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martedì 15 novembre 2016

Ma la risposta all’ignoranza non sono grate e cancelli

«Sarebbe davvero paradossale che fosse una democrazia moderna a sequestrare ciò che un monarca dell’antico regime volle pubblico. Dobbiamo prendere atto che la bellezza dell’arte è fragile, e che la sua unica difesa è la conoscenza». La Repubblica, 15 novembre 2016 (c.m.c.)

Col suo enorme senso pratico, forse oggi Gian Lorenzo Bernini penserebbe che sarebbe stato meglio se papa Alessandro VII avesse scelto l’altro progetto che l’artista gli aveva presentato: un grande Ercole che reggeva a fatica l’obelisco, incredibilmente storto tra le sue mani. Invece papa Chigi volle proprio l’Elefante, antico simbolo della sapienza orientale, raffigurato mentre portava nella Città Eterna questo obelisco, rinvenuto nel tempio di Iside, che stava sotto il tempio di Minerva che stava sotto la chiesa della Madonna, in quella spettacolare stratificazione della storia che si chiama Roma.

E non c’è dubbio che vedere oggi spezzata quella zanna che Ercole Ferrata scolpì seguendo il modello di Bernini colmi il cuore di tristezza. Ma bisogna pur ricordare che il patrimonio culturale della nazione è in lutto per perdite incomparabilmente superiori: quelle causate dal terremoto dell’Italia centrale, e soprattutto dal terribile smantellamento della tutela, che ha impedito prima di mettere in sicurezza e poi di soccorrere le opere e le architetture.

Se c’è un filo che unisce queste perdite così diverse per cause e dimensioni, è il nostro largo analfabetismo figurativo. Già, perché l’unico presidio vero del patrimonio è la diffusione della cultura artistica, che passa in primo luogo attraverso l’insegnamento della storia dell’arte nelle scuole.

Un insegnamento tradizionalmente del tutto insufficiente, ulteriormente tagliato dai governi Berlusconi e che questo governo ha annunciato di non voler ripristinare. Eppure l’unica difesa possibile di un patrimonio così capillarmente diffuso sarebbe la consapevolezza dei cittadini, che inibirebbe i singoli atti inconsulti e censurerebbe le politiche che minano la tutela: gradi diversi di un unico vandalismo, in ultima analisi dovuto all’ignoranza. Vandali, diceva Antonio Cederna e prima di lui Raffaello, siamo tutti noi.

L’unica cosa da non fare ora è riaprire il dibattito sulla sostituzione delle opere con delle copie o, peggio, sulla chiusura di piazze, scalinate, sagrati. L’Italia è l’Italia perché la bellezza è offerta a tutti: papa Chigi non volle l’Elefantino in un chiostro, o in un cortile aulico, ma nel mezzo della pubblica piazza, in una Roma che nel 1665 era – per quanto sia difficile crederlo – assai più sporca, maleodorante e anarchica di quanto non lo sia oggi.

Sarebbe davvero paradossale che fosse una democrazia moderna a sequestrare ciò che un monarca dell’antico regime volle pubblico. Dobbiamo prendere atto che la bellezza dell’arte è fragile, e che la sua unica difesa è la conoscenza. D’altra parte è proprio per questo che ci è così cara: perché il suo corpo condivide la stessa sorte del nostro.
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