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giovedì 17 novembre 2016

Negli Ottanta ci invitavano a berla, Milano, ora ci chiamano a darle l’incenso

Mentre infierivano le Mani sporche la città era già cambiata e continuava a indebolirsi sia per diminuzione della popolazione residente ... (segue)




Mentre infierivano le Mani sporche la città era già cambiata e continuava a indebolirsi sia per diminuzione della popolazione residente sia per rivolgimento della composizione sociale: gli operai residenti (e gli assimilati), ancora oltre il 40% degli attivi al censimento del 1971 (esisteva anche una massa di 430.000 addetti industriali - segno di una forte domanda verso l’esterno), man mano spariranno, come sparirà l’industria per pura abolizione o per delocalizzazione (i due fenomeni - il sociale e l’economico - non erano direttamente collegati, valse forse di più il disinteresse dei governi locali verso il bisogno di case popolari). I lavoratori milanesi imprimevano alla città un marchio di classe, a suo tempo un’antinomia alla borghesia produttrice, classe dominante che si avvierà ben presto a tradire se stessa abbandonando la produzione, dedicandosi invece ai giochi finanziari valutari e borsistici e alla speculazione fondiaria e edilizia.

Quando le Mani sporche, con l’avanzare degli anni Ottanta, dispiegheranno in pieno la loro potenza corruttiva nella politica, negli affari, nell’urbanistica, nell’edilizia e si approprieranno delle risorse milanesi, il fronte minoritario di difesa dei valori civili e urbani non potrà che arretrare su posizioni poco esposte al pericolo, com’era nelle seconde e terze linee di trincea nella Guerra mondiale. Così il craxismo, diserzione irreversibile dal socialismo riformatore, integrando a sé anche parti corrotte o corruttibili del Partito comunista, potette mescolare al latrocinio prima l’immagine poi una falsificata realtà di città redistributiva del benessere, gaudente, festaiola, all’usanza di un’epoca come di Ballo Excelsior.

Lo slogan «Amaro Ramazzotti Milano da bere» perdette l’amaro e il titolo. Rimase «Milano da bere», logotipo della nuova ditta craxiana che ci invitava ad ubriacarci. Intanto il salasso di popolazione continuava, la vecchia linfa del confronto-scontro fra produttori rinsecchiva, a bere la città era un ceto incorporeo emerso dalla crisi delle classi e man mano uniformatosi mediante l’adattamento ai batteri della corruzione. Stava ancora dietro l’orizzonte verso la Spagna una movida estesa e irruenta (cose di giovani…). Era la moda-donna, sfilate e modelle, atelier e saloni a creare occasioni e grilli d’esserci. Quando la festa toccherà il culmine sarà Mani pulite, ossia l’azione della Procura milanese a tentare di sgombrare la sporcizia. Ci riuscirà in una certa misura e fino a un certo momento, quando il «sistema» le scatenerà addosso una furiosa ritorsione: per insegnare che il nostro paese non avrebbe potuto liberarsi mai dei tumori che lo infettano da sempre. Lo si vedrà, a Milano, con l’avvento o l’espansione di altri tipi di criminalità (mafia e ‘ndrangheta) anche nella moderna allegrezza dell’Expo e dell’oggi.

Il periodo del passaggio alla stagione di apparenza primaverile con le amministrazioni di centrosinistra, dopo un intermezzo autunnale (1993-97) in cui la conquista della poltrona a sindaco (Marco Formentini) fu per la Lega Nord il distintivo svanito di una diversità di breve durata, avvenne attraverso berlusconiani governi di centrodestra. Furono questi, prima e principalmente col sindaco Gabriele Albertini (due tornate), poi con Letizia Brichetto Moratti (una sola, sufficiente a ottenere l’Esposizione in una risibile gara con Smirne) a stamburare la grandezza e la bellezza di nuove urbanistiche, nuove edilizie e architetture anche quando fossero l’inverso: mancanza di pianificazione (p. es. un grande quartiere alla Bicocca fuori di piani generali, sulle ceneri di una delle più importanti industrie milanesi) o clamorose violenze all’unità degli spazi e delle cortine architettoniche. Violenze del resto già abbozzate da assessori delle giunte di sinistra. Con questi cominciarono in sordina, con gli altri furono inarrestabili, con l’avvento del centrosinistra proseguirono:

1) il massacro di piazze, viali, giardini…, in ogni caso luoghi quasi sempre alberati, per realizzare garage sotterranei multipiano nel centro urbano. L’intensificazione poi, non solo abolirà centinaia di spazi pubblici, ma funzionerà da calamita attirando più automobili verso quel centro da cui si sarebbe voluto (dovuto) tenerle lontane mediante un pedaggio d’ingresso (sindaco Moratti, 2008 con l’Ecopass, confermato dal centrosinistra);

2) la concessione di migliaia di interventi «fuor di senno» per il «ricupero abitativo dei sottotetti» (anche quando finti) in ogni tipo di case, compresi, come in un’accelerazione accecata, fior di palazzi del neoclassicismo, dell’eclettismo, del Liberty, del Novecento; addirittura approdata, elusa qualsiasi attinenza con la normativa originaria, dapprima a un incredibile «ricupero di sottotetto» in costruzioni con la copertura piatta, dopo, sbracandosi i controllori della giustezza e bellezza di tanti posti da me creduti fissi nella storia urbana, a innaturali stridenti sopralzi spesso non di un solo piano. Che tuttavia non basteranno a soddisfare le aspettative di proprietari e impresari per più forti guadagni. Ci penserà una strana, demenziale provvidenza, non ricordo quando varata ma in voga col centrosinistra: il «ricupero in altezza delle superfici lorde di piano (slp)», di sotterranei, piani terra e via a elencare nel «basso» da proiettare in «alto», scontando l’aleatorietà dei calcoli dunque la certezza degli abusi nel passaggio dallo stato esistente a quello sviluppato in altezza per un numero variabile di piani.

Il 10 dicembre 2003 (tredici anni fa!) apparve in eddyburg, poi in una raccolta della Libreria Clup, Parole in rete, 2005, un primo articolo di cui basta citare il titolo, La distruzione della linea del cielo milanese, per comprendere quali effetti perversi avesse già provocato l’applicazione della «legge dei sottotetti». Stime davano per sicuri 4.500 casi nel 2002-2003 cui se ne dovevano aggiungere diverse migliaia precedenti o in via di attuazione. Durante gli anni successivi tale maniera di costruire la città si moltiplicò secondo una funzione pressoché esponenziale (e altri articoli non mancarono di contestarlo) fino a saldarsi con la nuova fase delle concessioni ingiustificate a sopralzare di x piani a prescindere dai sottotetti e, peggio, come introdotto sopra, ad applicare l’utilizzo spropositato e incontrollato delle slp: persino dieci e più piani inventati da preesistenza zero, se così posso esprimermi. L’immagine a fianco (fotografia di Sergio Brenna) rappresenta il «ricupero in altezza della slp sotterranea di precedenti officine» (dizione regolamentare). Sorprende (per modo di dire…) che nessuno, appartenente a qualunque grado amministrativo, regionale o comunale, e nemmeno gli ordini professionali abbiano mai preteso la secca cancellazione dell’anomalia.

La città sembrava non aver ancora esaurito la riserva di furore distruttivo dei suoi caratteri d’elezione. Eppure quell’incessante distorsione dell’operare a regola d’arte sarebbe bastato per giudicare perduta in buona parte la conservazione del patrimonio in case e palazzi ben definiti nella conformazione da terra a cielo e capaci nell’insieme di dar lezione di architettura urbana. Invece un altro fronte d’attacco si mise in moto col centrodestra del sindaco Albertini accompagnato da un assessore, ingegner Gianni Verga, proprio lui già promotore in veste di amministratore regionale della «legge dei sottotetti». Cominciava l’epoca delle «Nuove Milano», in aree svuotate da edifici non più utilizzati per scelta immotivata (ex Fiera, sostituita dal nuovo insediamento ai margini occidentali della città) o in vaste parti scomposte del territorio comunale prima oggetto di concorsi urbanistico-architettonici, poi gettate nel secchio di impari accordi del municipio con potenti immobiliaristi, non essendo disponibile il primo ad affermarsi come autore almeno di piani di indirizzo se non, come sarebbe stato d’obbligo, di piani particolareggiati di attuazione (viale della Liberazione (Varesine), Porta nuova, Isola, Garibaldi, Repubblica… et al.).

Nel verso di un allineamento del governo locale al più sregolato neoliberismo mondiale, sindaci, assessori, giornali e giornalisti embedded, architetti e urbanisti, quelli condizionati da relazioni professionali costrittive, ordini professionali: complici l’analfabetismo di numerosi cittadini (comprensibile) e di qualche associazione (inaccettabile), anche «un analfabetismo diffuso sui rapporti che intercorrono fra habitat e convivenza civile» (G. Consonni, Habitat e condizione umana, in Id., Urbanità e bellezza. Una crisi di civiltà, Solfanelli, Chieti 2016, p. 63), quei dotti si misero a cantare la bellezza di inediti insediamenti edilizi: soprattutto dell’avvento, finalmente anche qui (trascurando qualche precedente discordante), della «forma» grattacielo indice di internazionalismo e relativa «attrattività» (ah… ah…). Cruda forma, appunto, quanto più inusitata, in-architettonica, stravagante, mattacchiona, storpiata negatrice della nitida drittezza statica. Destinazione d’uso? Chissà, l’interno avrebbe potuto essere vuoto o pieno di m…. nessuno se lo sarebbe chiesto; non sarebbe cambiato nulla. L’essenziale oggigiorno risiede in un mercato futuribile in cui la rendita fondiaria-edilizia si riproduce anche negli oggetti abbandonati. Il modello? Nel Medioriente, qualsiasi Dubai dei sette emirati o città nuove saudite; nel mondo, qualsiasi Kuala Lumpur o Bangkok o Shanghai o Manila o Rio o Buffalo o Johannesburg…

Un’omologazione che dà ragione allo psicoterapeuta James Hillman, al cui pensiero critico ricorro non per la prima volta. Siamo inconsci della bellezza, siamo antiestetici, anestetizzati, psichicamente ottusi, sicché vince la bruttezza titanica, la nostra vera nemica che colpisce gli occhi, gli orecchi, altre parti del corpo. Le persone dotate di sensitività improntata al principio di selezione sono le sole che, provando profonda rabbia dinnanzi allo spettacolo dis-umano, riescono a captare gli echi del mondo che danno al nostro corpo e al nostro spirito informazioni su come essere, su cosa accettare e cosa detestare (cfr. Politica della bellezza, Moretti&Vitali, Bergamo 1999, p. 64-67 ). Altro che giudizi, falsati da condizionamenti consci o inconsci, sulla base di «mi piace/non mi piace”, o “può piacere o non piacere” (famosa ex assessora all’urbanistica Ada Lucia De Cesaris), o «è bello ciò che piace» o, e basti, «è questione di gusti».

Le prime manifestazioni di arroganza verso i contestatori delle novità architettoniche (meglio dire, in diminuendo, edilizie) incentrate sull’erezione di grattacieli quanto più insensati per essere spettacolari e vantati dalle amministrazioni comunali quale segno di modernizzazione e primato, risalgono al Comune di centrodestra oltre dieci anni fa. Era appena all’inizio l’edificazione sull’area dell’ex Fiera campionaria, «enorme processo di riqualificazione» secondo il sindaco Albertini (intervista al Corriere della Sera, 20 aprile 2006), conosciuto per aver paragonato la guida di una grande città all’amministrazione di un condominio. Per la verità, ampliò i propri richiami culturali definendo i progettisti dei tre grattacieli, Hadid, Isozaki e Lebeskind, legati al gruppo di imprese aggiudicatario degli appalti, «i Brunelleschi e i Bernini dei nostri giorni», e l’asfittico verde, previsto in ritaglio fra i tre colossi circondati da densi e alti gruppi residenziali, «nostro Central Park»: come se non sapesse che il parco newyorkese misura quattro milioni di metri quadrati e l’intera nuda superficie dell’ex-Fiera 255.000 mq. Nella realizzazione lo spazio avrebbe potuto essere riorganizzato rispetto al progetto giacché il grattacielo di Lebeskind non sarebbe stato costruito subito. Al contrario…

«Siamo stati a City Life: vale il viaggio. Una landa desolata con tanto di cratere (in cui è stato sprofondato un campo da golf), due nuclei (gated communities camuffate) che catturano larga parte del verde residuo ecc. ecc. dove si dimostra come si possa fare cippirimerlo agli standard e mandare in soffitta il disegno urbano. Il tutto mentre gli osanna dei media non cessano: un vero fuoco di sbarramento», lettera di Giancarlo Consonni e Graziella Tonon, 21 ottobre 2016.

Gli osanna traboccano da City Life agli altri luoghi della Nuova Milano (vedi sopra) tutti coinvolti in un trionfale e stupefacente disordine urbanistico procedente verso quell’esclusiva stravolta immanenza dei tipi-forme-grattacielo che ho descritto. Gli architetti internazionalisti propensi soprattutto a esaltare se stessi sono «naturalmente» estranei alla nozione di contesto, insegna della scuola di architettura milanese; non gl’importa niente del retaggio sentito vividamente dai cittadini più anziani, il carattere peculiare delle loro opere è l’indifferenza, garantito complice della bruttezza. Per parte loro i media sembrano impediti a percepire la realtà da qualche imperscrutabile intoppo interno, come un groppo nelle viscere umane.

Scrivono di meraviglie della falsa «piazza», qatarina al 100 per cento, intitolata a Gae Aulenti e offendono l’autentica bellezza delle piazze che l’Italia può ancora esibire. Decantano il risanamento del «fangoso» parco dei divertimenti nell’area delle ex-Varesine, ma non immaginano che percorrendo viale della Liberazione in auto (impossibile a piedi!) chi detiene un pizzico di discernimento resta tramortito dalla visione di una caos a doppia faccia, la disposizione a caso degli edifici e, di questi, gli spropositi, i pasticci «architettonici» (virgolette necessarie). Dicono di respiro internazionale alitante all’ombra dei più alti grattacieli e ignorano che ora a Milano respirano a grandi boccate mafie e ‘ndranghete penetrate con capitali ripuliti nella finanza, nel commercio, nei cantieri; e tengono a latere le notizie sulla corruzione ritrovata persino negli appalti e subappalti dell’Expo creduta illibata. Inneggiano all’aumento dei turisti e non vedono che il turismo, qui, è del tipo che Carla Ravaioli definiva «inquinante», all’opposto di una prospettiva sociale e culturale (Il turismo inquinante, in eddyburg, 11 aprile 2005). Il campo di coltura è la vendita di abbigliamento (moda italiana d’altronde omogenea alla forma mondiale), con le concatenazioni richieste da soggiorni anche brevi (hotel, ristoranti-bar-pizzerie…).

La conoscenza dei monumenti e delle opere d’arte, al di là del confine di Piazza Duomo con la cattedrale, spetta solo a piccoli gruppi preparati. La Curia poi, è entrata in pieno con Santa Maria Nascente e dintorni nel circuito commerciale più retrivo, è penoso constatarlo ogni giorno: non solo perché l’ingresso alla chiesa si paghi ma per l’effettiva vendita delle solite cose desiderate dal consumatore conglobato, dentro un ampio negozio ligneo (dovrebbe imitare i barconi che trasportavano il marmo di Candoglia al piede della costruzione) appiccicato alla fiancata di sinistra.

Conclusione. «Fuoco di sbarramento» contro le critiche concentrate sulle Nuove Milano, giacché è su queste che gravita il trionfalismo del Comune e dei media: tuttavia qualche divergenza passa sulla stampa, per lo più enunciata da architetti indipendenti (p. es. Corriere della Sera 21 ottobre, idem 24 ottobre 2016). L’ultima risposta di chi non vuole cambiare idea è però una specie di offerta per un compromesso metaforico, basato sul gioco del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Prima (si intende la città piatta, inerte, forse triste) vedevamo la metà vuota del bicchiere, c’era poco o niente di cui rallegrarsi, ora siamo invitati a vedere quella piena e c’è molto da festeggiare. È ritornata la «Milano da bere».
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