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lunedì 31 ottobre 2016

Un tesoro dell’Europa

Paolo Griseri intervista Marc Augé, che per primo denunciò i "non luoghi", nuove cattedrali del dio Denaro. «Difendiamo quei borghi medievali lì è nata l’identità occidentale.È un momento difficile per la Ue: per questo bisogna ricostruire al più presto i simboli del nostro passato». La Repubblica, 31 ottobre 2016 (c.m.c.)

I borghi dell’Italia centrale sono «luoghi dell’identità, non solo cristiana, dell’Occidente ». Per questo salvaguardarli «è particolarmente importante oggi, quando la Brexit costringe l’Europa a guardarsi allo specchio e a realizzare un piano per ricostruire la sua fisionomia politica e culturale». Di fronte alle macerie del cuore dell’Italia l’antropologo francese Marc Augé riflette sul significato della salvaguardia della memoria.

Professor Augé, qual è l’importanza dei luoghi nella costruzione dell’identità dell’Europa?
«Quando l’antica Roma sconfisse Cartagine, i suoi generali rasero al suolo la città e sparsero sale sulle rovine perché in quel luogo non crescesse più nemmeno l’erba».

Ti riduco in macerie per cancellarti dalla storia?
«Esattamente. E quell’illusione è diventata un mito per chiunque in seguito volesse cancellare l’identità di un popolo. Durante l’occupazione tedesca della Francia un radiocronista collaborazionista diceva che il suo sogno era quello di far fare all’Inghiterra la fine di Cartagine».

Per contrasto difendere l’integrità di un luogo significa salvare la memoria?
«Non automaticamente ma è un passo importante».

Salvare i borghi dell’Italia centrale per salvare l’identità culturale dell’Europa?
«Non credo che sia solo questo. Certamente il monachesimno ha avuto un ruolo importante nella storia cristiana europea. Ma quel che è in discussione è, più in generale, il dna dell’intero Occidente. Le figure dell’Italia centrale che hanno fatto la storia del cristianesimo tra la fine del primo e l’inizio del secondo millennio sono riuscite a segnare in profondità i caratteri di quella che noi chiamiamo cultura occidentale».

Il terremoto ha abbattuto case, chiese e dunque pezzi di memoria. Come ricostruire?
«Voglio ancora dire qualcosa sul perché ricostruire. Questo terremoto infatti è arrivato in un momento molto delicato in cui l’Europa sta ricostruendo se stessa».

L’impressione è piuttosto che si stia lentamente disfacendo...
«Certamente la Brexit è stato un segnale di rottura dell’identità. Ma proprio per questo può servire all’Europa per guardarsi allo specchio e decidere di ripartire. Nel momento in cui lo specchio del referendum inglese fa emergere tutti i dubbi e tutte le differenze tra i popoli europei, bene, in questo passaggio sta la delicatezza della fase che attraversiamo. Salvare i borghi dell’Italia centrale significa difendere un pezzo del puzzle della nostra storia continentale».

Se lei dovesse disegnare la mappa dei punti di riferimento dell’identità europea, quali città, quali luoghi segnerebbe sulla cartina?
«Molti luoghi naturalmente. Ma credo che il triangolo di riferimento sia quello che ha come vertici Parigi, Roma e Berlino. Poi naturalmente ci sono i Paesi Bassi. In fondo, se ci pensiamo, quella mappa corrisponde abbastanza a quella degli stati fondatori dell’Unione Europea».

Per quale motivo allora quel disegno di integrazione è andato in crisi? Perché quell’identità è in discussione?
«Perché, a mio avviso, si è proceduto con troppa fretta all’allargamento dell’Unione. Credo che per riuscire a far risorgere l’identità dell’Europa sarà inevitabile immaginare di tornare a un nucleo centrale, quello delle nazioni fondatrici, e a un secondo gruppo di Paesi che hanno vincoli meno stretti».
L’opera di Benedetto da Norcia, santo protettore dell’Europa, ebbe il pregio di offrire un punto di riferimento in un mondo che aveva frantumato la sua unità. Siamo tornati a quel punto?
«L’identità dell’Europa è sempre stata nella sua capacità di valorizzare le sue differenze. Questo è quel che dovremmo riuscire a fare anche oggi per ripartire ».

Anche nel momento in cui l’immigrazione porta in Europa identità e culture diverse da quella dell’Occidente?
«Soprattutto per questo motivo. Senza imparare a riconoscere la nostra identità, anzi le nostre diverse identità, non potremo dialogare con le altre. E, oltre all’identità legata alla storia del Cristianesimo, esiste l’identità laica, nata con la Rivoluzione francese e diffusa in Europa dall’esercito napoleonico. A mio parere la laicità è uno dei punti essenziali del dna dell’Occidente. Dovremmo saperla valorizzare ».

Ricostruire Norcia e gli altri borghi distrutti dal terremoto. Ma come? Non c’è il rischio di trasformarli in musei senza vita?
«Non penso. Certo bisogna fare attenzione ad evitare questo esito. Dobbiamo sapere che l’opera dell’uomo e anche gli eventi naturali fanno parte della storia. Nulla resta esattamente com’era. Il Foro romano è la testimonianza di questo. L’uomo e la natura, gli stessi terremoti, agendo nei secoli ci hanno restituito solo una testimonianza di ciò che fu. Ma quella testimonianza, l’aver saputo salvare quel luogo, è stato decisivo per salvaguardare la memoria della civilizzazione romana. Non sarebbe stato lo stesso se di quell’antica piazza non fosse rimasto nulla».

Lei è stato il primo a denunciare il diffondersi dei non-luoghi nelle nostre città, posti, come i centri commerciali, uguali in qualsiasi punto dell’Occidente. La ricostruzione dei borghi antichi può essere l’antidoto?
«Certamente è un antidoto. È una delle strade per evitare l’omologazione, per rivendicare le differenze come una radice costitutiva dell’Europa. Credo che questo sia essenziale».

Insomma non rischieremo di trovare un giorno un centro commerciale al posto di un’antica basilica?
«Non credo proprio che ci sia questo pericolo. Spero che saremo abbastanza saggi per evitarlo ».


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