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sabato 31 dicembre 2016

Alla fine della fiera

La nostra reporter ha seguito con particolare diligenza critica la Biennale architettura Venezia 2016 per l'interesse del tema e del programma. Concludiamo con una riflessione che introduce un tema cui continueremo a dedicare molta attenzione: il rapporto tra intellettuali e realtà.


Sul  "fronte" dell'esposizione si è avuta la conferma  del pauroso distacco degli intellettuali dalla realtà. Se il mondo va a rotoli è colpa anche, e in gran parte, del tradimento di quanti sarebbero deputati ad additare le vie per uscire dalla crisi: a raccontare la realtà quale è, a svelare le cause di ciò che è storto, e a proporre i modi per raddrizzarlo. Ma invece di svelare la realtà e raccontare "di che lagrime grondi e di che sangue", troppo spesso si impegnano e celebrare se stessi, e le proprie personali affermazioni (e.s.)

Durante la cerimonia conclusiva della quindicesima Biennale di architettura, il presidente Paolo Baratta ha esibito i numeri che certificano il successo dell’operazione: oltre 258 mila visitatori e 135 accordi con università che da tutto il mondo mandano gruppi di studenti in licenza a Venezia e, come premio, erogano loro dei crediti di formazione. Nessun ragguaglio è stato fornito circa i risultati qualitativi raggiunti in sei mesi di apertura al pubblico. Nessun cenno, inoltre, è stato fatto, né da Baratta né dal direttore Alejandro Aravena, ai casi nei quali gli obiettivi dichiarati si rivelano in stridente contrasto con la situazione sul campo, come dimostrano, per limitarci a tre esempi, il padiglione della Germania, il progetto speciale un mondo di fragili parti e  la scuola di Makoko la cui replica è stata esposta all’Arsenale.


1. Making Heimat, il titolo del padiglione della Germania, sintetizza l’aspirazione di trasformare le città tedesche da luoghi di segregazione a spazi di assorbimento e integrazione dei nuovi arrivati. La decisione dei curatori di individuare il “fronte” nel modo di accogliere le migliaia di persone sradicate dalla loro terra e costrette a migrare è stata sviluppata con intelligenza, a cominciare dalla scelta di occuparsi di città e non solo di edifici per mettere in luce che la sfida politica/progettuale è “cambiare la città per tutti” e non costruire cittadelle per rinchiudere chi arriva.

Succede, però, che mentre visitiamo il padiglione e ammiriamo le gigantografie che spiegano le caratteristiche di Arrival City, al fronte si continua a combattere e non tutto va nel migliore dei modi. Pochi giorni prima della chiusura della Biennale, infatti, è apparsa la notizia che a Monaco di Baviera è stato costruito un muro per separare gli abitanti del quartiere di Neuperlach Sud da un ostello che dovrebbe ospitare 160 rifugiati, quasi tutti minori non accompagnati.

La vicenda ha avuto inizio nel 2014, quando sei persone residenti vicino al futuro ostello hanno protestato per i “fastidi” che la struttura avrebbe potuto arrecare loro e, di fronte al rifiuto delle autorità comunali di cancellare il progetto, hanno intentato e vinto un’azione legale al termine della quale la città ha dovuto costruire una barriera alta quattro metri e mezzo. Non contenti, i residenti hanno anche preteso che il manufatto fosse “insormontabile e resistente ai giochi con qualsiasi tipo di pallone”. La soluzione architettonica, quindi, è un muro come quelli che si usano per mitigare l’inquinamento acustico proveniente dalle autostrade, formato da gabbie di acciaio piene di sassi.
“Donald Trump, vuole costruire un muro per separare la nazione dal Messico e noi non possiamo costruirne uno per tenerci al sicuro dai rifugiati?,” ha detto uno dei cittadini di Neuperlach che ha poi aggiunto: ”non abbiamo nulla contro l’ostello per rifugiati, la città in qualche modo deve riuscire a sistemare tutte le persone. Ma 160 ragazzi giovani faranno del rumore considerevole e noi vogliamo continuare a vivere in pace. Mi sarei lamentato, anche se si fosse trattato della costruzione di nuovi campi sportivi”.

Altri abitanti di Neuperlach hanno dichiarato che, in realtà, la principale preoccupazione è che il valore delle case possa crollare a causa della presenza del centro. Comunque, il muro è stato costruito e non è escluso che, essendo più alto di quello di Berlino, possa diventare  “un’attrazione” e, una volta ricoperto di edera e rampicanti, meriti di essere esposto alla prossima Biennale.

Ovviamente, i curatori del padiglione non hanno responsabilità per l’accaduto. Forse, però, tenuto conto che in guerra la propaganda è importante, ma alla fine quello che conta sono le conquiste sul terreno, riservare un angolo alle “cattive notizie” nulla avrebbe tolto all’efficacia didattica e all’ottimismo propositivo della loro installazione.

2. Un ben più grave livello di scollamento tra dichiarazioni di principio e realtà si riscontra all’interno del progetto speciale realizzato dal Victoria and Albert Museum di Londra, con il quale la Biennale ha siglato un accordo per l’allestimento di una sezione/padiglione dedicata alle arti applicate. Il tema di quest’anno, un mondo di fragili parti, intende affrontare la questione della “copia” d’arte non solo come strumento didattico, ma come modo per “preservare” opere che per varie ragioni, “dai cambiamenti climatici alle guerre”, sono a rischio di distruzione. Anche a prescindere dai risvolti inquietanti di tale approccio (significa forse che una volta fatta la copia di un’opera d’arte possiamo bombardare l’originale e gli umani che le stanno vicini?) uno dei manufatti esposti è una agghiacciante dimostrazione del cinismo con il quale istituzioni, che si definiscono culturali, si impadroniscono, per trasformarli in merce, dei drammi e delle sofferenze delle persone reali.

Si tratta del calco in scala 1:1 di una baracca della cosiddetta giungla di Calais, che è stata scansionata in 3D e riprodotta in verolith, un materiale a base di perlite.  Al momento della scansione, era il ricovero di legno, plastica e lamiera di Dar Abu Said, un profugo dal Sudan che da quattro mesi vi abitava insieme a quattro egiziani. Tutti loro speravano di poter arrivare a Londra.
Secondo Sam Jacob, l’artista che ha ideato e realizzato il calco, l’installazione ha raggiunto due risultati. Da un lato, “portando la crisi umanitaria e politica che colpisce il Medio oriente e l’Europa dentro la Biennale, ha aumentato la consapevolezza della crisi dei rifugiati”, dall’altro “usando moderni strumenti digitali di salvaguardia e riproduzione, contribuisce al dibattito sulla riproduzione come forma di salvaguardia”.

Come è noto, prima della chiusura della Biennale, la giungla di Calais è stata rasa al suolo. Said non abita più lì e nulla sappiamo di lui e dei suoi quattro coinquilini. Non risulta che il Victoria and Albert Museum si sia attivato per procurare loro un permesso di soggiorno a Londra o che Sam Jacob abbia loro ceduto i diritti di autore per le foto dell’installazione che “ha trasformato un alloggio di fortuna in una scultura monumentale”.

Nemmeno nella conferenza nel corso della quale il curatore del progetto Brendan Cormier, e Baratta hanno tracciato il glorioso bilancio della collaborazione tra le due istituzioni e annunciato l’intenzione di proseguirla, è stato nominato Said, il cui ricordo si perderà fra i molti missing in action / dispersi in guerra. Ma, per nostra fortuna, ci resta il calco che porta il suo nome e che ormai ha lo status di opera d’arte.


3. Infine, la  scuola di Makoko,  un edificio di legno galleggiante nella laguna di Lagos, le cui immagini sono riprodotte nelle più prestigiose riviste di architettura del mondo, è l’emblema perfetto di una Biennale i cui inviati speciali sembra siano stati dislocati ovunque, tranne che al fronte.
Il progettista, Kunlé Adeyemi, un architetto nigeriano che vive e lavora in Olanda, è stato  insignito del Leone d’argento della Biennale che ha fatto arrivare via acqua una copia in scala ridotta della struttura per ormeggiarla nel bacino dell’Arsenale.

In luglio, la scuola (quella vera, a Lagos) è stata distrutta dalle piogge torrenziali, in uno dei tanti disastri naturali che flagellano gli insediamenti dei poveri. La stampa internazionale ha dato grande risalto al crollo,  nonché al fatto che la comunità aveva ripetutamente espresso preoccupazioni per la tenuta degli ormeggi e da tempo, non potendo affrontare la situazione con le proprie scarse risorse, non mandava i bambini a scuola, temendo per la loro sicurezza.

Solo la Biennale non si è accorta di niente. Il 24 settembre l’architetto Adeyemi ha partecipato ad uno degli “incontri del sabato”, nel corso dei quali alcuni degli invitati parlano al pubblico del loro lavoro. Il coordinatore della cerimonia, Pippo Ciorra, che scrive di architettura su giornali “di sinistra”, si è profuso in elogi e complimenti per la genialità della tecnica costruttiva, ma del  collasso della scuola  nessuno ha detto niente. Se  è chiaro che in ogni guerra, soprattutto se umanitaria, alcuni dispacci dal fronte non vengono divulgati per non minare il morale delle truppe, nel caso di Makoko dire la verità non sarebbe stato una manifestazione di disfattismo. Al contrario, chiedersi se  il denaro speso per installare la replica nelle acque dell’Arsenale, al fine di  promuovere l’immagine del progettista e della ditta costruttrice, avrebbe potuto essere impegnato per la manutenzione e il consolidamento della scuola,  ci avrebbe  aiutato a non  distogliere l’attenzione dalla comunità della laguna di Makoko e dar voce al suo diritto a riavere la scuola per la quale loro ed i loro bambini si sono già lasciati fotografare.


Il silenzio della Biennale, invece,  è una drammatica conferma dell’abisso che separa i discorsi sulle opere di architettura, che riempiono riviste che mai gli utilizzatori di tale opere leggeranno, e il mondo reale. Un ben modesto risultato per gli organizzatori che hanno scelto come logo “la vecchia signora che in cima sulla scala guarda avanti a sé”. Forse la vecchia signora (e noi con lei) farebbe bene a  girarsi e guardare  indietro, in basso, a terra.
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