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venerdì 16 dicembre 2016

Salvare Mediaset.Perchè mai?

I fatti, i misfatti, i retroscena e i voltafaccia dell'ennesima avventura del "patto del Nazareno, per rafforzare il dominio. Articoli di N. Rangeri, A. Colombo e V. Vita. il manifesto, 16 dicembre 2016


GENTILONI
E I TORNANTI DELLA STORIA
di Norma Rangeri


Quando Paolo Gentiloni ebbe l’onere e l’onore di diventare ministro delle Comunicazioni (2006-2008, governo Prodi), si intestò la missione (poi fallita) di una legge che rimettesse su binari europei la famigerata legge Gasparri sull’emittenza televisiva. Gentiloni denunciava il conflitto di interessi e disegnava un panorama mediatico con annessa cura dimagrante per la pubblicità di Rai e Mediaset (una rete a testa da spedire sul digitale). Prodi cadde prematuramente e la legge Gentiloni con lui.

Oggi che è diventato presidente del Consiglio fa un giro di 360 gradi intorno alla coerenza. Nel bel mezzo della bufera sulla guerra borsistica tra il magnate francese Bolloré e il gruppo Fininvest, il suo governo, orfano del Nazareno, senza imbarazzo, si schiera a difesa di Mediaset definita risorsa «strategica». Sono i tornanti della storia, maestra di vita, ma anche di biografie.

MEDIASET, IN CAMPO L’AGCOM.
POSSIBILE LO STOP A VIVENDI
di Andrea Colombo


«Il partito della nazione. L’Authority ipotizza il divieto di concentrazione con Telecom, controllata dai francesi. Solo i 5 Stelle (ma non tutti) si smarcano dal coro in difesa del Biscione»

La risposta italiana all’assalto di Vivendi a Mediaset, dopo la presa di posizione esplicita del governo, arriva dall’Agcom, con la minaccia di vietare l’integrazione tra Telecom, controllata dal gruppo francese con il 24% delle azioni, e Mediaset, dove Bollorè ha conquistato in pochi giorni il 20% delle azioni. Il comunicato diffuso in serata dall’Authority per le telecomunicazioni è fragoroso come una cannonata: «Dopo una preliminare analisi su dati 2015 Telecom risulta il principale operatore nel mercato delle comunicazioni elettroniche con il 44,7% del mercato, mentre Mediaset raggiunge una quota del 13,3% del Sistema integrato delle telecomunicazioni (Sic). Operazioni volte a concentrare il controllo delle due società potrebbero essere vietate». Infatti, specifica l’Authority, per le imprese che detengono nel mercato italiano una quota superiore al 40% «è vietato acquisire ricavi superiori al 10% del Sic».

E’ la prima mossa concreta per fronteggiare la «scalata ostile» del gruppo francese e potrebbe rivelarsi decisiva. Il governo si era infatti pronunciato subito con grande nettezza e determinazione, praticamente ancor prima di incassare il voto di fiducia. Ma i mezzi a disposizione dell’esecutivo, in regime di mercato libero e del tutto senza freni, sono limitati. Almeno quelli diretti, perché è evidente che l’appoggio totale del governo ha tutto il suo peso. Il ministro Orlando lo dice chiaramente: «Il governo non può impedire una dinamica di mercato. Ma può mettere dei paletti, come ha fatto il ministro Calenda».

Telecom Italia, per bocca del suo presidente Giuseppe Recchi, mette le mani avanti assicurando di «non avere niente a che vedere con l’operazione Mediaset». Anche il gruppo di Bollorè prova a rassicurare. L’operazione «non è stata certamente sollecitata, ma non è un atto ostile», affermano laconiche le «fonti vicine a Vivendi». «Vogliamo solo estendere e rafforzare la nostra posizione nell’Europa del Sud», prosegue l’anonimo ventriloquo di Vincent Bollorè. Quasi nello stesso momento, Vivendi formalizzava in Consob il possesso del 20% delle azioni Mediaset dal 14 dicembre, con un salto di oltre il 6% dal giorno precedente.

La rassicurazione del bretone tranquillizza pochissimo i vertici Mediaset e ancora meno il governo. Che la scalata si fermasse una volta raggiunto il 20% al quale Vivendi aveva dichiarato di mirare era previsto, ma nulla garantisce che non riparta al più presto e la paura si allarga a macchia d’olio. Tanto più che lo stesso gruppo francese, al momento di annunciare l’imminente acquisto di quote tra il 10 e il 20% di Mediaset aveva parlato apertamente di «punto di partenza». L’operazione, secondo alcuni, sarebbe in realtà propedeutica a un arrembaggio ancora più minaccioso, quello alle Generali, ma anche se questa si rivelasse una pura fantasia resta la consapevolezza che in questo momento i principali asset italiani sono quasi indifesi, esposti a scalate e assalti il cui esito sarebbe di fatto la colonizzazione economica del Paese.

L’Europa per il momento ha scelto la neutralità facendo sapere che nessuna delle parti in causa ha per il momento notificato l’operazione all’Antitrust comunitario. Ma per una volta Silvio Berlusconi in Italia ha quasi solo amici. Con il 40% dei diritti di voto in Mediaset, Fininvest deve contare sull’appoggio delle banche per mettere in sicurezza il controllo. Mediobanca, nella quale è presente anche Bollorè, è quasi fuori discussione. Restano però Unicredit e Intesa San Paolo, il cui consigliere delegato Carlo Messina ha dichiarato ieri, tanto per non lasciare dubbi di sorta: «Siamo a supporto di Mediaset. Abbiamo una relazione con Mediaset e siamo vicini a Mediaset». E resta la «sua» Mediolanum controllata da Ennio Doris.

Persino la procura di Milano dà il suo apporto cercando di accertare se ci sono state irregolarità nell’operazione francese. L’eccezione, in realtà parziale, è M5S: «Perché il governo è intervenuto immediatamente con dichiarazioni su Mediaset?», attacca Di Battista. Propaganda pura. In realtà nessuno, in questo momento, può permettersi di aprire le porte al possibile saccheggio dell’intero sistema Italia per fare un dispetto a Silvio Berlusconi.

MEDIASET, L’«ITALIANITÀ»
NON C’ENTRA NIENTE
di Vincenzo Vita

ella vicenda Bolloré-Mediaset non ci sono buoni e cattivi. Sono tutti cattivi. La saga assomiglia più alla scena finale de «Le iene» di Tarantino, in cui i protagonisti (cattivissimi) si sparano l’uno con l’altro, che ai film edificanti di Frank Capra.

È un dramma a puntate, in cui la verità sfugge. Amore e odio. Dopo il matrimonio annunciato tra Vivendi e Mediaset Premium – con bellicose boccacce all’astro nascente Netflix – ecco il primo cenno di divorzio. Cui succede quella che sembra la sfida finale. Sarà così o c’è anche un po’ di teatralità negoziale? Il finanziere bretone ha lanciato l’offensiva su Mediaset e la casa madre sta cercando di fronteggiarla. Non c’è dubbio. Denunce alle procure, urla e strepiti accompagnano il duello.

Tuttavia, qualche dubbio rimane. Stiamo parlando di soggetti non al meglio di sé. Bolloré sta forse perdendo il controllo del suo gioiello Canal Plus a vantaggio della società telefonica Orange e il suo sponsor Sarkozy è uscito di scena.

Berlusconi, pur con qualche sussulto, ha da tempo imboccato la parabola discendente. Insomma, i due cattivi non è detto che possano fare a meno l’uno dell’altro. Prima o poi, a meno che vi sia un rilancio da parte del sempre vigile Rupert Murdoch.

Si tratta, dunque, di una concentrazione difensiva, resa necessaria dalla urgenza di reggere l’urto dei nuovi oligarchi, gli Over The Top (Google, Facebook, Amazon, e così via), che hanno un modello di business assai meno dispendioso dei vecchi tycoon della televisione o delle telecomunicazioni: niente infrastrutture pesanti e contenuti acquisiti nel vasto universo della rete. Un incontro di pugilato che certamente non finirà ai punti, ma che potrebbe riservare ancora sorprese.

Tuttavia, è risibile parlare di «italianità» da parte di esponenti del governo che finora hanno schifato qualsiasi intervento a difesa e sostegno di «campioni» nazionali: Telecom in testa, sul cui corpo sono passati tanto gli spagnoli di Telefonica quanto i francesi di Vivendi. Quest’ultima è la principale azionista dell’ex monopolista e, se dovesse controllare Mediaset, incorrerebbe nei divieti previsti dal comma 11 dell’articolo 43 del Testo unico delle radiodiffusioni del 2005: le imprese di tlc che hanno una quota superiore al 40% del settore di riferimento «non possono conseguire nel sistema integrato delle telecomunicazioni ricavi superiori al 10% del sistema medesimo».

Sembra scritto proprio in previsione dell’odierna sceneggiatura. Il Sic è di circa 18 miliardi di euro e il gruppo di Cologno Monzese ha più di 3 miliardi e mezzo di entrate. Non per caso la stessa Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha battuto un colpo. Del resto, la norma è chiara.

Allora, invece di sollevare polveroni tricolori, si pensi a far applicare la legge. In verità, l’«italianità» qui c’entra poco. Mediaset va difesa sempre per il perenne Patto del Nazareno. Potrebbe persino parlare in esperanto o stare su Marte.
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