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lunedì 7 novembre 2016

Il capolinea della sinistra

È proseguita alla Leopolda la rottamazioni di quello che ambiva essere un residuo della sinistra novecentesca. Un utile resoconto, peraltro un po' ingenuo. La Repubblica, 7 novembre 2016, con postilla



LA SETTIMA Leopolda renziana è il capolinea della sinistra italiana. Quel poco che era rimasto della vecchia “ditta” riformista attraversa la sua ultima stazione, dalla quale non uscirà più, o potrà uscire solo a pezzi. Colpisce l’asprezza dei toni con i quali Renzi ha regolato i suoi conti con la “minoranza” del partito, e ha lasciato che il suo popolo leopoldino gli urlasse “fuori, fuori”. Un brutto spettacolo, inutilmente rancoroso e fortemente autoreferenziale. Soprattutto per una kermesse che ha la giusta ambizione di parlare al Paese, non a se stessa. Ma c’è del metodo, in questa scelta renziana. Per almeno due buona ragioni.


La prima ragione riguarda il marketing. A un mese dal referendum che lo vede in svantaggio, il premier ha fatto esattamente quello che doveva fare. Con l’ennesimo testacoda, ha ri-personalizzato la campagna elettorale. L’ha definitivamente svuotata di ragionamenti “tecnici”, e l’ha nuovamente riempita di argomenti ideologici. La posta in gioco, il 4 dicembre, non è quindi la Costituzione riformata e l’Italicum, ma torna ad essere il premier e il suo governo.

Renzi aveva riconosciuto il suo errore iniziale: il voto sulla riforma costituzionale costruita come un’ordalia su se stesso. Aveva tentato di tornare a parlare del “merito”: discutiamo solo di Senato delle autonomie, di navette parlamentari, di leggi a data certa. Un compito arduo, un esito incerto. Perché questa riforma è un compromesso complicato e pasticciato, difficile da “vendere” bene agli italiani confusi (se non ai prezzi di saldo del populismo, cioè con la promessa che serve a “mandare a casa i politici” e a far pagare il conto alla “casta”). Con la “prosa” del tecnicismo costituzionale il Sì non recupera i “clienti” perduti. Puo farlo solo attraverso la “poesia” del leaderismo emozionale. Solo così puoi vincere. È la lezione di Christian Salmon, inventore dello storytelling in politica: «Votare è comprare una storia».

Dunque, si torna alla casella di partenza. La storia che Renzi rivende dalla Leopolda torna a raccontare il referendum del 4 dicembre come un “derby tra la rabbia e la speranza”. Come la “guerra dei mondi”: il vecchio contro il nuovo. Dove il nuovo è ovviamente lui medesimo, garante unico del cambiamento, macchinista di “un treno che passa ora o non ripasserà mai più”. E dove il vecchio, illividito di rabbia, non è tanto incarnato dagli avversari naturali della sinistra, cioè i Berlusconi e i Grillo. Ma è costituito soprattutto dalla sinistra stessa, cioè i Bersani e i D’Alema.

È contro questa sinistra, che Renzi consuma il suo strappo finale. Lo fa con una mossa di grande astuzia. Il compromesso sulle modifiche alle legge elettorale, firmato anche da Cuperlo, è poco più che una “scrittura privata”, che rinvia tutto a dopo il voto. Ma in quel pezzo di carta c’è tutto quello che la minoranza Pd aveva chiesto: l’eliminazione del ballottaggio, il premio di coalizione, il ritorno ai collegi uninominali, perfino l’elezione diretta dei nuovi senatori. Renzi, firmando quella carta, paga un prezzo altissimo alla coerenza (ha sempre definito l’Italicum «una bellissima legge che tutta l’Europa ci invidia»). Ma Bersani, negando ancora una volta la sua firma, stavolta rischia di pagarne uno ancora più alto (se accetti di partecipare alla commissione, e in quella sede accolgono tutto quello che hai chiesto, come fai a rifiutare? Puoi dire che non ti fidi di Renzi, ma allora ha ragione lui a sostenere che il tuo “movente” non è il no alla riforma, ma il no alla sua leadership).
Ma lo fa anche con un attacco definitivo contro «quelli che 18 anni fa decretarono la fine dell’Ulivo, e ora stanno provando a decretare la fine del Pd». E qui sta la seconda ragione, per la quale l’attacco di Renzi alla “ditta” non deve stupire. Una ragione che riguarda la politica. La settima Leopolda riflette la compiuta metamorfosi del Pd in PdR, il Partito di Renzi, per usare la formula di Ilvo Diamanti. Un partito che può e deve fare a meno di “quella sinistra”, ormai vissuta e costruita come nemico. Perché è ormai chiaro che il blocco sociale da aggredire, per il partito renziano trasformato in struttura servente del leader, è quello moderato e tuttora “congelato” dopo la diaspora berlusconiana.

Vale per il referendum di dicembre (secondo i sondaggi che Alessandra Ghisleri ha mostrato al Cavaliere, il 25% di italiani indecisi sarebbe attualmente diviso tra un 60% di No e un 40% di Sì, e dunque è su quel 60% che Renzi deve tentare un recupero). Ma vale anche per il dopo (come ha riconosciuto ieri Roberto D’Alimonte sul Sole 24 Ore, se vincessero i Sì l’unico sbocco possibile di un Italicum riscritto secondo il compromesso appena varato sarebbe “una coalizione con Forza Italia e/o Area Popolare”).


Nella narrazione renziana, nulla si salva prima del 2014. “Quelli che c’erano prima” hanno sfasciato il Paese e il partito. Per questo devono obbedire o scomparire. Si torna così dove tutto era cominciato: la rottamazione come “rivoluzione”. È evidente che la sinistra ha fallito. Il problema è che, dopo aver ucciso la “vecchia”, nessuna Leopolda ci ha ancora spiegato quale sia, e soprattutto se debba esistere, una “nuova” sinistra.

postilla
È veramente incredibile che persone intelligenti, che seguono gli eventi del teatrino della politica da anni, si illudano che da quella fabbrica possa nascere una "nuova sinistra". Incredibile che comprendano solo adesso che la politica di Matteo Renzi è stata fin dal suo inizio la politica preconizzata dalla Mont Pélerin Society e, più recentemente, dalla JP Morgan : politica della quale Berlusconi è stato il primo strumento e Renzi il secondo: più giovane,  più efficace e meno volgare nei modi e nell'aspetto, ma comunque al servizio della medesima Azienda - quindi sempre disposto a collaborare col suo collega per i fini comuni.
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