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domenica 23 ottobre 2016

Voci di donne da Gerusalemme: La pace è possibile

Migliaia di donne palestinesi e israeliane unite per la pace marciano nella travagliata regione spezzata dalla barriera israeliana della West Bank. Una notizia silenziata dei media italiani, che riprendiamo tardivamente da Terra Santa on line, 20 ottobre 2016, con link a un ampio servizio illustrato del Washington Post

Migliaia di donne hanno partecipato a una marcia per chiedere la pace tra Israele e Palestina 
Si è conclusa ieri a Gerusalemme, davanti alla residenza ufficiale del primo ministro israeliano, l'ultima iniziativa del movimento Donne che fanno la pace. La cui azione prosegue.
«Sapete una cosa? Quando ci si mette dalla parte della verità, la pace è destinata ad arrivare». Leymah Gbowee è l’attivista liberiana che nel 2011 ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace (assieme a Ellen Johnson Sirleaf e alla yemenita Tawakkul Karman) per aver guidato il movimento nonviolento composto da donne cristiane e musulmane che è stato cruciale nel porre fine alla guerra civile in Liberia.

Ieri sera però Gbowee non parlava dell’Africa. Dal palco di fronte alla residenza del primo ministro di Israele a Gerusalemme, si rivolgeva alle migliaia di israeliane e israeliani che si sono radunati per concludere una marcia pacifica iniziata 15 giorni fa nel nord del paese. La Marcia della Speranza è l’ultima iniziativa di Women Wage Peace(Le donne fanno la pace), il movimento fondato da un piccolo gruppo di israeliane nell’estate del 2014, durante l’ultimo attacco a Gaza. Ci si incontrava nelle case per confrontarsi sulla «situazione», pensare a strategie creative per costringere la politica a rimettere un accordo di pace in cima all’agenda.

Il gruppo si è allargato nell’arco di poche settimane e oggi Women Wage Peace conta sul sostegno di migliaia di donne in tutto il Paese. Laiche, religiose, di destra o sinistra, colone, musulmane, ebree e cristiane, donne provenienti da ogni settore della popolazione unite da una richiesta: «Che i nostri leader politici lavorino con rispetto e coraggio, includendo la partecipazione delle donne per trovare una soluzione al conflitto. Solo un accordo politico onorevole può assicurare il futuro dei nostri figli e nipoti».

L’anno scorso in commemorazione dei bombardamenti su Gaza del 2014, le donne del movimento organizzarono l’Operazione digiuno, montando una tenda davanti alla residenza del primo ministro e digiunando a turno per 50 giorni - l’equivalente della durata del conflitto. Sotto la tenda bianca si fermarono cittadini comuni, membri del Parlamento, come Tzipi Livni e Isaac Herzog, intellettuali come Tszvia Walden, la figlia di Shimon Peres. Un anno dopo il movimento è tornato davanti alla residenza di Benjamin Netanyahu per concludere la Marcia della Speranza. Un evento durato 14 giorni che ha incluso micro-marce in tutto Israele e, secondo le organizzatrici, ha coinvolto 20 mila persone. Tra queste, anche donne palestinesi e giordane che hanno marciato dalla loro parte del confine.

«Le marce locali sono state meravigliose, ed è stato importante riuscire a esser attive in tutto il Paese, da Eilat su fino a Metula e Rosh Hanikra. A Gerico eravamo duemila, tra cui molte palestinesi». Michal Shamir è una professoressa d’arte, insegna al Sapir College che si trova nel deserto del Neghev, vicino a Sderot. Conosce la vita fatta di sirene che iniziano a suonare all’improvviso e corse verso i rifugi antiaerei ogni volta che dalla Striscia di Gaza partono i lanci di razzi. Fa parte di Women Wage Peace dall’inizio e ora è responsabile del «giorno dopo». «Women Wage Peace non si ferma. Costruiremo una sukkah (la struttra temporanea fatta di legno, tende e fogliame che gli ebrei costruiscono per la Festa delle Capanne - Sukkot - che si celebra in questi giorni) e saremo qui fino alla conclusione di Sukkot lunedì prossimo», spiega Michal. Abbiamo un programma di eventi, e ospiti che ci faranno visita. Poi fino al 30 ottobre, quando il Parlamento riaprirà i lavori per il nuovo anno, ci sarà un alternarsi di donne che per un’ora staranno a piedi nudi davanti alla casa del premier come segnale di presenza».

La partecipazione delle donne palestinesi è stata organizzata da Huda Abuarqoub, attivista nata a Gerusalemme e cresciuta a Hebron, direttrice regionale dell’Alleanza per la pace in Medio Oriente. Parlando dal palco ieri sera ha detto: «Sono qua con donne che hanno scelto coraggiosamente di intraprendere una strada che non è ancora percorsa. Una strada di speranza, amore, luce, dignità, inclusione e riconoscimento reciproco. E sono anche qui per dirvi, sì, avete un partner, lo avete visto».

Anche Leymah Gbowee, che è arrivata dalla Liberia per trascorrere assieme alle donne di Women Wage Peace gli ultimi tre giorni della marcia ha parlato di inclusione e presenza. «Questi giorni sono stati per me un tonante sì: la pace è possibile. Questi giorni sono una manifestazione e un messaggio: davvero c’è un partner per la pace», ha detto ieri sera dal palco a Gerusalemme. E martedì durante un incontro alla comunità arabo-ebraica di Nevé Shalom-Wahat Al-Salam, Gbowee ha lanciato alle donne un messaggio chiaro: «Fare la pace è una cosa difficile, richiede un prezzo. Richiede di avventurarsi in luoghi che non avete mai immaginato assieme alle vostre sorelle palestinesi. Vi farà perdere amici e sacrificare la famiglia. Se non siete pronte, fate un passo indietro». Ieri concludendo il suo intervento ha promesso di fare tutto il possibile per sostenere israeliane e palestinesi nel loro percorso: «Avete alleati in Africa, in Asia, Europa, in tutto il mondo». La piazza ha ascoltato attentamente e gli applausi liberatori non fanno pensare a un passo indietro.

Qui potete scaricare un ampio servizio illustrato dal Washington Post,del 19 ottobre 2018


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