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lunedì 21 novembre 2016

L'odio per le donne in politica

«Le minacce di De Luca a Bindi sono un esempio del sessismo che spesso colpisce le figure femminili sulla scena pubblica». La Repubblica, 20 novembre 2016 (c.m.c.)


Le pesanti minacce rivolte da De Luca a Bindi rappresentano in modo esemplare il concentrato potenzialmente esplosivo di utilizzo del linguaggio dell’odio e del sessismo. Un concentrato che si ritrova spesso sui social media, ove all’insulto pesante contro le donne, o una donna in particolare, si accompagnano minacce, inviti alla violenza altrui (il più comune è lo stupro, possibilmente di gruppo) e/o all’autoviolenza, al suicidio.

È un tipo di violenza cui sono esposte tutte le donne, a prescindere dal loro ruolo pubblico, come testimoniano anche gli ultimi drammatici fatti di cronaca, ma cui sono particolarmente esposte le donne in politica, a motivo non solo della loro maggiore visibilità, ma del loro trovarsi in un luogo e con funzioni che ancora troppi considerano non di loro pertinenza.

Lo documenta anche una ricerca dell’Unione interparlamentare (che raccoglie rappresentanti di 171 paesi), che segnala come non si tratti solo di minacce e umiliazioni verbali e sotto condizione di anonimato, ma spesso anche di veri e propri attacchi fisici. Fa specie che questa combinazione si trovi in un politico dal ruolo non marginale, visto che governa una regione, che quindi non solo dovrebbe essere capace di un linguaggio più sorvegliato di chi utilizza i social network per dare sfogo alle proprie frustrazioni e di un atteggiamento culturale e morale un po’ più civilizzato rispetto a chi sfoga il proprio livore sui social network.

Eppure, non dovremmo stupirci più di tanto. Non abbiamo dovuto aspettare l’ultima campagna presidenziale americana e Trump per vedere irrompere nel linguaggio politico questo concentrato di odio e sessismo, spesso in combinazione con il razzismo e l’omofobia.

De Luca e le sue esternazioni fuori controllo sono solo la variante “pittoresca” di un fenomeno molto più diffuso, in cui la lunga storia del sessismo in politica e tra i politici (si veda il libro di Filippo Battaglia, Sta zitta e va in cucina. Breve storia del maschilismo in politica da Togliatti a Grillo) trova oggi nuovi sbocchi e legittimazione espressiva nello sdoganamento del linguaggio dell’odio anche in sedi insospettabili, persino nelle stesse aule parlamentari, in primis contro gli avversari politici.

Due politologhe torinesi, Marinella Belluati e Silvia Genetti, analizzando alcuni dibattiti parlamentari dell’ultimo anno, hanno trovato che nel 12,45% degli interventi in aula sono presenti vere e proprie espressioni di disprezzo, insulto, dileggio, squalificazione come esseri umani nei confronti di qualcuno, nella maggior parte avversari politici (negli altri casi nei confronti degli immigrati e degli omosessuali).

E quando l’oppositore attaccato/insultato è una donna, non mancano le venature anche pesantemente sessiste. Lo sanno bene Boldrini e Boschi, oltre a Bindi stessa, che il collega parlamentare D’Anna, di Ala, ha pensato bene di rassicurare dopo le minacce di De Luca con le parole «L’unico nemico dell’onorevole Bindi è madre natura», riecheggiando il non dimenticato insulto di Berlusconi.

Sessismo, razzismo e omofobia non sono automaticamente equiparabili alla violenza. Ma il sessismo, il razzismo, l’omofobia e tutte le forme di squalificazione in nome di una particolare caratteristica, costituiscono l’anticamera dell’odio e della violenza.

Quando si considera qualcuno inferiore, o non legittimato ad essere dove è, il passo verso l’aggressione è breve. Per questo si tratta di un atteggiamento inaccettabile e da fermare sempre, tanto più da parte dei politici in quanto responsabili della costruzione del discorso pubblico.

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