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sabato 26 novembre 2016

Alluvioni & referendum

«Non solo non si scrive che l'interesse strategico degli italiani è non morire affogati nelle alluvioni da cemento. Ma si scrive, al contrario, che l'interesse strategico nazionale è ancora cemento, sempre cemento, solo cemento. Un cemento sul quale deciderà solo il governo centrale». La Repubblica, blog "Articolo 9", 26 novembre 2016 (c.m.c.)

In Italia le alluvioni autunnali sono tutto tranne che imprevedibili. Sono la norma: a causa del dissesto del territorio nazionale, e del mutamento climatico globale.

Si può fare qualcosa? Sì, si DEVE fare qualcosa. Si deve finalmente comprendere che l'unica Grande Opera Utile, l'unica opera di interesse strategico nazionale è la messa in sicurezza del territorio. Il che include anche la prevenzione antisismica. Oltre al dovere di fare la propria parte in un'accelerazione del superamento dell'uso dei combustibili fossili, prima causa del riscaldamento globale e della tropicalizzazione del nostro clima, monsoni inclusi.

Per fare tutto questo non ci sarebbe bisogno di cambiare la Costituzione: basterebbe cambiare la classe politica.

E invece cosa fa questa classe politica? Cambia la Costituzione scrivendo che l'interesse strategico del Paese sta nella «produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia e di infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione d’interesse nazionale e relative norme di sicurezza; porti e aeroporti civili, di interesse nazionale e internazionale», (articolo 117 come riscritto dalla riforma a firma Renzi, sulla quale voteremo il 4 dicembre).

Non solo non si scrive che l'interesse strategico degli italiani è non morire affogati nelle alluvioni da cemento. Ma si scrive, al contrario, che l'interesse strategico nazionale è ancora cemento, sempre cemento, solo cemento. Un cemento sul quale deciderà solo il governo centrale.

Roberto Saviano ha scritto in Gomorra: «La Costituzione si dovrebbe mutare. Scrivere che si fonda sul cemento e sui costruttori. Sono loro i padri. Non Parri, non Einaudi, non Nenni, non il comandante Valerio. Cementifici, appalti e palazzi quotidiani: lo spessore delle pareti è ciò su cui poggiano i trascinatori dell’economia italiana». Ecco, ora ci siamo arrivati davvero: e anche se ci dicono che stiamo andando avanti, veloci verso il futuro, si tratta di un terribile salto mortale in un passato di cui speravamo di esserci liberati per sempre. Un passato in cui «sviluppo» era uguale a «cemento». In cui per «fare» era necessario violare la legge, o aggirarla. In cui i diritti fondamentali delle persone (come la salute) erano considerati ostacoli superabili, e non obiettivi da raggiungere.

Non è dunque un caso se il Presidente del Consiglio ha aperto la campagna del Sì annunciando la costruzione del Ponte sullo Stretto di fronte ad una platea di imprenditori del cemento. È questo il vero interesse che guida la politica, come si apprese ai tempi dello Sblocca Italia e delle relative dimissioni dei ministri Lupi e Guidi. In altri termini: la Questione Ambientale è una parte della Questione Morale.

Lo capì perfettamente Enrico Berlinguer, che parlando al Comitato Centrale del Partito Comunista del 4 giugno 1974 disse che bisognava porre fine «al sistematico sacrificio degli interessi pubblici più sacrosanti (la salute, la difesa del paesaggio e del patrimonio artistico, l’ordinato sviluppo urbanistico, l’onesto rispetto della legge e dell’equità) agli interessi privati, di parte, di corrente, di gruppi e uomini nella lotta per il potere».

Se piove non si può dire «governo ladro». Ma se la pioggia fa i danni che fa oggi, invece si può dire. Si deve dire.
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