menu

subheader

ULTIMI AGGIORNAMENTI

venerdì 18 novembre 2016

Le strozzature nella filiera del pomodoro

«Perché senza riformare le relazioni commerciali tra grande distribuzione e trasformatori non sarà possibile eliminare lo sfruttamento nei campi. Che non è solo quello dei braccianti, e riguarda anche l’ambiente». Altreconomia online, 18 novembre 2016 (c.m.c.)



Intervista al portavoce, Fabio Ciconte. Spolpati è il terzo rapporto della campagna #filierasporca, che dopo aver analizzato negli anni precedenti la mancanza di trasparenza della grande distribuzione organizzata e il mercato dell’arancia, nel 2016 si è dedicata all’industria del pomodoro.

Per quattro mesi Fabio Ciconte, direttore di Terra! onlus e portavoce della campagna, e il giornalista Stefano Liberti, si sono dedicati a un’indagine sul campo, intervistando gli attori della filiera, anche i “caporali” e i trasformatori: grazie a queste testimonianze restituiscono una lettura mai banale delle strozzature e delle inefficienze che hanno reso quasi “naturale” lo sfruttamento, in un mercato che vale 3 miliardi di euro.

Senza sminuire la condizione dei braccianti, e plaudendo la nuova legge sul caporalato, si ricorda che ormai l’85% della raccolta è meccanizzata. «Piace, specie a voi giornalisti, raccontare le storie sempre in maniera sensazionalistica, emergenziale: queste permette di nascondere all’opinione pubblica le principale cause di questo fenomeno che riguarda la manodopera, ad esempio quello, drammatico, delle aste on line» spiega Ciconte, secondo cui anche l’eccessiva meccanizzazione comporta però problemi «di natura ambientale, relativi all’esigenza di aumentare continuamente la resa per ettaro, anche in assenza di manodopera».

Che cos’è un’asta on line? È quel momento, generalmente a primavera, in cui i gruppi della grande distribuzione organizzata (GDO) pubblicano su portali con accesso riservato le proprie richieste di prodotto per l’autunno successivo. Riflettiamo, dice Ciconte: «Il prodotto verrà raccolto a partire dal mese di agosto, e a quel punto viene trasformato. Mesi prima, senza aver cognizione di quel che sarà l’annata agricola, l’industriale ha raggiunto un accordo con la GDO, sulla base di due successive aste, la seconda delle quali, decisiva, fatta con offerte al ribasso. Questo processo si fa a maggio, quando le fabbriche sono chiuse e il pomodoro non è ancora stato comprato. Da quell’offerta dipenderà il prezzo d’acquisto proposto agli agricoltori, che sono costretti ad accettare».

Quasi tutte le catene della grande distribuzione non hanno accettato di rispondere alla domande di #filierasporca, che è un campagna di Terra! onlus e DaSud. «L’unica che lo ha fatto è Coop, che ha confermato di partecipare alle aste on line: lo fanno tutti. Il 17 novembre, con la conferenza stampa alla Camera dei deputati, lanciamo una mini campagna per chiedere l’abolizione delle aste on line, ed è una richiesta che avanziamo al governo, chiedendo un impegno agli attori della GDO» aggiunge Ciconte.

Alcuni marchi, «come Esselunga in occasione del secondo rapporto -spiega il portavoce di #filieraspoarca-, hanno risposto che loro non sono interessati ad interloquire per politiche aziendali; altri lo fanno, ma non danno informazioni e si nascondono dietro ragioni di business, concorrenza, privacy: la realtà è che anche i trasformatori sono soggetti deboli, molti dei quali ormai producono solo il private label della GDO. Esistono, infatti, pochissimi marchi ‘riconosciuti’: il leader del settore è Mutti, che di fatto non partecipa alle aste on line, perché ha un potere d’acquisto forte. Gli altri, tutti piccoli o disorganizzati, si trovano dentro questa morsa. E a loro volta mettono dentro questa morsa i loro fornitori».

Spolpati sottolinea il ruolo ambiguo di un altro attore fondamentale della filiera, ovvero le O.P., organizzazioni di produttori (riconosciute e con tanto di albo sul sito del ministero delle Politiche agricole): «Nascono per aggregare l’offerta, su impulso dell’Unione europea. Le ritengo un soggetto importante: è utile che esiste un’aggregazione tra ‘piccoli’ che faccia da contraltare all’industria e alla GDO, e nel distretto Nord del ‘pomodoro industriale’, a Parma, Piacenza e Ferrara, le OP funzionano: si sottoscrive un contratto, fissando il prezzo d’acquisto, e questo viene rispettato; nel Sud, molte delle O.P. sono in realtà organizzazioni di carta che esistono per prendere i fondi europei destinati al settore, senza farsi carico di alcune responsabilità, senza assumere in alcun modo il rischio d’impresa, firmando i contratti di vendita all’industria per nome e per conto del produttore».

Nel Sud Italia, dove 30mila ettari sono coltivati a pomodoro ed esistono 84 impianti di trasformazione, le O.P. sono 39, contro le 14 del Nord Italia (che ha 26 impianti di trasformazione e una superficie dedicata al pomodoro di 40mila ettari). «L’estrema frammentazione e la loro frequente disconnessione dal mondo agricolo rendono uno dei principali ostacoli allo sviluppo di una filiera funzionante, in cui i diversi attori lavorano in un sistema integrato» spiega il rapporto. Questa disconnessione Ciconte la traduce con un dato: la gran parte delle O.P. del Sud hanno sede in Campania, dove hanno sede gli impianti di trasformazione, mentre oggi la produzione avviene principalmente tra le province di Foggia e Potenza, tra Puglia e Basilicata.

«Il rischio è che ogni anello della filiera lavori per fregare l’altro, com’è successo a settembre 2016, quando le piogge intense durate una settimana hanno portato a una diminuizione del prodotto. A quel punto il produttore ha la possibilità di andare con un autotreno carico di pomodori di fronte all’industria, e metterlo in vendita a 130 euro per tonnellata, quando il contratto firmato stabiliva un prezzo di 87 euro. L’anno scorso, però, quando c’è stato un esubero di produzione questo potere di stracciare il contratto lo avevano i trasformatori» dice Ciconte. È un circolo vizioso da cui -allo stato attuale- risulta difficile uscire, a meno che tutti gli attori della filiera non prendano l’impegno di farlo.

A partire, magari, da una legge sulla trasparenza, quella che con la pubblicazione del rapporto Spolpati la campagna #filierasporca avanza a governo e Parlamento. Due gli elementi chiave: l’introduzione di una “etichetta narrante” sui prodotti agroalimentari, in particolare su quelli (agrumicoli in primis) dove insiste il fenomeno del caporalato; l’introduzione dell’elenco pubblico dei fornitori che permetta la loro tracciabilità lungo la filiera: «è sufficiente un elenco, consultabile sui siti web delle aziende, in cui siano indicati tutti i fornitori di ciascuna» spiega il rapporto.
Show Comments: OR