menu

subheader

ULTIMI AGGIORNAMENTI

mercoledì 30 novembre 2016

L’insostenibile leggerezza sugli scali ferroviari

Mentre si procede a tappe forzate verso la legittimazione della più grande variante in deroga nella storia dell’urbanistica milanese, una lucida riflessione critica sulla perdurante latitanza dell’amministrazione locale che non fa quello che le compete. Arcipelago Milano, 29 novembre 2016 (m.c.g.)


Chi viene da fuori, se vuol capire bene dove è arrivato, deve affidarsi alla saggezza dei popoli: i proverbi. Chi viene a Milano ne ha a disposizione moltissimi ma due sono fondamentali: “Var pussee un andà che cent andemm” e “Ofelèfa el to mestè”, Arcipelago Milano,29 novembre 2016.
Var pussee un andà che cent andemm” – meglio andare che dirsi andiamo – è il ritratto dei milanesi sempre di corsa, spicci nelle loro decisioni. È questo il motto dell’attuale Giunta a proposito degli scali? O l’ansia di tener fede a un impegno elettorale? Non lo so ma questa volta farei volentieri a meno di quel proverbio perché tutta questa fretta sugli scali è decisamente inspiegabile, salvo che Fs Sistemi Urbani non abbia avuto ordine dalla capogruppo di consolidare un valore immobiliare che oggi non c’è fin tanto che l’accordo di programma non sarà sottoscritto dalle tre parti: Fs, Comune di Milano, Regione Lombardia. Fino a quel momento le aree non valgono nulla.

Vorrei ricordare che l’approvazione di un accordo di programma comporta, a norma del comma 6 dell’art. 34 del D.Lgs. n. 267/2000, la dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità ed urgenza delle opere e che questi tre requisiti sono inscindibili. Vorrei sbagliarmi ma almeno l’indifferibilità e l’urgenza non li vedo proprio, sopratutto nell’attuale situazione del mercato edilizio e per le ragioni ben illustrate dalla ricerca condotta nel 2015 dal Politecnico di Milano: «E infine i vincoli e le opportunità rintracciabili nei profili amministrativi, dovendosi ancora precisare se l’attuazione degli interventi opererà in variante o meno alla pianificazione vigente e quali siano le condizioni di fattibilità procedurale di eventuali “usi temporanei”. La lunga prospettiva temporale della trasformazione, infine, che va ben oltre l’arco decennale di cogenza dello strumento pianificatorio – conformativo, suggerisce l’adozione di una strategia di “manutenzione continua e programmata” la cui gestione sia affidata a un qualificato Collegio di Vigilanza» (Bazzani).(1)

Vorrei anche ricordare che gli accordi di programma costituiscono anche deroga allo strumento urbanistico in vigore e dunque un’eventuale adozione perpetua il malcostume, anche milanese, di procedere nella gestione urbanistica della città per varianti continue, rinviando sempre un’operazione complessiva di ridisegno urbano: quest’atteggiamento rispecchia forse l’inesistenza della cosiddetta “visione”, l’araba fenice della politica milanese. Spero che il tutto non sia qui                                            
Ofelè fa el to mestè”. Questo proverbio invece fa proprio al caso nostro: bello sarebbe se ognuno facesse il proprio mestiere a cominciare da Ferrovie dello Stato e non si impancasse a essere il pensatoio dell’urbanistica milanese. L’operazione Dagli scali, la nuova città è francamente imbarazzante per Milano perché mescola ruoli che dovrebbero essere ben distinti: che cosa vuol dire che FS Sistemi Urbani «promuove un processo partecipato, inclusivo e collaborativo, di rigenerazione urbana sostenibile delle aree ferroviarie dismesse nella città di Milano.»? In nome di chi? In sostituzione di un ruolo che dovrebbe essere proprio dell’amministrazione comunale e dei suoi organismi? Nell’interesse di chi? Suo evidentemente.

«Grazie al coinvolgimento di cinque team multidisciplinari [?] ­- otto architetti e un sociologo – guidati da architetti di fama internazionale, il processo si conclude con la presentazione di cinque scenari di sviluppo urbano». Ecco quel che vuol fare Fs Sistemi urbani. Il tutto con leggerezza vien classificato nella categoria “contributo alla discussione”. Io la chiamerei indebita pressione su un’amministrazione locale da parte dello Stato nell’interesse di una sua Azienda, schierando in campo professionisti di rilievo per utilizzare la loro autorevolezza, o il ruolo giocato negli organismi di categoria, a sostegno dei propri interessi travestiti da bene per la città.

Il tipo di bene da parte delle Ferrovie dello Stato verso Milano lo sperimentano tutte le mattine i viaggiatori che partono e arrivano alla Centrale (Grandi Stazioni) nel labirinto dei percorsi commerciali.

Saper fare il proprio mestiere: il Comune quello del committente nei confronti del mondo di tutte le professioni e i saperi, anche i più innovativi, ben sapendo che un committente deve sapere prima di tutto quello che vuole e quello che mette a disposizione in termini di risorse, conoscenze e aspettative, il suo software: il software politico costituito da un’idea di città, dalla conoscenza dei suoi bisogni, dalla sensibilità dei suoi desideri, dalla percezione delle sue opportunità, dei suoi diritti e dal confronto tra questi quattro elementi e la disponibilità di mezzi che fanno scegliere tra bisogni che si possono o meno, tra desideri realizzabili e, per finire, quali siano le opportunità da cogliere e i diritti da tutelare ad ogni costo.

Ai professionisti la cura dell’hardware senza debordare dal progetto verso il piano politico. Ai consulenti l’affinamento degli strumenti e l’eventuale allestimento di scenari e relativi modelli di simulazione: politicamente neutrali.

 (1) Nota a valle del Seminario “Un progetto per gli scali ferroviari milanesi” tenutosi lunedì 20 aprile 2015, presso il Politecnico di Milano



Show Comments: OR