menu

subheader

ULTIMI AGGIORNAMENTI

martedì 1 novembre 2016

L’estrattivismo come cultura

«Un articolo di Raúl Zibechi, zapatista uruguaiano e una presentazione del suo nuovo libro sull’ideologia corrente che "ha dissolto i soggetti, perché nella cosiddetta produzione” semplicemente non ci sono" ». Comune Info, 31 ottobre 2016 (i.b.)


Nella misura in cui l’estrattivismo e i processi politici consolidati in questo modello cominciano a mostrare crepe, per la brusca caduta dei prezzi delle commodities, ci troviamo in condizioni migliori per capire le loro caratteristiche profonde e i limiti delle analisi precedenti. Una di esse, e qui dobbiamo fare autocritica in prima persona, consiste nell’aver guardato in primo luogo al lato ambientale e predatore della natura del modello di conversione dei beni comuni in merci.

Ora possiamo fare un passo avanti, cosa che hanno già fatto gli zapatisti più di un decennio fa, quando hanno definito il modello come «quarta guerra mondiale». L’altro errore importante è stato considerare l’estrattivismo come modello economico, seguendo il concetto di «accumulazione per espropriazione» di David Harvey. Pertanto, all’errore di aver incentrato le critiche – in modo quasi esclusivo – sull’aspetto ambientale, si è aggiunto l’economicismo sofferto da molti di noi che si sono formati con Marx.

Il capitalismo non è un’economia, ma un tipo di società (o formazione sociale), anche se evidentemente esiste un’economia capitalista. Con l’estrattivismo succede qualcosa di simile. Se l’economia capitalista è accumulazione per mezzo di estrazione del plusvalore (riproduzione estesa del capitale), la società capitalista ha prodotto la separazione della sfera economica dalla politica. L’economia estrattiva, di conquista, furto e saccheggio, è appena un aspetto di una «società estrattiva», o «formazione sociale estrattiva», che è la caratteristica del capitalismo nella sua fase di dominio del capitale finanziario.

Al di là dei termini, va sottolineato che viviamo in una società la cui cultura dominante è di appropriazione e furto. Perché insistere sull’esistenza di una cultura estrattivista diversa da quella egemonica, in altri periodi del capitalismo? Perché ci aiuta a capire com’è il mondo nel quale viviamo e le caratteristiche del modello contro il quale ci ribelliamo.

Per capire meglio in cosa consiste quella cultura, sarebbe necessario compararla con la cultura egemonica di periodi precedenti, per esempio durante il predominio dell’industria e dello Stato sviluppista. In quel periodo, i lavoratori manuali dell’industria provavano orgoglio per il loro lavoro e per essere produttori di ricchezza sociale (sebbene di una parte sostanziale di quella ricchezza se ne appropriasse il padrone) . Quell’orgoglio prendeva la forma di coscienza di classe quando si individuavano i propri interessi mediante la resistenza agli sfruttatori.

Non era lo sciocco orgoglio di chi si crede superiore, ma il risultato del posto che gli operai avevano nella società; posto che non avevano ereditato, ma costruito con una lunga e paziente lotta. Tra la metà del XIX secolo e i primi decenni del XX, gli operai – e alle volte le operaie – si sono formati alla luce di una candela dopo estenuanti giornate di 12 ore di lavoro, hanno creato propri spazi di incontro e di svago (centri culturali, teatri, biblioteche, cooperative, sindacato), hanno istituito forme di vita basate sull’aiuto reciproco, hanno creato meraviglie come la Comune di Parigi e la Rivoluzione d’Ottobre, oltre a più di una decina di insurrezioni urbane. Avevano ragioni per nutrire autostima.

Nella vita quotidiana, la cultura operaia ruotava attorno al lavoro, all’austerità per convinzione, al risparmio come norma di vita e alla solidarietà per religione. La tuta da lavoro e il berretto erano segni d’identità con cui giravano per i loro quartieri, perché non volevano vestirsi come i padroni; tutto nelle loro vite, dall’abitazione fino alle loro maniere, li differenziava dagli sfruttatori. Questa cultura aveva tratti oppressivi, come ben sanno le donne e i figli e le figlie degli operai dell’industria. Ma era una cultura propria, basata su una crescita personale autonoma, non nell’imitazione di quelli che stanno in alto.
Questo lungo giro vuole portare a un punto nodale: la cultura operaia poteva connettersi con l’emancipazione. La cultura estrattivista va nel senso opposto. Anche se portava elementi oppressivi, quella cultura conteneva aspetti preziosi, potenzialmente anticapitalisti.

La cultura estrattivista è il risultato del mutamento generato dal neoliberalismo, a cavallo del capitale finanziario. Il lavoro non ha il minimo valore positivo, posto che adesso occupano il saccheggio e le altre facce della medaglia, il consumismo e l’ostentazione. Dove c’era l’orgoglio del fare, oggi la cultura ruota attorno all’esibizione di marche e di mode. Mentre gli operai di un tempo condannavano il furto, per ragioni strettamente etiche, oggi si festeggia l’appropriazione, anche quando la vittima è un vicino, un amico e perfino un familiare.

Certamente, non tutta la società esibisce questo modo di vivere. Ma si tratta di forme che hanno guadagnato terreno in società dove i giovani non hanno un impiego dignitoso né un posto nella società, né la possibilità di formarsi lavorando, né di conseguire una minima ascesa sociale dopo anni di sacrifici. E non hanno nemmeno memoria di quel passato, che è la cosa più deleteria, poiché attenta alla dignità.

L’estrattivismo ha dissolto i soggetti, perché nella cosiddetta “produzione” semplicemente non ci sono. Perfino nella sfera della riproduzione, il sistema si sforza di mercificare tutto, dalle nascite al cibo, scagliandosi contro il ruolo centrale delle donne in questi spazi. Da qui l’importanza delle microresistenze: il tianguis [mercato tradizionale del Messico e del Centro América], il quartiere, i territori popolari, gli spazi collettivi di diverso tipo. Sono le microresistenze che alimentano le grandi ribellioni.

Se è vero che la cultura egemonica sotto l’estrattivismo ostacola i processi emancipatori, l’organizzazione e le resistenze, ci troviamo di fronte all’imperiosa necessità di lavorare nella direzione opposta a quella cultura. Le fondamenta del mondo nuovo sono qui, nella vita quotidiana. Ecco perché l’impegno nei lavori collettivi, in tutte le resistenze. Quei lavori modellano una cultura nuova, che riscatta il meglio della cultura operaia e prova (non sempre) a limitare le oppressioni.

La nuova corsa all’oro. Società estrattiviste e rapina


Il testo è inedito, le 106 pagine includono anche 5 schede di “estrattivismo” italiano le hanno curate i nostri compagni di sempre, il gruppo di Camminar Domandando, in collaborazione con Re:Common, che nella prefazione scrive: “Quest’ultima opera di Raul Zibechi ha un pregio particolare per il pubblico italiano: introdurre un concetto ampio di estrattivismo, proprio nella sua accezione originaria, che dall’America Latina si è allargata a tutto il sud globale.

 Ossia quel processo che coinvolge grandi interessi privati, nazionali ed esteri, lo Stato e la finanza nelle sue varie articolazioni, per accaparrare le risorse presenti sui territori contro gli interessi delle comunità locali e dell’ambiente da cui queste dipendono e trovano ancora in gran parte del pianeta il loro sostentamento e modalità di organizzazione della società. […] Con questa prospettiva latino americana possiamo allora rileggere anche ciò che avviene sui nostri territori in Italia, e definire pure la Tav in Val Susa, o le nuove ed inutili autostrade nel Nord e nel Nord-est quali esempi di estrattivismo che impoverisce la gran parte delle persone che vivono su quei territori, trasformandola e subordinandola alla logica dei mercati globali che premia ben pochi – ed i soliti noti.

Investimenti su larga scala, sia quelli minerari, che petroliferi o dell’agro-business, che trasformano interamente i territori nella loro geografia, generando nuove forme di dominazione e nuova apartheid, come Raul Zibechi definisce la dicotomia tra zona dell’essere e quella del non-essere, «cioè di coloro a cui viene sostanzialmente negata la condizione umana».

L’originalità dell’analisi di Zibechi è proprio il mettere l’accento sul fenomeno sistemicodella violenza dei conflitti che l”estrattivismo genera sui territori e la conseguente criminalizzazione del dissenso, la militarizzazione dei territori e la repressione spesso brutale delle voci contrarie quali elementi imprescindibili del modello estrattivista, e non solo eccessi sporadici o danni collaterali. Una repressione fondante della zona del non-essere, che però oggi colpisce anche molti attivisti che operano contro le grandi opere e che vivono nei paesi del Nord globale, quali l’Italia – in quella che è ancora zona dell’essere, per dirla alla Zibechi – i quali cominciano a viverla sulla propria pelle sempre più spesso.

Nota di Comune.info
Il nuovo libro  di Rauùl Zibechi, La nuova corsa all’oro. Società estrattiviste e rapina, non sarà in vendita nelle librerie e potrà essere acquistato solo ordinandolo via mail ad Aldo Zanchetta aldozanchetta@gmail.com. Il prezzo è di 7 euro, comprese le spese di spedizione.

Raúl Zibechi, scrittore e giornalista uruguayano dalla parte delle società in movimento, è redattore del settimanale Brecha. I suoi articoli vengono pubblicati con puntualità in molti paesi del mondo, a cominciare dal Messico, dove Zibechi scrive regolarmente per la Jornada. In Italia ha collaborato per oltre dieci anni con Carta e ha pubblicato diversi libri: Il paradosso zapatista. La guerriglia antimilitarista nel Chiapas, Eleuthera; Genealogia della rivolta. Argentina. La società in movimento, Luca Sossella Editore; Disperdere il potere. Le comunità aymara oltre lo Stato boliviano, Carta. Territori in resistenza. Periferia urbana in America latina, Nova Delphi. L’edizione italiana del suo penultimo libro, “Alba di mondi altri” è stata stampata in Italia nel luglio 2015 dalle edizioni Museodei. Molti altri articoli inviati da Zibechi a Comune-info: http://comune-info.net/autori/raul-zibechi/

U





Show Comments: OR