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domenica 27 novembre 2016

Fidel Castro. Addio all’icona della Revolución

Articoli di Franco Venturini, Roberto Da RinFurio Colombo, Gianni Minà, Luciana Castellina. Internazionale online, Corriere della sera, Il Fatto Quotidiano, il Sole 24 ore, il manifesto, 27 novembre 2016 (c.m.c.)




Internazionale
LE REAZIONI DEL MONDO
ALLA MORTE DI FIDEL CASTRO



La morte di Fidel Castro, ex presidente cubano e leader della rivoluzione comunista, avvenuta nella notte del 26 novembre, ha suscitato reazioni in tutto il mondo.

Il presidente uscente degli Stati Uniti Barack Obama ha offerto le sue condoglianze alla famiglia Castro in un comunicato. «Sappiamo che questo momento riempie i cuori dei cubani – a Cuba e negli Stati Uniti – di forti emozioni, ricordando gli innumerevoli modi in cui Fidel Castro ha cambiato il corso della vita di individui, di famiglie e della nazione cubana», ha dichiarato Obama, concludendo: «Sarà la storia a ricordare e giudicare le enormi conseguenze che questa figura singolare ha portato nella vita delle persone e del mondo attorno a lui».

In un telegramma al presidente cubano Raúl Castro, il presidente russo Vladimir Putin ha detto: «Il nome di questo illustre statista è giustamente considerato il simbolo di un’era nella moderna storia del mondo», aggiungendo che «Fidel Castro è stato un sincero e affidabile amico della Russia».

Il neoeletto presidente statunitense Donald Trump inizialmente si è limitato a scrivere sul suo profilo Twitter: «Fidel Castro is dead!». Trump ha poi rilasciato la seguente dichiarazione: «Oggi il mondo segna la scomparsa di un brutale dittatore che ha oppresso il suo popolo per quasi sei decenni. L’eredità di Fidel Castro è fatta di plotoni d’esecuzione, furti, sofferenze inimmaginabili, povertà e la negazione di diritti fondamentali». Trump conclude: «Anche se Cuba rimane un’isola totalitaria, spero che oggi sia l’inizio di un allontanamento dagli orrori sopportati per troppo tempo, e un passo avanti verso un futuro in cui gli splendidi abitanti di Cuba potranno finalmente vivere nella libertà che si meritano».

Secondo quanto riportato da Interfax, l’ex leader sovietico Michail Gorbacev ha detto: «Fidel si è battuto per rafforzare il suo paese durante il più duro embargo statunitense, quando su di lui pesava una pressione colossale e nonostante ciò è riuscito a guidare il suo paese su una strada di sviluppo indipendente. Negli ultimi anni, anche quando non era formalmente al potere, Fidel Castro ha avuto un ruolo fondamentale nel rafforzamento di Cuba», aggiungendo inoltre che Castro sarà ricordato come un “politico di spicco” che è riuscito a lasciare “un segno profondo nella storia dell’umanità”.

Il presidente sudafricano Jacob Zuma ha ringraziato Fidel Castro per il suo sostegno alla lotta contro l’apartheid, dichiarando: «Il presidente Castro si è riconosciuto nella nostra lotta contro l’apartheid. Ha ispirato il popolo cubano a unirsi a noi nella lotta».

Il presidente cinese Xi Jinping ha dichiarato che «il popolo cinese ha perso uno stretto compagno e un sincero amico», lodando Castro per il suo contributo allo sviluppo del comunismo a Cuba e nel resto del mondo.

Il presidente venezuelano Nicolás Maduro, storico alleato di Castro in chiave anti-statunitense, ha dichiarato alla rete televisiva Telesur: «Continueremo a lottare e a vincere. Fidel Castro è un esempio della lotta del popolo mondiale. Porteremo avanti la sua eredità».

Il premier canadese Justin Trudeau ha rilasciato una dichiarazione in cui esprime “profondo dispiacere” per la morte di Fidel Castro. L’ex primo ministro canadese Pierre Trudeau (padre di Justin Trudeau) aveva uno stretto legame con il leader cubano, che nel 2000 aveva presenziato al suo funerale. Queste le parole del primo ministro: «Fidel Castro è stato un leader smisurato che ha servito il suo popolo per quasi mezzo secolo. Un leggendario oratore e rivoluzionario, Castro ha portato significativi miglioramenti all’istruzione e alla sanità del suo paese. Per quanto Castro sia stata una figura controversa, sia i suoi detrattori sia i suoi sostenitori hanno riconosciuto la sua profonda dedizione e il suo intenso amore per il popolo cubano, che ha avuto un affetto profondo e duraturo per el Comandante».

In un telegramma a Raúl Castro, presidente di Cuba e fratello del líder máximo, papa Francesco ha espresso la sua vicinanza per il defunto “dignitario” ai familiari, al governo e al popolo “dell’amata nazione”. Al tempo stesso, il papa ha offerto «preghiere al Signore per il suo riposo» e ha affidato «il popolo cubano alla materna intercessione della Vergine della Carità del Cobre» patrona di Cuba.



Corriere della sera

RIVOLUZIONE E TIRANNIDE
L'UOMO CHE SFIDÒ GLI USA

di Franco Venturini

Il padre di Fidel, Angel Castro, arrivò a Cuba agli albori del Novecento con addosso una divisa militare e nello zaino l’ordine di battersi contro l’indipendenza dell’isola. Non poteva sapere, quel contadino spagnolo, che quasi mezzo secolo più tardi suo figlio sarebbe diventato la bandiera non dell’indipendenza formale già conquistata ma di quella «vera», come dicevano i guerriglieri barbudos che per anni avevano combattuto il dittatore Fulgencio Batista fino ad abbatterlo nel gennaio del 1959.

Il paradosso ha sempre accompagnato la vita di Fidel Castro, sin dalle sue origini galiziane mai rinnegate. Gli studi dai gesuiti e più tardi una militanza comunista che si voleva atea. L’amore per la Revolución accanto a una intransigenza ideologica che più volte ha rischiato di strangolarla. Il nazionalismo, ma anche la sottomissione obbligata (dai bisogni economici) all’Unione Sovietica e ai suoi giochi da Guerra fredda.

Fidel nasce il 13 agosto 1926. Sua madre Lina è stata prima la cameriera e poi la seconda moglie di Angel, che nel frattempo ha rinunciato alle velleità guerriere e avviato nell’isola una piccola piantagione destinata a crescere velocemente. Fidel e suo fratello Raúl vivono con la famiglia in una casa di legno a due piani, giocano come tutti i bambini e imparano a cacciare, dunque a sparare.

La scuola è una scuola cattolica nella città orientale di Santiago e poi nella capitale L’Avana, dove Fidel viene premiato come il miglior studente giocatore di basket di tutta l’isola. E nel baseball, anche se non riceve premi, è quasi allo stesso livello.

Il contatto con la politica avviene all’università, dove Fidel studia legge. Viene fermato diverse volte, e anche sospettato, ma mai incolpato, per la morte del leader di un gruppo studentesco rivale. Da avvocato continua ad essere un militante, ma tutto diventa diverso dopo che il generale Batista anticipa le elezioni impadronendosi del potere con un golpe nel marzo del 1952. Fidel e il fratello Raúl, già avezzi all’uso delle armi, rispondono organizzando un attacco militare alla caserma Moncada di Santiago.

Dei loro 119 compagni di avventura ne sopravvivono 60. Ma ormai per Fidel e il fratello la strada da percorrere è segnata. Fuggono in Messico, reclutano nuovi compagni tra i quali il «Che» Guevara, e nel 1956, a bordo di un barcone chiamato «Granma», sbarcano a Cuba. La prossima tappa è la Sierra Maestra, dalla quale la guerriglia anti-Batista condurrà una campagna sempre più efficace fino alla vittoria dell’8 gennaio 1959.

Fidel si impossessa del potere e continua a battere dei record: il suo primo discorso all’Onu nel 1960 dura 269 minuti, un primato che lui stesso avrebbe successivamente battuto ma non in una sede internazionale. I rapporti con gli Stati Uniti (che utilizzavano la Cuba di Batista alla stregua di un grande parco giochi) sono subito difficili e precipitano rapidamente.

Fidel nazionalizza proprietà americane. L’America risponde con un embargo che dura ancora anche dopo il disgelo tra L’Avana e Washington, perché il Congresso non ha mai accolto la richiesta di Obama di abolirlo. E il risultato, che segnerà i decenni a venire, è che Castro decide di appoggiarsi all’Unione Sovietica e alla sua generosa assistenza.

Paradossi, anche qui. Mentre combatteva sulla Sierra Maestra Fidel negò più di una volta di essere filocomunista. Semmai, il radicale era suo fratello Raúl. E nel viaggio compiuto negli Usa nell’aprile 1959, Fidel ribadì la smentita. Ma gli americani (in particolare il vicepresidente Nixon) non gli credettero, lo presero per un agente di Mosca e lo spinsero in questo modo proprio nelle braccia del Cremlino.

Arrivarono le collettivizzazioni e gli espropri, l’assorbimento dei sindacati nel Partito comunista (partito unico), ci furono tentativi di resistenza e morti. Una delle prime aziende agricole ad essere collettivizzata nell’ambito della riforma agraria fu quella di suo padre Angel.

L’Urss ormai dettava legge all’Avana, e nel 1962 la pretesa sovietica di installare suoi missili a Cuba portò il mondo sull’orlo di un conflitto nucleare. Fidel stette alla finestra e accettò il compromesso segreto raggiunto tra Washington e Mosca. Il suo potere era ormai saldo e collaudato, dopo la prova della Baia dei Porci nell’aprile del 1961. Con l’appoggio della Cia gli esuli cubani negli Usa avevano organizzato un attacco contro il regime castrista. Ma il promesso appoggio americano dal cielo non arrivò mai, e le forze di Fidel uccisero o catturarono tutta la forza di invasione. Da allora non ci sono stati più tentativi di sbarco, anche se contro Fidel sarebbero stati compiuti numerosi attentati o tentativi di attentato.

Nel 1964 Fidel ammise che nelle carceri cubane c’erano quindicimila prigionieri politici, un numero destinato a diminuire di molto in questi ultimi anni dopo i viaggi di Giovanni Paolo II e di papa Francesco, e il ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra Cuba e Stati Uniti grazie alla mediazione del Vaticano e del Canada.

Ma prima di arrivare a tanto c’è il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, che priva l’economia cubana di sovvenzioni ormai ultradecennali e molto generose. E c’è, in tempi recenti, il crollo economico del Venezuela chavista, che priva Cuba di preziose e privilegiate forniture di petrolio spesso pagate con l’invio di medici e di insegnanti.

Per la società cubana si tratta di due tempeste perfette, anche i beni di prima necessità periodicamente diventano introvabili e così, poco a poco, i cubani imparano ad arrangiarsi per sopravvivere. Il che, tradotto, significa corruzione endemica, furti regolari anche dalle catene di montaggio delle poche aziende di Stato, e una fame di denaro che condiziona i rapporti sociali in direzione esattamente opposta a quella che il sistema castrista aveva auspicato.

Forse anche per queste delusioni, che si aggiungevano alle sue precarie condizioni di salute, Fidel decide nel 2008 di passare il testimone al fratello Raúl. Che si mostrerà più coraggioso o più flessibile di lui, avviando un programma di riforme graduali ma reali.


il sole 24 ore
L’ADDIO DEL MONDO A FIDEL CASTRO
IL LEADER CUBANO CHE  SFIDÒ GLI USA

di Roberto Da Rin

«Trump: "Brutale dittatore". Il "dolore" del Papa. . La morte a 90 anni. L’annuncio del fratello Raul, presidente dal 2008 

Un eroe romantico e un tiranno. Fidel Castro (foto), 90 anni, è morto a L’Avana. L’annuncio, alle 22,29 di venerdì sera (le 4,29 di ieri mattina, ora italiane), è del fratello Raul che, sciolto nella commozione, ha concluso con «hasta la victoria siempre».

Il lider maximo è stato venerato o detestato, con poche sfumature di grigio. Un carisma indiscusso che gli ha consentito di governare l’isola per 50 anni; poi, nel 2006, per problemi di salute ha ceduto il passo a Raul. Ma Fidel, in questi ultimi 10 anni, non ha mai davvero abdicato alla sua leadership.

Fidel, l’ultimo rivoluzionario, si è ritagliato un ruolo di primo piano nella storia politica americana, del Sud e del Nord; ha visto passare 11 presidenti americani e i suoi “servizi segreti” hanno sventato 637 piani per ucciderlo. All’indomani dell’elezione di Bill Clinton, dichiarò : «Vabbé, vediamo questo come si comporta».

Sull’ultimo, Donald Trump, non si è espresso. Lui invece,il presidente degli Stati Uniti appena eletto, ha calpestato il protocollo, la liturgia delle condoglianze della diplomazia internazionale e ha dichiarato alle agenzie di stampa: «Fidel Castro è stato un brutale dittatore che ha oppresso il suo popolo per quasi sei decenni».

La distanza con la posizione di Papa Francesco è siderale: in un telegramma a Raul esprime «vicinanza ai familiari, al governo e al popolo dell’amata nazione».
Se è vero che le coincidenze non esistono, Fidel muore in un giorno simbolico per Cuba, quello del 60esimo anniversario della partenza dal Messico del Granma. Ovvero la nave con a bordo Ernesto, lo stesso Fidel e 82 uomini che salpò verso Cuba per dare il via alla Revolución che pochi anni dopo spodestò il dittatore Fulgencio Batista.

«No vamos a ser eternos gobernantes», promise Fidel Castro nel 1961. Non saremo governanti eterni.È successo il contrario: Fidel è stato uno dei più longevi al mondo, convinto di incarnare pueblo, Revolución e Nación. Ha incassato successi evidenti ma anche sconfitte amare. Nei primi dieci anni di Revolución ha azzerato l’analfabetismo e costruito un sistema sanitario invidiato dalla maggior parte dei Paesi latinoamericani. Obiettivi centrati e riconosciuti dagli osservatori delle Nazioni Unite in missione a Cuba. Ha perso sul fronte dell’egualitarismo e del benessere: disse che l’isola avrebbe raggiunto un tenore di vita superiore a quello degli Stati Uniti.

In verità la libreta (tessera di razionamento alimentare) con cui si ottiene ogni mese una determinata quantità di cibo, non ha mai garantito una qualità di vita superiore alla sussistenza.

Quello del lider maximo non fu un disegno di rivoluzione socialista, piuttosto un “governo patriottico” di stampo antiimperialista. Peccato che l’America Latina, negli anni Cinquanta e Sessanta, non contemplasse questo tipo di opzione: la tragica conclusione dei governi di Jacobo Arbenz in Guatemala e di Salvador Allende nei primi anni Settanta furono segnali chiari. Il fiuto politico e l’astuzia strategica lo convinsero ad abbracciare il modello socialista, ratificando l’alleanza con l’Unione sovietica.

Da qui una forte contrapposizione politica con gli Stati Uniti, di interessi geopolitici e di modello economico. Azione e reazione: la centralità americana di “consumatori e mercati” e quella cubana di “solidarietà e pianificazione”. Il muro d’acqua tra l’Avana e Miami è troppo stretto per essere tollerato, Washington non lo può abbattere ma impone il castigo dell’embargo. Che vige ancora oggi, anche se Raul e Barack Obama, hanno avviato un promettente disgelo. Impossibile prevedere le prossime mosse di Donald Trump. Una sola certezza, Fidel Castro muore ma Cuba, rimane lì.

Sgangherata e con un’economia da ricostruire. «Il socialismo esportabile? No, non funziona neanche qui», parole di Fidel. Eppure ancora oggi Cuba è considerata da molti Paesi latinoamericani una trincea davanti all’Impero. Il mito della Revolución sopravvive a se stesso.



Il Fatto Quotidiano
SIEMPRE FIDEL
ADDIO ALL'ICONA DELLA REVOLUCION

di Furio Colombo

Il 1961 è l’anno della svolta di Castro, dalla guerriglia nella Sierra alla sfida “atomica” al mondo e il braccio di ferro con gli Usa: il momento di passaggio di un leader che diventa simbolo globale Eccolo Fidel Castro, che tutti a quel tempo chiamano “il comandante”, un po’ Zorro, un po’ Garibaldi, più giovane di quel che ti immagini (poco più di 30 anni) con un saluto allegro che non è da rivoluzionario e neppure da vanto del vincitore.

È l’umore che per forza provoca le battute e le risate dei ragazzi immortali che hanno resistito in prigione, hanno combattuto sulla Sierra e sono scesi all’Avana e all’Hotel Nacional in tempo per il Capodanno del 1959. Fidel Castro, vestito da Sierra (ma con camicia bianca appena stirata) apre la portiera della limousine, forse appartenuta a Fulgencio Batista, forse non più così lucida, per far scendere Simone de Beauvoir, Françoise Sagan, Jean-Paul Sartre.

Sono i miei compagni di viaggio incontrati sul volo peruviano Lima-L’Avana 421, la vigilia di Capodanno del 1961, loro venuti da Parigi su invito del Comandante per celebrare il primo anno della Rivoluzione, io imbarcato nella “sosta tecnica” di Miami con visto scritto a mano, a matita, sul passaporto da Raulito Castro (figlio di Raul), buon amico al club dei giornalisti dell’Onu, allora un luogo molto simile al leggendario caffè di Casablanca.

Fídel (era già iniziato il culto universale di quel primo nome) vede che, prima di scendere, sto riposizionando la tendina che Sartre aveva quasi strappato per guardar fuori (in auto ci faceva da guida Che Guevara, allora scettico e non felice governatore della ‘Banca centrale’, venuto a nome del governo), nota con divertimento il tentativo (lui che tra poco ci porterà nel suo ufficio) e commenta: «Quando arrivi da me, non ti avvicinare al mio tavolo».

La giornata si divide nell’arrivo del gruppo all’Hotel Nacional, dove tutto sembra intatto dalla notte dell’anno prima, compreso il lungo tavolone nell’atrio, con tante tovaglie d’oro, dove gli invitati avrebbero ritirato il biglietto con l’assegnazione (se Fidel, Raul e il Che non fossero arrivati un po’ prima) di una grande stanza che nessuno ha rivisitato da quella notte e in un secondo giro all’Avana (questa volta in jeep) mentre Che Guevara mi spiegava un sistema di distribuzione dei prodotti agricoli che lui chiamava Tiendas del Pueblo.

E, verso sera, la festa sul tetto dell’Hotel Hilton, abbandonato dai gestori americani e occupato come sede della gioventù cubana. Alla balconata dell’ultimo piano c’erano tutti i compagni-compagni di lotta di Fidel. Il gruppo di ospiti di cui facevo parte (sembra impossibile, ma non ho mai parlato con Sartre, salvo i saluti), Che Guevara ci presentava andando su e già per la fila, e un anziano si accompagnava con la fisarmonica per ripetere una sua canzone di brevi strofe che finivano sempre con la frase “Yankee go home”. Dall’alto si vedeva una folla che si diramava lungo tutte le strade fin dove giungeva lo sguardo, e sarà la stessa, tante generazioni dopo, che vedremo alla cerimonia alla fine di questi giorni di veglia e lutto. Quella sera Fídel è arrivato per ultimo e ha parlato subito, a lungo. Era al vertice ma non parte del governo.

In quel tempo, prima del comunismo, aveva un’idea pannelliana del leader: garantire, non comandare. Quando il presidente Dorticos, uno scrupoloso giurista democratico, ha firmato una legge per multare o arrestare le prostitute, il dissenso di Fídel ha costretto il presidente a lasciare. Ma le minacce continue di Nixon, allora vicepresidente Usa e candidato alle elezioni del 1960, scurivano il cielo.

L’invasione di esuli cubani di destra nella mai dimenticata operazione “Baia dei Porci” (preparata a sorpresa da Nixon, fatta esplodere mentre governa Kennedy, fermata all’ultimo istante dallo storico Arthur Schlesinger nella veste di consigliere politico con delega a prevalere sui militari) è una spinta brutale che Kennedy non può fermare. Fídel va verso l’Unione Sovietica e proprio lui, così diverso, così naturalmente liberal e culturalmente americano, non vuole e non può tornare indietro. E così Fídel, che ha saputo dare dignità alla sua rivoluzione, cade nella trappola come voleva la destra, accetta il rischio pauroso dei missili sovietici a Cuba, e di nuovo sono i Kennedy a salvare Usa, Cuba e il mondo dallo scontro atomico.

Da allora, Fidel resta un grande simbolo di quel glorioso giorno in cui ha occupato l’Hotel Nacional e arrestato o esiliato tutti i padroni del potere e della ricchezza del Paese. Ma non più un simbolo di libertà, che era stato il senso della sua rivoluzione. Molti anni dopo, e prima del cauto governo del fratello Raul, le sue carceri troppo piene, isolate dalle richieste di un mondo da cui aveva avuto sostegno, hanno ridotto la sua straordinaria immagine di Zorro rivoluzionario che arriva in tempo e che lascia il segno.

Due papi e Obama gli hanno cambiato la scena, spostandola verso un dignitoso tipo di pace. Era la sola via d’uscita per un uomo che si era dato come compito di restituire dignità al suo Paese. Nonostante tutto si deve dire che in gran parte ci è riuscito.



il manifesto
IL COMANDANTE CHE HA FATTO UNA RIVOLUZIONE
SENZA PERDERLA 

di  Gianni Minà

«Hasta siempre Fidel. Ha lasciato un paese in condizioni migliori di quando lo ha liberato dal dittatore Battista»

Con un esempio palese di assoluta discrezione venerdì se ne è andato da questo mondo il Comandante Fidel Castro, l’unico, nel mondo moderno, che abbia fatto una rivoluzione e non l’abbia persa.L ’unico leader che abbia lasciato un paese in condizioni migliori di quando ha rischiato la pelle per liberarlo dalle prepotenze del dittatore Fulgencio Battista, uno che governava sotto braccio alla mafia.

È singolare che queste realtà, inconfutabili per l’America Latina (Piano Condor, desaparecidos) non siano ancora adeguatamente riconosciute e ricordate da una parte del mondo occidentale che pure, in questi ultimi anni, ha toccato tetti inauditi di empietà perseguitando esseri umani come noi e riempiendosi la bocca con le parole «libertà» e «democrazia», quando in realtà il loro unico «merito» era di essere nati nel posto giusto, al momento giusto.

Questa logica invece era stata ben chiara, fin dal tempo delle insurrezioni studentesche, per il giovane avvocato Fidel Castro tanto che, arrestato per le sue sedizioni, si era difeso da solo in tribunale con una frase che avrebbe fatto epoca: «La storia mi assolverà».

In realtà è più che disonesto, da parte dei farisei di casa nostra (i cosiddetti riformisti) ignorare che Cuba ha pagato, per la testardaggine del suo Comandante, un prezzo altissimo con l’assurdo embargo che dura da più di 55 anni. E questo solo per aver rivendicato il diritto di autodeterminazione del proprio popolo scegliendo un sistema che non piaceva agli Stati uniti. Insomma una punizione di assoluta prepotenza.

Questo meccanismo perverso ha significato però che il 70% degli attuali cittadini dell’isola sia cresciuto schiacciato, per molto tempo, dalla repressione dell’embargo nordamericano.

Non è sorprendente dunque che questa resistenza fosse il peccato che qualcuno continuava (e continua) a imputare a Fidel Castro malgrado da 10 anni fosse uscito di scena a causa della salute precaria.

Eppure non è un mistero che quasi tutti i premier e i capi di Stato latinoamericani, da anni, facessero sempre, di ritorno dai meeting del nord (Onu, multinazionali) uno scalo a La Havana per sentire il parere del Comandante sul riscatto dell’America Latina e sul futuro da scegliere nonostante le politiche criminali del Fondo Monetario Internazionale o della Banca Mondiale o della Borsa di New York.

C’è addirittura chi è convinto che il ritiro di Fidel abbia messo in crisi l’evoluzione di alcuni processi politici e sociali di altri paesi del sud del pianeta. Non sorprende quindi che, in quasi tutto il mondo, la notizia della sua dipartita è stata trattata con assoluto rispetto, tranne forse da alcuni gruppuscoli di Miami, quelli che hanno favorito il terrorismo organizzato in Florida e messo in atto a Cuba, come Posada Carriles che continua a passeggiare tranquillamente per Miami. Sarebbe ora, anzi, che qualcuno chiedesse la verità agli stessi Stati uniti.

E non è un caso che proprio la Chiesa, coerente con l’atteggiamento di Papa Francesco contro la violenza e la guerra, abbia scelto di impegnare la propria diplomazia per la soluzione di complicate situazioni ferme da tempo scegliendo, due volte, come luogo di pace, proprio Cuba.

Non nascondo che come cittadino del globo, in caccia di verità, ancor prima che come giornalista, io senta ora la mancanza di un protagonista della storia che i critici diranno che ha spesso sbagliato, ma nello stesso tempo si è sacrificato per rispettare i diritti e la dignità di tutti. Se ne deve essere accorto anche il Papa quando un anno fa è andato in visita privata da Fidel, accompagnato solo da un monsignore e di conseguenza fornendo al mondo un esempio tangibile di sensibilità.

Quella sequenza che ho inserito nel film-documentario «Papa Francesco, Cuba e Fidel» testimonia una tenerezza emozionante. Il Pontefice prendendo la mano di Fidel lo ha esortato: Ehi, de vez en cuando tirame un Padre Nuestro («Qualche volta lanciami un Padre Nostro») ricevendo come risposta dallo stesso Fidel un inatteso: Lo recordaré («Me ne ricorderò»).

Quando 30 anni fa, una combinazione della vita, favorita da Gabriel Garcia Marquez e Jorge Amado (giurati al Festival del Cinema de La Habana), mi permise di conoscere Fidel Castro, mi resi conto subito della personalità di questo protagonista della storia.

Con una ovvia gentilezza gli chiesi prima dell’intervista se, come tutti i capi di Stato, desiderasse conoscere in anticipo le domande. Fu drastico: «No. Con la storia che abbiamo, possiamo aver paura delle parole?».

L’intervista, concessa successivamente, durò 16 ore e fu pubblicata con due prologhi, uno di Garcia Marquez e l’altro di Jorge Amado.

Durante la visita di Papa Francesco a Cuba, a settembre del 2015, ho visto il 90enne Fidel a sorpresa in sedia a rotelle, ma lucidissimo. Qualcuno gli aveva detto che con una troupe stavamo documentando quell’incontro inatteso e pieno di speranze. Ci convocò nella sua villetta e, oltre a spiegarci l’imbarazzante situazione dell’Europa sul problema dei migranti e dei diseredati, si espresse con molto entusiasmo riguardo al Pontefice argentino: «Il suo modo di essere non mi stupisce per niente – spiegò – perché essenzialmente si tratta di una persona molto onesta, molto sincera e disinteressata».

È stata l’ultima volta che l’ho visto. Avevo la promessa di andare, a metà dicembre, al «Festival del Cinema de La Habana» e di portargli una copia del documentario. Non ho avuto tempo di farlo, ma mi ha colpito, qualche mese dopo, il suo intervento al congresso del partito.

Non tanto la frase: «Presto compirò 90 anni. Non mi aveva mai sfiorato una tale idea e non è stato il frutto di uno sforzo, è stato il caso. Presto sarò come tutti gli altri, il turno arriva per tutti».

Mi ha emozionato questa affermazione piena di speranza: «Rimarranno le idee dei comunisti cubani come prova che questo pianeta, se si lavora con fervore e dignità, è in grado di produrre i beni materiali e culturali di cui gli esseri umani necessitano… Alla gente dobbiamo trasmettere che il popolo cubano vincerà».

il manifesto
QUEL LEADER BARBUTO
INCONTRATO PER LA PRIMA VOLTA
IN TIPOGRAFIA

di Luciana Castellina

«Una rivoluzione può essere anche allegra. Solo chi conosce la miseria dell’America centrale capisce il mito di Cuba»

La prima volta che mi sono imbattuta in Fidel è stata mentre ero in una tipografia sulla Tiburtina dove stampavamo il settimanale della FGCI «Nuova Generazione». Stavo impaginando quando, su una delle riviste che avevo sul tavolo perché rubavamo le loro foto (mi pare fosse Newsweek), scorsi l’immagine di un barbuto in un bosco, armato di fucile. Nella didascalia si diceva che si trattava di tal Fidel Castro. Incuriosita, lessi anche l’articolo di accompagnamento. Sicché alla fine invece che solo due righe scrissi due cartelle: riferivo che si trattava di una guerriglia, che mangiavano erba e carne di serpente, e tutto il resto.

Era parecchio prima che conquistassero Cuba. Diventammo subito dei fan. Ancora di più quando per la prima volta incontrammo una delegazione dell’organizzazione giovanile a Mosca, in occasione – era il ’60 – di un grande raduno internazionale per la pace: quelli arrivati dall’isola caraibica anziché sfilare cantavano e ballavano. Scoprimmo così che una rivoluzione poteva essere allegra e non tetra come quella sovietica.

Per molti anni non ebbi occasione di andarci: prima per ragioni casuali, poi per il freddo che intervenne nei rapporti fra il manifesto e il regime castrista, dopo la svolta filo sovietica dei primi anni ’70 che aveva posto fine alla bella stagione rivoluzionaria che aveva reso l’Havana punto di riferimento di tutte le lotte di liberazione del mondo. Ce l’aveva raccontata Rossana, non a caso poi la più colpita dalla svolta, in un lungo reportage su Rinascita, in cui riferiva di un viaggio attraverso l’isola compiuto a bordo di una jeep proprio con Fidel, che aveva entusiasmato molti di noi, e invece un po’ irritato gli ortodossi del Pci.

Poi gli anni passarono e accaddero molte cose. Fu mentre ero a Managua con una delegazione del Parlamento europeo che fui avvicinata da un funzionario dell’ambasciata cubana che mi chiese se fossi stata disposta ad andare con un aereo militare che partiva poco dopo all’Havana per un incontro con Alarcon, presidente del Parlamento. Mi avrebbero riportato indietro dopo 24 ore.

Fu la mia prima visita a Cuba, un record di brevità. Sedemmo attorno al tavolo, io, un po’ imbarazzata, esordii dicendo che i rapporti fra noi non erano stati buonissimi, e che però eccetera. Tagliarono subito corto, dicendo che c’erano comunque tante cose comuni. E mi chiesero consigli su come stabilire un rapporto con la Comunità europea, fino ad allora subalterna agli americani, a differenza di quanto avveniva in rapporto agli altri paesi del centro America, grazie al ruolo assai autonomo giocato dal commissario socialista francese Claude Cheysson, animatore del c.d. processo di Contadora: un aiuto diplomatico alle guerriglie per liberarsi dell’oppressione di Washington.
Nel poco tempo che quella prima volta rimasi all’Havana visitai anche un ospedale. Mi colpì un reparto assai importante e non medico, bensì metallurgico: dove si fabbricavano tutti gli strumenti indispensabili alla chirurgia o alle analisi che non potevano, per via dell’embargo, importare e che Cuba non aveva ancora i mezzi per produrre.

Poi ci furono altre visite, ufficiali (come vicepresidente della delegazione permanente del Parlamento europeo per l’America Centrale), e semiufficiali (come presidente dell’Agenzia per il cinema italiano e poi come Arci). Grazie alle quali mi è capitato di visitare le cooperative create dalla locale Slow Food in campagna; le scuole periferiche finalmente dotate di luce per iniziativa della branca cubana dell’ Associazione Eurosolar; di assistere alle proiezioni (tante, affollatissime) del film «Fragole e cioccolata», prima pellicola in cui apertamente si parlava di omosessualità; di incontrare ministri aperti come Abel Prieto e sconcertanti funzionari imbalsamati; di cenare con intellettuali giustamente insofferenti per le tante ridicole censure; di girare per la città e vedere nugoli di bambini e adolescenti con una bella divisa verde uscire dalle tantissime scuole gratuite.

Ho avuto modo di vedere la fame negli anni successivi al crollo dell’Urss del cui aiuto (soprattutto l’importanzione dello zucchero) Cuba ha a lungo vissuto, più recentemente la miseria dei dipendenti pubblici, anche di quelli di alto grado, chirurghi e/o docenti, per stipendi in moneta locale insufficienti persino a cenare in un ristorante, e facchini dei lussuosi alberghi con le tasche piene di dollari ricevuti come mancia. Ma quello che mi ha fatto meglio capire Cuba è stata la conoscenza degli altri paesi dell’America centrale e del sud. Perché solo dopo aver visto quelle miserie si capisce perché tutt’ora e comunque Fidel e la sua rivoluzione siano rimaste oggetto di venerazione.

Si capisce perché le difficoltà – e gli errori – abbiano potuto sviluppare odii, ma anche come sia possibile che centinaia di migliaia di cubani si siano affollati nelle piazze per ricevere il papa o per ascoltare i Rolling Stones senza che nessuno abbia colto la facile occasione di una protesta politica. Ci sono arresti ingiustificati, certo, ma Cuba non è un regime di polizia. Del resto neppure la Germania dell’est, con le sue Stasi potentissime, ha retto, figuriamoci se avrebbe potuto farlo, solo fidando nei gendarmi, un’isola caraibica. Capire Cuba è più complicato: critica e orgoglio per la propria rivoluzione si intrecciano. E sono certa che oggi saranno milioni quelli che piangeranno con tutto il cuore il loro Comandante supremo.

Lui, Fidel, era del resto davvero un bel personaggio. Di contagiosa simpatia. L’ultima volta che l’ho visto, saranno circa 20 anni fa, gli avevo portato un regalo. Poco prima ero stata a Washington, perché la nostra delegazione europea si incontrava regolarmente col Dipartimento di Stato per confrontare le rispettive politiche. Discutemmo anche con la sottocommissione esteri del Congresso, presieduta dall’orrendo italoamericano on. Torricelli, autore della più disumana legge di embargo verso Cuba. Uscendo dalla sala, ero rimasta in coda, e mi prese l’insensato desiderio di rubare la targhetta disposta sul banco della presidenza con su scritto: on. Torricelli.

Quando consegnai a Fidel il trofeo di guerra lui scoppiò in una bella risata e poi appese il cimelio dietro la sua scrivania. «Ho avuto molti regali – mi disse – ma curioso come questo mai».

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