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sabato 5 novembre 2016

Il «capitalismo inclusivo» è la nuova frontiera Usa

Il capitalismo sente sul suo collo il soffio di una crisi irreversibili e tenta di sopravvivere ai rischi della fase neoliberista.Vorrebbe farlo lasciando intatti i profitti ma evitando l'impoverimento della middle class nel Primo mondo. Sembra approdare a un nuovo keynesismo, questa volta affidato alle aziende private anziché allo stato. Il Sole 24Ore, 3 novembre 2016

Siamo vicini all’alba del giorno dopo, del giorno in cui, subito dopo le elezioni americane ci sarà il brusco risveglio dalla retorica fiorita, dalle promesse facili, dai sogni impossibili, per confrontarsi con una realtà economica che resta difficile, problematica e non di facile soluzione. La sfida è duplice. Sul primo livello c’è quella economica. Come riportare il paese su tassi di crescita sostenibili più alti di quelli del nostro tempo? La seconda è il corollario della prima ed è ancora più complicata: come si riuscirà a rinfrancare, assicurare la classe media, delusa, preoccupata, infelice e pronta, non solo in America, al voto di protesta contro chiunque si trovi al governo o rappresenti presunti “poteri forti”?

La risposta la troviamo nel modello del “capitalismo inclusivo”. Un modello che vuole respingere le tentazioni ora “socialiste” ora “assolutiste” evocate dal populismo facile. Un modello messo a punto al Center for American Progress a partire dal 2012 sotto la leadership di John Podesta, con il brillante contributo creativo di Larry Summers, professore di economia a Harvard, autore, ex segretario al Tesoro, generalmente “larger then life”, come si dice da queste parti. Summers fu fra i primi, già durante il post crisi 2007-2009 a identificare il pericolo di una “stagnazione secolare”, capì prima di altri che le economie potevano ripartire, ma non avrebbero riproposto quei tassi di crescita del 4-5% che avevano caratterizzato i cicli economici degli ultimi 30 anni. E avendo identificato prima di altri il problema ha giocato d’anticipo identificando con altri economisti una soluzione che, necessariamente, passa non solo per lo Stato, ma anche e soprattutto per le aziende private che, solo negli ultimi dieci giorni, hanno annunciato operazioni di fusioni (preambolo del downsizing) per quasi 200 miliardi di dollari.

È ovvio dunque che per cambiare non bastano i governi, occorre partire per prima cosa dal coinvolgimento delle grandi aziende. Sono loro ad avere sul piano globale un forte impatto sull’occupazione e sui parametri di governance. Possono farlo applicando i tre principi del capitalismo inclusivo: 1) basta con gli obiettivi finanziari a breve e brevissimo termine, basta in sostanza di essere schiavi dei risultati trimestrali e dei gestori di portafoglio o di fondi pensione che “vendono” se non si raggiunge un certo parametro di rendimento. Occorre pensare al lungo termine, investire nel lungo termine anche nella gestione dell’occupazione; 2) aprire all’integrazione dei cosiddetti fattori ESG (environmental,social,governance) parte dell’ombrello della corporate social responsibility. Il modello per l’”inclusive capitalism” fa un passo in avanti, le scelte non diventano periferiche, parte della missione del “buon cittadino”, ma centrali alle politiche dell’istituzione che le persegue, centrali insomma in ogni aspetto delle decisioni di business che riguardano un’azienda. 3) La forza lavoro. Su questo Larry Summers non ha dubbi, non basta pensare all’addestramento, non basta concedere premi di produzione «occorre aumentare i salari, aumentarli in modo concreto e tangibile». Se l’aumento dei salari porta a una diminuzione dei profitti diventa allo stesso tempo motore dei consumi e dello sviluppo economico. Anche questa è lungimiranza: sacrifico oggi un 20% del profitto per vedermelo rientrare moltiplicato in un periodo anche breve, uno o due anni, grazie all’impatto macro sull’economia. Soprattutto se la scelta è fatta in modo unitario dalla comunità degli affari.

La cosa incoraggiante per chi si dovesse svegliare confuso la mattina del giorno dopo le elezioni americane è che in materia di “Capitalismo Inclusivo” siamo già passati dalla fase teorica alla fase pratica. Lynn Forester de Rothschild, donna d’affari di successo in America, vicina a Hillary Clinton, consigliere dell’Economist, di cui è azionista con il marito Evelyn de Rothschild, ha organizzato una “coalizione per il capitalismo inclusivo”, ha già allargato l’abbraccio a grandi aziende e istituzioni ed ha organizzato incontri operativi per passare dalla teoria alla pratica.

Ho partecipato al secondo seminario annuale organizzato dalla Rothschild qui a New York alcune settimane fa. Parterre “off the record” di altissimo livello, con interventi di alcuni dei principali capi di multinazionali americane e globali. Dialogo aperto e provocatorio, i leader, non solo aziendali, hanno davvero confrontato esperienze e problemi in libertà, certi che il “brain storming” restasse chiuso dietro le porte del Cipriani Wall Street, dove si è tenuto l’evento. Posso anche riferire che molti hanno preso degli impegni specifici per muoversi nella direzione di questa nuova frontiera che potrebbe essere quella capitalismo inclusivo.

Muoversi in questa direzione nuova, e farlo anche al di fuori dell’America è essenziale perché il problema del forte malessere della classe media è molto reale ed è complicato dal fatto che non si tratta soltanto di una forma di pessimismo psicologico.

Dobbiamo anche prendere atto che il percorso che ci ha portato a questa mancata risposta del capitalismo alle nuove sfide dell’economia non è quello tortuoso dei commerci, come sostiene Donald Trump, che vuole chiudere le frontiere, ma è la sfida dall’innovazione tecnologica, che non si può fermare con una semplice barriera tariffaria.

Ma Trump ha usato la dinamica della paura, come del resto ha fatto il concorrente a sinistra di Hillary Clinton Bernie Sanders, per denunciare questa accumulazione di potere e ricchezza. La miscela che ne consegue è esplosiva: da una parte quelli che “hanno” dall’altra quelli che “non hanno”.

Alcuni offrono altre soluzioni. L’economista Thomas Piketty, ad esempio,in base ai suoi studi lungo un periodo di 250 anni, ci dice che la concentrazione della ricchezza non si corregge da sola e propone una aggressiva redistribuzione del reddito attraverso fortissime tasse progressive.

Eccoci dunque alle alternative: a) ritorno allo statalismo con aliquote fiscali altissime, al 70-80% come succedeva negli anni Settanta, b) continuare lungo questa strada, della concentrazione dei poteri economici senza ritorni per la popolazione nel suo insieme c) abbracciare la strada del capitalismo inclusivo. Un paio di anticipazioni? Generiche, senza violare il segreto delle riunioni? I fondi pensioni hanno aperto al ritorno di lungo termine rassicurando i capi azienda. I capi azienda hanno capito che devono investire nel lungo termine in regioni come lìAfrica o il Sud America per incoraggiare le popolazioni a restare a casa. Hanno sottoscritto impegni per l’ambiente, meno carbone, meno miniere. E i minatori degli Appalchi votano compatti Donald Trump. L’equazione non è mai perfetta. L’importate è cominciare con il ridurre le incognite.
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