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martedì 8 novembre 2016

L’impermanenza della democrazia

«L’uomo neoliberale di Ruggero D’Alessandro, per ombre corte. Nel libro l'autore si interroga sull’incapacità delle socialdemocrazie europee di fronteggiare il mutamento della scala sociale dei valori». il manifesto, 8 novembre 2016 (c.m.c.)



È opinione condivisa che la crisi del 2007 abbia riaperto finalmente una discussione vera sulle contraddizioni dell’ordine neoliberista. La stagione dei movimenti altermondialisti (da Seattle a Porto Alegre) aveva chiamato in causa le responsabilità della globalizzazione. Nel biennio 2010-2011 un insieme variegato di movimenti (Occupy Wall Street, Indignados…) è tornato a riempire le piazze contro il capitalismo finanziario per denunciare l’ipocrisia della vulgata neoliberista sulla crisi.

Nel suo L’uomo neoliberale. Capitale globale e crisi della democrazia (ombre corte, pp. 141, euro 13) Ruggero D’Alessandro propone una sorta di compendio di politica economica alternativa al discorso dominante su una crisi «che è divenuta permanente, tanto da imporsi come un nuovo sistema di governo. Una crisi che sta producendo conseguenze anche sul piano delle forme democratiche e delle conquiste sociali del Novecento». Il problema democratico rappresenta il nodo più interessante del volume che ne ripercorre la storia recente dalle raccomandazioni della commissione Trilateral del 1977 che prevedevano: la verticalizzazione delle decisioni e il rafforzamento degli esecutivi. Siamo all’alba dell’ondata teorica neoliberista che invaderà il mondo occidentale siglando la fine dei «Trenta gloriosi».

Dopo la caduta del Muro di Berlino si è radicalizzato anche quel declino dei poteri statali che ha spiazzato la «sinistra storica» comportando un sostanziale arretramento sul piano dei diritti sociali e della partecipazione alla vita democratica. In questo contesto di regressione del welfare e dei diritti del lavoro (flessibilità/precarietà, maggiore facilità di licenziamento) si colloca anche il progressivo svuotamento dei luoghi democratici a vantaggio degli organismi sovrannazionali non rappresentativi e, più in generale, dei poteri economici-finanziari.

La crisi degli anni Duemila – spiega l’autore sulla scorta delle teorie di Luciano Gallino e Wolfgang Streeck – è stata utilizzata da coloro che ne sono stati direttamente o indirettamente responsabili per completare l’affermazione dell’ordine neoliberista imputando all’ormai defunto sistema keynesiano le responsabilità del peggioramento delle condizioni materiali. Come sostiene Christian Marazzi, l’«isteria del deficit» e le politiche di austerity hanno fatto del debito – che in tedesco significa anche «colpa» – il «dispositivo antropologico di autodisciplinamento dell’uomo liberale».

Tradotto in termini più prosaici, le politiche anticrisi non solamente non hanno provocato nei governi e nei loro think tanks una critica delle teorie della Scuola di Chicago, ma al contrario hanno rafforzato il framework in materia di (de)regolamentazione del mercato e di maggiore controllo dei corpi. Su questo punto l’autore fa riferimento alle ricerche di Richard Sennet sulla «corrosione dei caratteri» provocata dalla precarietà e alle tesi di Karl Polanyi sulla fine del lavoro salariato come fattore d’identità sociale. Da ultimo, si interroga sull’incapacità delle socialdemocrazie europee di fronteggiare questo sostanziale mutamento della scala sociale dei valori.

Si tratta di un fenomeno di smarrimento iniziato negli anni di Schröder e Blair che ha investito in pieno gli eredi del Pci. Il Pd di Renzi – spiega D’Alessandro – non è un marziano, ma il risultato di un processo di mutazione politica omogeneo alle altre forze europee (si legga in questa chiave in Jobs act, ma anche il disegno di rafforzamento del potere esecutivo). Rimane aperta invece la questione dell’alternativa. Innanzitutto, D’Alessandro valuta positivamente la ripresa di un dibattito su diseguaglianze e povertà: dal Capitale di Piketty alla Laudato Sì di papa Francesco.

La questione della ridefinizione dell’appartenenza sociale, al centro dell’ultimo Gallino, è ancora il nervo scoperto e non risulta sufficiente, a giudizio di chi scrive, ripetere insieme a Iris Young come un mantra che «la classe resta il paradigma centrale dell’insieme di relazioni strutturali della società odierna».

Come del resto riconosce anche l’autore, c’è ancora molto da fare per ridare ai soggetti subalterni una prospettiva politica attorno a cui unirsi, per rilanciare una proposta antiliberista che sia realmente partecipata e quindi concretamente alternativa.
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