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venerdì 18 novembre 2016

Riportiamo in periferia la voglia di vivere


Una riflessione su lavoro, volontariato, cittadinanza responsabile e accoglienza dei migranti. Non bastano un po' di militari per riportare sicurezza, ma soprattutto vivibilità, nelle periferie di una grande città. Le inutili, e demagogiche, scorciatoie del sindaco Sala. La Repubblica, ed Milano, 17 novembre 2016 (m.c.g.)
Nelle ore che sono seguite alle dichiarazioni del sindaco Sala sulla necessità che vengano inviati a Milano altri militari, in molti mi hanno domandato se fossi pro o contro questa scelta. Me lo chiedono, immagino, in ragione del fatto che da anni mi muovo nell’universo composito delle periferie, un mondo attraversato da contrasti e contraddizioni e, a volte, anche da violenza, ma spesso capace di risposte inedite e positive. Il punto della questione, però, non credo sia essere favorevoli o contrari alla presenza dell’esercito per le strade, ma capire in che modo una città come Milano possa realmente rispondere al bisogno di sicurezza, reale o percepita, che avvertono molti suoi residenti.

Non si tratta di un bisogno ideologico, di una richiesta che appartiene a questa o a quella parte politica, ma di una necessità trasversale che io ritengo fortemente collegata alla domanda di coesione sociale. Per questo motivo non bisogna cedere alle semplificazioni e alle scorciatoie, né delegare solamente alle forze dell’ordine e ai militari un tema che rimane di valenza sociale. Più militari, più telecamere e più controlli rassicureranno alcuni e inquieteranno altri. Sicuramente da soli non serviranno a risolvere i problemi di città come Milano, il cui presente è costellato da contrasti sociali.

I problemi, certamente, ci sono e sono complessi e quindi, per prima cosa, vanno conosciuti a fondo. Un conto è parlare delle pandillas, le bande latinoamericane che operano in alcune zone della città, un altro è affrontare il massiccio spaccio di droga nella zona di Rogoredo e San Donato, solo per fare due esempi saliti recentemente all’attenzione della cronaca. Fenomeni come questi possono essere affrontati solo in ottica di ordine pubblico. Oppure possono essere studiati da un osservatorio e risolti con un approccio diverso, che sappia mettere insieme interventi di deterrenza e contrasto alla criminalità con investimenti e azioni di carattere sociale, che facciano sentire la vicinanza delle istituzioni, che facciano vedere che ci si può prendere cura di queste situazioni, come avevamo fatto alcuni anni fa lanciando lo slogan “Milano Si-Cura”, per dire che il tema della sicurezza si può affrontare anche in un’ottica di coesione.

Mi auguro allora che, se come pare, dovessero arrivare 100 militari nei nostri quartieri, il Comune sia anche in grado di mettere in campo altrettanti educatori di strada, assistenti sociali, mediatori culturali... Sono tutte figure che servirebbero a potenziare i servizi di prossimità destinati ai soggetti più fragili come gli anziani, a immaginare progetti di collaborazione tra l’amministrazione comunale e i residenti di quei condomini, anche di proprietà privata, più esposti al degrado e a rilanciare i luoghi di aggregazione per giovani e meno giovani. C’è un gran bisogno di spazi ed eventi culturali diffusi e capillari, popolari e accessibili, che facciano tornare la voglia di vivere in alcune zone, che riattivino le risorse, la vivacità e il protagonismo della cittadinanza.

Aspetto la presentazione, a metà dicembre, del piano periferie annunciato dal sindaco. Mi auguro che affronti le tante questioni di carattere strutturale ancora irrisolte, come il grande tema delle case popolari liberate dalle occupazioni, ristrutturate ma ancora vuote, e che invece vanno consegnate al più presto a chi ne ha bisogno. È uno dei passi concreti che, forse più che un maggior numero di militari, può contribuire a rispondere alla domanda di vivibilità, sicurezza e coesione sociale che Milano ancora oggi esprime.
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