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A volte dimentichiamo che i custodi del paesaggio, pochi e tenaci, sono generosi.  A tutti, anche ai distratti, regalano una scintilla.  L'istante di meraviglia nel quale, rivolti al compagno di viaggio, diciamo: guarda! (m.b.)

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DAI MEDIA

venerdì 16 dicembre 2016

Confindustriahahah

Sarcastica scorribanda tra i profeti di inenarrabili sciagure se vinceva il No al referendum, e i fatti. Ma scrivevano per de-formare, non per in-formare.». Il Fatto Quotidiano, 16 dicembre 2016 



Non so voi, ma appena leggo o sento pronunciare la parola “Confindustria” io mi scompiscio. È più forte di me, non riesco a restare serio. E non capisco come facciano i colleghi dei tg a dire “Confindustria” senza sbudellarsi. L’acronimo della Confederazione Industriali dovrebbe essere “Confindustriahahah”. E andrebbe confinato in fondo ai giornali e ai tg, insieme ai cinepanettoni, al cabaret e ai casi umani. Da sempre questi buontemponi ci spiegano cosa devono fare i governi, le opposizioni, i sindacati, gli operai, gli impiegati, i passanti. Hanno sempre una ricetta per tutto e per tutti, supportati dal loro formidabile Ufficio Studi, prodigo di ricerche che dimostrano quanto arretrata sia la politica e anche – diciamolo – la società dinanzi a cotali “uomini del fare” che trainano l’Azienda anzi la Locomotiva Italia. Più liberismo, più flessibilità, più sacrifici, più riforme, più mercato, ci insegnano dalla tolda dei loro yacht con l’aria sconsolata di chi pensa: “Fallo capire al popolo bue che non saprebbe amministrare neppure un ballatoio”.

Dopodiché uno legge l’inchiesta del nostro Giorgio Meletti (e poi della Procura) sul Sole 24 Ore, mandato in malora da questi liberi docenti di efficienza e managerialità, ed è colto dai primi dubbi. Legge l’intervista di Antonello Caporale a Luca Paolazzi, direttore dell’Ufficio Studi di Confindustria (chiedendo scusa alle signore) e si precipita a consultare l’oroscopo di Branko, che al confronto è il teorema di Pitagora. Il Paolazzi è l’“analista” che, per conto dell’insigne consesso imprenditoriale, ha partorito il celebre “studio” che pronosticava, al dettaglio, le conseguenze del No al referendum: -17% di investimenti (una fuga di massa confermata dall’ambasciatore Usa, Phillips), +430 mila poveri, -4% di Pil, -600 mila posti di lavoro e +258 mila disoccupati. Quella del Sì invece avrebbe trasformato l’Italia nel Paese di Bengodi.

Il nesso causa-effetto tra Senato nominato più Cnel abolito e le nuove piaghe d’Egitto non fu mai chiarito, anche perché gli scienziati di Viale dell’Astronomia (anzi, dell’Astrologia) si scordarono di precisare i criteri scientifici seguiti pei loro calcoli. Però il 5 dicembre, all’indomani dello sciagurato No, abbiamo cercato con una certa apprensione le prime tracce dell’Apocalisse. E niente: nessuna coda di mendicanti aggiuntivi a quelli già esistenti nel Regno di Saturno renziano. Nessun tumulto di piazza di nuovi disoccupati e precari oltre a quelli prodotti dal Jobs Act (legge ovviamente suggerita da Confindustriahahah come volàno per l’occupazione stabile). Nessun assembramento di investitori a Fiumicino con biglietto di sola andata.

Ora però Paolazzi spiega che “abbiamo previsto uno scenario che si sarebbe potuto avverare in un contesto”, anche se “posso convenire che lo scenario non si è verificato” e “un po’apocalittico lo sono stato”. Ora un governo e una stampa non dico decenti, ma almeno prudenti, si regolerebbero così: qualunque cosa dica Confindustriahahah, fare l’esatto opposto. Vedi mai che ne azzecchino qualcuna. Il presidente Vincenzo Boccia, invece di andare a nascondersi, spiega al Corriere di essersi spalmato su Renzi e sul Sì perché “dagli anni 90 insistiamo per superare il bicameralismo” (che naturalmente la “riforma” non superava), precisando che “non siamo un partito, ma un corpo intermedio”. Tipo il colon, sito fra l’appendice e il retto. Sul Messaggero, il pensoso vicepresidente Maurizio Stirpe oracola sul referendum anti-Jobs Act: “Impossibile un ritorno al passato. Le nuove regole funzionano bene”. Un ottimo motivo per cestinare il Jobs Act e riscriverlo all’istante, nella certezza di non sbagliare.

Ma non c’era soltanto Confindustriahahah, tra i profeti di sventura. Il petroliere Garrone vaticinava, col No, “un impatto devastante, soprattutto a livello internazionale”: infatti nessuno s’è accorto di nulla. Boeri, presidente Inps, spiegava che “il Sì è fondamentale per cambiare il sistema dell’invalidità”: speriamo che scherzasse. La Stampa, ancora il 4 dicembre, annunciava col Sì mirabolanti benefici su “farmaci, ticket e cure”, avvertendo – ci mancherebbe – che questo “è un contributo super partes per capire il voto”: per fortuna dei malati, erano tutte balle super partes. Benigni avvertiva: “Se vince il No, è peggio della Brexit”, e almeno lui quasi ci prendeva: infatti non è successo nulla, proprio come dopo la Brexit. Giuliano Ferrara spiegava che, col Sì, “finisce la guerra dei trent’anni”, mentre Ettore Rosato temeva di “buttare via trent’anni di lavoro” (senza spiegare quando mai avesse lavorato): e pazienza, fatto trenta, ora faremo anche trentuno.

La Boschi collegava il Sì a “un’Italia più forte per un’Europa unita contro il terrorismo”, infatti il califfo Al Baghdadi era tutto sparato per il No. “Cari compagni del No, siete sicuri di fare il bene dei più deboli?”, implorava sull’Unità Carmine Fotia, già direttore de Il Romanista: purtroppo i più deboli han votato tutti No, peggio per loro. Repubblica, alla sola idea di un bel Sì, il 16.11 titolava onirica: “L’Italia cresce più della Germania”, salvo poi scoprire il 10.12, a funerali avvenuti, che “La Germania scatta, Italia e Francia ferme”. Esilaranti anche altre profezie: “Lo spread sale se vince il No”, “Il voto agita i mercati, Borsa giù, lo spread sale” (Repubblica), “Effetto referendum su spread e mercati, tremano le banche” (La Stampa), “Effetto referendum in Borsa: giù dell’1,8%” (Corriere), “Spread in salita a 4 giorni dal referendum” (Messaggero): infatti, col No, lo spread è tornato a calare, mentre la Borsa non andava a vele così gonfie dalla notte dei tempi. Al confronto dei nostri “esperti”, il Divino Otelma è Stephen Hawking.
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