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martedì 29 novembre 2016

Referendum costituzionale, i mercati hanno già scelto chi deve vincere

«La dilagante tecnocrazia del mercato sempre meno accetta la sopravvivenza della democrazia e, per questo, opera per neutralizzarla». Il Fatto Quotidiano, il blog di Diego Fusaro, 28 novembre 2016 (c.m.c.)

L’abbiamo capito. Tutti. Anche chi fa finta di non capire, per interessi personali di vario genere. Questa riforma della Costituzione è voluta dalla finanza (JP Morgan), dagli Usa, dalla Ue e dai mercati. Questi ultimi “guardano con preoccupazione” (sic) all’Italia, temendo che a vincere sia il No. E poi vi è ancora qualcuno che ci ripete che siamo in democrazia: la democrazia sarebbe scelta sovrana del popolo sulle questioni politiche ed economiche. Oggi non siamo in democrazia esattamente per via del ricatto e della dittatura dei mercati e di enti che nessuno ha mai eletto e che decidono in luogo del popolo.

La democrazia – occorre averne contezza – non si risolve nel voto, né nella libertà di espressione, che pure contribuiscono a definirla. La democrazia è anche e soprattutto potere del popolo di determinare sovranamente la vita economica e politica della comunità. La dilagante tecnocrazia del mercato sempre meno accetta la sopravvivenza della democrazia e, per questo, opera per neutralizzarla.

Come ci ha insegnato la Grecia del referendum del 2015, la democrazia oggi è tollerata fintantoché le scelte del demos ampiamente manipolato coincidono con quelle altrove prese dall’élite finanziaria dominante. In caso di dissidio – ce l’ha insegnato sempre la Grecia col referendum del 2015 – devono essere le scelte dell’élite a prevalere. Stiamo pronti, dunque: l’élite e i mercati hanno scelto chi deve vincere.

E se vincerà invece il No essi saranno pronti a reagire, di modo che il loro dominio non subisca interferenze né limitazioni. L’assolutizzazione del mercato e l’economicizzazione integrale del mondo della vita (Marx) hanno come loro condizione necessaria di realizzazione la neutralizzazione, la spoliticizzazione e la desovranizzazione (Schmitt).
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