licenziamenti; introduce anche nelle aziende un clima di ricatto permanente analogo a quello del lavoro precario. Gli effetti non vanno misurati solo sul numero dei licenziati quanto su quello di morti, infortuni e malattie professionali di chi non può più sottrarsi alle imposizioni della gerarchia.

L’accordo sui profughi tra Unione europea e Turchia espone al ricatto di Erdogan tutti i governi europei che non possono certo sottrarvisi solo tacendo su misure vergognose in tema di democrazia, persecuzione dei curdi o sostegno all’Isis. Quel ricatto continuerà finché si tratteranno i profughi come una calamità e non come una opportunità per ricostituire, con il loro contributo, un diverso ordine sociale.

Il debito degli Stati dopo il «divorzio» tra Governi e Banche centrali ha messo in mano alla finanza internazionale non solo le politiche pubbliche ma anche vita e scelte dei cittadini. Le vicende della Grecia dimostrano che piegarsi una, due, tre o quattro volte non libera comunque dal ricatto, che resta permanente. Lo sperimentiamo anche noi: i rappresentanti dell’alta finanza che ci hanno imposto gli ultimi governi oggi vengono a dirci come dobbiamo votare al referendum per evitare uno sfracello. Il che rende evidente che gli «sfracelli» non dipendono dalle «leggi oggettive» del mercato ma da decisioni politiche; prese però non dai governi, ma da poteri tutt’altro che occulti che li tengono in pugno con il ricatto.

Se i «trenta anni gloriosi» del dopoguerra si erano svolti nel segno della speranza – decolonizzazione, «miracoli economici» e «magnifiche sorti» del socialismo – gli ultimi trenta sono invece dominati dalla paura: di perdere il posto o di non trovarlo mai; di essere invasi da alieni che ci portano via il poco che abbiamo; di un disastro economico che ci riduca tutti in miseria.

La paura si traduce in un ricatto contro cui sembra non esserci difesa: il suo nome inglese è «TINA», There Is No Alternative. Infatti l’alternativa non c’è: la parabola de L’altra Europa, soffocata dai partiti che avrebbero dovuto farla crescere, dopo i fallimenti di Coalizione sociale, Cambiare si può, Alba, Federazione delle sinistre, lista Arcobaleno etc., fa capire che un’epoca si è chiusa e che occorre guardare altrove.

Un’alternativa in realtà già c’è nella testa o nel sentire di milioni di persone: si chiama reddito garantito per sottrarsi al ricatto della precarietà e trasformare il lavoro in attività scelte liberamente; accoglienza e inclusione di milioni di profughi per riconquistare con loro e le loro comunità di origine una prospettiva di pace, democrazia e risanamento ambientale tanto dei nostri quanto dei loro paesi; recupero di un controllo diretto e decentrato sul denaro che serve a far circolare beni e servizi tra le persone, restituendogli il ruolo di bene comune a fianco della terra, cioè dell’ambiente, e del lavoro, cioè del libero impiego delle facoltà umane.

Ma come arrivarci? Forse la strada da imboccare è sotto i nostri occhi. Tanto evidente da non riuscire a vederla, come la lettera rubata di Poe.

A vivere da sempre sotto ricatto, in forme ben più intense di quelle indicate prima, è «l’altra metà del cielo».

Un ricatto radicale, che mette in forse la vita e l’integrità fisica – in un crescendo evidenziato dai femminicidi – di molte, ma che per tutte può significare la perdita non solo di pochi o tanti piccoli benefici, ma soprattutto una condizione sociale considerata «sicura», a cui si sono dovute bene o male adattare, ma che non lascia certo prefigurare il futuro che le aspetta sottraendosi al ricatto, se non quello che tutte insieme sapranno costruire.

È così a tutte le latitudini: sia nei territori della donna «emancipata» – ma non per questo fuori dal dominio di una cultura patriarcale – sia in paesi e comunità dove sottomissione e possesso delle donne vengono resi evidenti anche con i segni esteriori, come il velo, di una condizione subalterna.

Per l’universo maschile capire questa condizione significa vivere in prima persona la consapevolezza che non ci si può sottrarre ai ricatti a cui siamo sottoposti senza mettere a rischio il nostro status, quale che sia, con i tanti o pochi benefici che comporta e le piccole e crudeli forme di potere, sulle donne o su chi sta peggio di noi, che lo accompagnano.

Ma è una strada irrinunciabile per cambiare la società cambiando anche noi stessi e chi ci vive accanto.

Così possiamo compiere un pezzo di strada insieme lungo il cammino che il movimento delle donne sta cercando di percorrere; e accettare serenamente di ritrovarci spesso nella posizione di loro controparte: non meno gravemente di quanto padroni, finanza e governi lo sono per noi.
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