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martedì 20 dicembre 2016

20 miliardi dal governo per salvare Mps (e non solo)

Nuovo regalo ai parassiti che hanno fatto il loro nido nel mondo della finanza. Chi pagherà? Ciò che resta del nostro welfare:dalla sanità all’assistenza, dalla formazione alla ricreazione, dalle bellezza all’utilità delle nostre città. Il Fatto quotidiano, 20 dicembre 2016 Mesi passati a smentirlo, pochi minuti per approvarlo e presentarlo alla stampa alle nove di sera con una conferenza lampo convocata senza nessun preavviso: il governo approva così la bozza di intervento per soccorrere il sistema bancario. Il Consiglio dei ministri metterà sul piatto 20 miliardi che serviranno allo Stato per ricapitalizzare diversi istituti di credito in difficoltà: in testa Monte dei Paschi di Siena, ma anche le due popolari venete (Vicenza e Veneto Banca), Carige e le 4 banchette nate dalle ceneri di Etruria, Marche, Carife e Carichieti. Che la situazione sia seria lo conferma la modalità “notturna” dell’annuncio e le facce funeree che il premier Paolo Gentiloni e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan mettono su in sala stampa. Anche il nome (“Operazione salva risparmio”) dà l’idea della portata: puntellare diverse banche per evitare una crisi sistemica dopo gli interventi disastrosi fatti negli ultimi due anni.

Le misure vere finiranno in un decreto già scritto da tempo e limato negli ultimi giorni. “Le modalità saranno da definire”, spiega Padoan, ma a grandi linee l’ennesimo “salva banche” è chiaro. Matteo Renzi se l’è tenuto nel cassetto per settimane, ritardando fino a dopo il referendum la resa dei conti. D’altronde ammettere che la carta bianca data a Jp Morgan sul futuro di Monte dei Paschi si sta rivelando una fregatura non era un bel biglietto per presentarsi agli elettori. Il decreto conterrà anche garanzie pubbliche per la liquidità del settore. Il governo Renzi aveva ottenuto a luglio scorso una deroga dall’Ue per garantire le emissioni obbligazionarie delle banche “solvibili” ma con difficoltà a rifinanziarsi: un problema che all’epoca non esisteva e invece oggi sì, proprio a causa del mancato intervento del premier, consapevole da mesi di dover intervenire. Il decreto farà salire il debito nel 2017 e proprio perché modificherà i saldi di finanza pubblica dovrà essere approvato attraverso il percorso previsto dall’articolo 81 della Costituzione sul pareggio di bilancio: il governo dovrà prima ottenere dal Parlamento – a maggioranza assoluta – il permesso di peggiorare i saldi. Ieri il Cdm ha autorizzato proprio questa richiesta da fare alle Camere, in un voto forse già mercoledì. La fretta è per i guai di Mps.

La prima indiziata è infatti proprio la banca senese, alle prese con un aumento di capitale da 5 miliardi che Renzi – in forza del 4 per cento detenuto dal Tesoro – ha affidato alla banca dell’amico Jamie Dimon (con commissioni stellari). Gli investitori sono rimasti freddi: terminerà giovedì, mercoledì invece si chiude l’offerta di conversione volontaria delle obbligazioni subordinate in azioni riaperta la scorsa settimana. La banca, con l’avallo della Consob (che in due settimane si è smentita) punta a convincere i 40 mila piccoli risparmiatori che hanno in tasca bond per 2,16 miliardi. Ma non basta. E il governo è pronto a un “intervento precauzionale” partecipando all’aumento di capitale. “Anche sottoscrivendo azioni di nuova emissione”, spiega Padoan.

Problema: dal 2013 l’Ue vieta agli Stati di risolvere le crisi bancarie senza prima accollare una parte dei costi ai creditori degli istituti: è il cosiddetto burden sharing. Se lo Stato ci mette i soldi, almeno gli obbligazionisti subordinati devono contribuire, possibilmente con una conversione forzata dei bond in azioni. A rimetterci sono anche gli azionisti. Se il governo interverrà, una parte (o tutta) dei 4,3 miliardi di obbligazioni di Mps seguiranno questa strada. L’accordo con l’Antitrust Ue, guidato dalla Commissaria Margrethe Vestager, prevede che poi lo Stato possa risarcire i piccoli risparmiatori (forse all’80%). Questo intervento è “precauzionale”, perché non riguarda banche non in dissesto. Altrimenti si applicherebbe il “bail-in” previsto da una direttiva del 2014: il conto del dissesto viene scaricato sugli azionisti, poi sugli obbligazionisti e se necessario perfino sui depositanti sopra la soglia dei 100.000 euro garantiti. È l’approccio che il governo ha applicato a novembre 2015 per Etruria scatenando il panico.

Il Tesoro non userà subito i 20 miliardi. Prima di natale o capodanno farà un decreto con le misure più urgenti per il settore: la sospensione dell’obbligo di trasformazione in spa (forse per sei mesi) delle popolari, resa necessaria visto che il Consiglio di Stato ha stroncato la riforma e chiamato in causa la Consulta; un’ulteriore rata che sarà chiesta a tutte le banche italiane per ripulire Etruria & C. e permetterne la vendita (il conto è ormai di oltre 4 miliardi) e ulteriori sgravi fiscali.

Il governo aveva pensato di fare un decreto unico, ma l’entità della cifra l’ha obbligato a passare dalle Camere. A Mps servono 5 miliardi, per le venete si parla di 3, tra i 500 milioni e 1 miliardo per Carige e un altro (pare) per CariCesena e CaRim. Tutto questo perché il fondo salva banche Atlante, partecipato dal settore ma anche dalla pubblica Cdp, messo in piedi in fretta e furia a marzo scorso ha finito i soldi.
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