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mercoledì 2 novembre 2016

Il Papa: “È disumano chiudere ai rifugiati ma serve prudenza vanno anche integrati”

«Non è umano chiudere le porte ai rifugiati », ma insieme ci vuole prudenza per integrare bene». La Repubblica , 2 novembre 2016, con postilla

«Non è umano chiudere le porte ai rifugiati », ma «insieme ci vuole prudenza per integrare bene». Sul volo Malmö-Roma, di ritorno dalla commemorazione per i 500 anni della Riforma luterana, Francesco ricorda «che il cuore deve essere sempre aperto all’accoglienza» anche se «per accogliere bene, occorre integrare ». Ciò significa che ci vuole anche prudenza «perché un’imprudenza nei calcoli si paga politicamente».

Santo Padre, sempre più persone provenienti dalla Siria e dall’Iraq cercano rifugio in Europa. C’è chi risponde con la paura. Che cosa ne pensa?
«Si deve distinguere tra migrante e rifugiato. Il migrante deve essere trattato con certe regole: emigrare è un diritto, ma deve essere regolato. Il rifugiato viene da una situazione di guerra e di angoscia, fame; lo status del rifugiato ha bisogno di più cura, più lavoro. Che cosa penso dei Paesi che chiudono le frontiere? Credo che in teoria non si possa chiudere il cuore a un rifugiato. C’è anche la prudenza dei governanti, che devono essere molto aperti a riceverli, ma anche a fare il calcolo di come poterli sistemare, perché non solo un rifugiato lo si deve ricevere, ma lo si deve integrare.

Se un Paese ha una capacità di integrazione, faccia quanto può. Se un altro ne ha di più, faccia di più, sempre con il cuore aperto. Non è umano chiudere le porte, non è umano chiudere il cuore e alla lunga questo si paga politicamente, come si paga anche l’ imprudenza nei calcoli e ricevere più di quelli che si possono integrare. Qual è il rischio se un migrante o un rifugiato non viene integrato? Si ghettizza! Entra in un ghetto, e una cultura che non si sviluppa in un rapporto con un’altra cultura entra in conflitto e questo è pericoloso.

Credo che il più cattivo consigliere per i Paesi che tendono a chiudere le frontiere sia la paura. E che il più buon consigliere sia la prudenza. Ho parlato con un funzionario del governo svedese e mi diceva di qualche difficoltà perché vengono in tanti e non si fa a tempo a sistemarli e a trovare scuola, casa, lavoro. La prudenza deve fare questo calcolo. Se la Svezia ha diminuito la sua capacità di accoglienza, non è per egoismo ».

È realistico pensare a donne- prete nella Chiesa cattolica?
«L’ultima parola è chiara e l’ha data Giovanni Paolo II e questa rimane. Ma le donne possono fare tante cose meglio degli uomini e anche nel campo dogmatico. La Chiesa è donna. È “la” Chiesa, non “il” Chiesa. La Chiesa sposa Gesù Cristo. Non esiste la Chiesa senza questa dimensione femminile».

Per sempre mai donne prete?
«Se rilegge bene la dichiarazione di san Giovanni Paolo II va in questa linea».

Perché ha ricevuto il presidente del Venezuela?
«Ha chiesto un appuntamento perché veniva dal Medio Oriente e faceva scalo tecnico a Roma. Quando un presidente chiede lo si riceve. Il dialogo è l’unica strada per tutti i conflitti. La gente impegnata nel dialogo in Venezuela è gente importante, c’è il presidente Zapatero... Entrambe le parti hanno chiesto che la Santa Sede fosse presente. La Santa Sede ha designato il nunzio in Argentina per il negoziato».

Stiamo tornando dalla Svezia dove la secolarizzazione è molto forte. La secolarizzazione tocca l’Europa in generale. È una fatalità? Chi sono i responsabili?
«Una fatalità? Non ci credo. Quando la fede diventa tiepida è perché si indebolisce la Chiesa. Possiamo dire che c’è qualche debolezza nell’evangelizzazione, in tempi secolarizzati. Ma c’è anche un processo culturale, quando l’uomo riceve il mondo da Dio per farlo cultura. A un certo punto l’uomo si sente tanto padrone di quella cultura e si arriva al peccato contro Dio creatore: l’uomo autosufficiente. Ci sono queste due cose, l’autosufficienza dell’uomo di cultura che va oltre i limiti e si sente Dio e anche una debolezza nell’evangelizzazione che diventa tiepida. Il cardinale De Lubac disse che quando nella Chiesa entra questa mondanità è il peggio che possa accadere, peggio ancora di quello che è accaduto nell’epoca dei Papi corrotti. La mondanità è pericolosa».

Qualche giorno fa ha incontrato Krupp che si occupa di schiavitù e della tratta di esseri umani. Perché?
«Da vescovo di Buenos Aires ho lanciato iniziative contro la schiavitù nel lavoro. Ho lavorato con due congregazioni di suore che si occupano di prostitute, donne schiave della prostituzione (non mi piace dire prostitute, schiave della prostituzione). Lavoravamo insieme e qui in Italia ci sono tanti gruppi di volontariato che lavorano contro ogni forma di schiavitù. Mesi fa ho visitato una di queste organizzazioni. Si lavora bene, non pensavo succedesse. È una cosa bella che ha l’Italia, il volontariato, ed è merito dei parroci: l’oratorio e il volontariato sono nati dallo zelo apostolico dei parroci »

postilla
"Integrazione" è una parola che, come tante, può essere declinata in molti modi. Può significare dire all'Altro: devi diventare come Noi, abbracciare le stesse credenze, costumi, principi, lingua; è la declinazione, pessima, della "razza padrona", xenofoba e neonazista. Può significare spingere l'Altro a cedere alla sua tentazione più immediata, cioè rimanere stretto ai "Suoi", chiudersi nel cerchio delle credenze, costumi, principi, lingue della Sua storia: in una parola, chiudersi  (o lasciarsi rinchiudere) in un ghetto; è la soluzione, cattiva, di chi ha paura dell'altro. Può significare lavorare perché le diversità sussistano ma si aprano al dialogo, al confronto, allo scambio, al mutuo arricchimento: diventino esse stesse un valore aggiunto.
Naturalmente la condizione preliminare per condividere, nei fatti, quest'ultima declinazione della parola "integrazione" è praticare, fin da subito, le tre "virtù civili" dell'accoglienza, della solidarietà, del reciproco rispetto.
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