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mercoledì 2 novembre 2016

Istanbul, ruspe sui simboli laici: a Gezi Park si abbattono gli alberi e l'edificio Ataturk

«Sarà stravolta la piazza delle grandi proteste di massa, teatro della rivolta del maggio 2013 contro il governo conservatore islamico, repressa nel sangue dai militari di Erdogan. Arrivano una caserma e una moschea. Giù anche il palazzo dedicato del padre laico della storia moderna turca». La Repubblica online, 2 novembre 2016, con postilla (p.s.)

 Sono arrivate le ruspe al Gezi Park. Tre colossi gialli dotati di leve e cucchiai dentati da qualche giorno hanno fatto la loro sinistra apparizione ai giardini che affacciano su Taksim, la piazza centrale di Istanbul.

Questo fu il teatro della rivolta del maggio 2013, repressa nel sangue dopo che migliaia di dimostranti si ribellarono alla decisione del governo conservatore islamico di abbattere gli alberi secolari per far posto a un centro commerciale. Il ministro della Cultura ha annunciato anche che il Centro culturale Ataturk, l’edificio simbolo della Turchia laica in quei giorni, a fianco del parco, sarà demolito.

Cadono in un colpo solo due emblemi di una reazione di popolo spontanea. Furono in molti a scendere in piazza per difendere l’unico polmone verde nel centro della metropoli. Donne col velo e giovani appartenenti al partito di governo, anziane armate di fionda e tifosi delle tre squadre avversarie di Istanbul uniti a braccetto. Orhan Pamuk, il Nobel per la Letteratura in quei giorni a Firenze, raccontò l’importanza del luogo e di quando la sua famiglia una notte si unì a proteggere un albero di noce perché non fosse abbattuto.

Ora, può anche darsi che tronchi e radici vengano salvati e trasferiti, dato che nel pomeriggio i giardinieri si davano da fare a dissodare il terreno. Ma i lastroni di cemento appoggiati accanto alle ruspe non promettono certo respiri ecologisti.

Il Leader ha ribadito di recente la volontà di procedere, anche se il centro commerciale non si farà più: “Una caserma militare – ha spiegato il presidente Tayyip Erdogan – verrà costruita, che lo vogliano o meno, e ospiterà un museo storico”. Quindi sarà la volta di una moschea. E poi, ha aggiunto il capo dello Stato, verrà innalzato "il primo palazzo dell'Opera della Turchia".

Il ministro della Cultura, Nabi Avci, ha giurato alla stampa che il progetto “non ha alcun approccio politico: se non lo demoliamo, il centro culturale Ataturk cadrà sulla testa di qualcuno, ormai ha completato la sua vita”.

Era l’edificio davanti al quale il coreografo Erdem Gunduz, ribattezzato l’Uomo in piedi, attuò nella sua semplicità una protesta clamorosa. Mentre le autorità erano già intervenute a sedare i disordini, proibendo assembramenti non autorizzati, Gunduz si piazzò davanti all’edificio dal quale nel frattempo era stato srotolato un enorme ritratto di Mustafa Kemal, Ataturk, il fondatore della Turchia moderna, e per ore si mise a guardarlo negli occhi, in silenzio.

In breve fu imitato da centinaia di persone, e poi da decine di migliaia che in tutte le città, in ogni centro del Paese, elevavano così il loro dissenso.

Venti giorni dopo, i blindati bianchi della polizia avevano facile gioco delle barriere di cartone erette al Gezi Park, dove la gente si era organizzata con librerie e ristorantini, rivendite e ospedali da campo, a mo’ di presidio del verde pubblico. Un’immagine ora destinata al ricordo, soffocata dal nuovo cemento.

postilla

A mo' di postilla, un testo di Mathias Enard: 

«… andare fino in fondo all’avenida Diagonal, dove raggiunge il mare cosi caro agli immobiliaristi e agli urbanisti moderni, per vedere un immenso cantiere un terreno disseminato di bulldozer e di betoniere, ai piedi di edifici eleganti, con vista, tra i più cari e i più moderni d’Europa, quel terreno brulicante di operai si chiamava un tempo campo de la Bota, campo dello stivale i falangisti lo avevano scelto come luogo per le fucilazioni, duemila innocenti, anarchici, sindacalisti, operai, intellettuali, erano stati massacrati sotto le finestre degli appartamenti di lusso di oggi, sommariamente condannati da una corte marziale distratta e sfinita, poi affidati a un plotone di esecuzione distratto e sfinito, prima che il loro ricordo fosse definitivamente sepolto da operai immigrati distratti e sfiniti, nel punto della fossa comune dei duemila cadaveri il comune di Barcellona costruiva il suo Forum delle culture, forum della pace e della multiculturalità, nel luogo della carneficina franchista si edificava un monumento allo svago e alla modernità, alla fiesta, una gigantesca operazione immobiliare che avrebbe dovuto fruttare milioni in entrate indirette, turismo, concessioni, parcheggi, e seppellire di nuovo per sempre i poveri vinti del 1939, i subalterni, quelli che non hanno nulla da opporre alle scavatrici e alle ruspe a parte l’elenco interminabile dei loro nomi e cognomi… »
[Mathias Enard,
Zona, 2008) Bur, 2011. Pag 223-24] 
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