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giovedì 27 ottobre 2016

Sulla pelle dei migranti

«L’inchiesta dello Spiegel rivela che nell’attraversare il Mediterraneo per entrare in Europa più di diecimila persone sono annegate dal 2013 e un sacco di miliardi sono finiti nelle tasche di una rete di trafficanti che ha le sue basi in Germania, Italia e Libia». Internazionale, 28 ottobre 2016 (i.b.)


È il trafficante di esseri umani più ricercato del mondo. Di lui non esistono fotografie, solo l’identikit disegnato per gli investigatori. Mostra un uomo tarchiato con un taglio di capelli corto e preciso. Sembra che sia un etiope sulla quarantina e che sia attivo da dieci anni. Al telefono la sua voce suona cupa e gutturale. Sceglie le parole con cura. All’arabo mescola espressioni inglesi smozzicate. Dopo che una delle sue imbarcazioni è affondata al largo di Lampedusa, il 3 ottobre 2013, le sue conversazioni sono state intercettate. Lo si sente parlare irritato di life jackets, giubbotti di salvataggio. “Io non gli ho mai dato life jackets, chiaro?”

Quel 3 ottobre, al largo dell’isola siciliana, sono affogate 366 persone che stavano quasi per raggiungere la loro meta, l’Europa. Quando l’ha saputo, l’uomo che aveva organizzato il viaggio si è infuriato più per il danno alla sua reputazione che per i morti. “Tanti migranti sono partiti con altri organizzatori e sono finiti in pasto ai pesci”, esclama. “Ma nessuno ne parla”. Solo a lui danno la caccia. Lui: Ermias Ghermay. Da quel “giorno delle lacrime”, come lo ha definito papa Francesco, nel Mediterraneo sono morti altri diecimila migranti: in media uno ogni tre ore. Ma nello stesso periodo circa cinquecentomila persone hanno raggiunto le coste italiane. Questo significa che, nel giro di tre anni, nelle casse dei trafficanti africani sono entrati miliardi di euro.

In questo business di morte, a dettare le regole sono gli etiopi, i sudanesi, i libici e gli eritrei. L’Eritrea è uno dei paesi più poveri del mondo, una dittatura a partito unico che l’ong Human Rights Watch ha definito “una gigantesca prigione”. Più di un milione di eritrei sono fuggiti all’estero. Un mercato enorme per i trafficanti di esseri umani eritrei, molti dei quali gestiscono il business dei profughi lungo la rotta centrale, quella che attraversa il Mediterraneo. Come dimostrano le intercettazioni telefoniche effettuate dalle procure italiane, gli emissari dei trafficanti a Khartoum, Tripoli, Palermo, Roma e Francoforte fanno parte di una rete efficientissima. Sparsi lungo il percorso, guidano i loro connazionali verso nord e incassano milioni di euro.

Colpa del destino

Tra tutti gli africani, gli eritrei sono quelli che presentano il maggior numero di richieste di asilo in Germania, dove parallelamente sta aumentando anche il numero di trafficanti. Come quello di armi e di droga, anche il traffico di esseri umani è ormai uno dei business più redditizi della criminalità organizzata ed è finito in gran parte sotto il controllo degli eritrei. Il tutto sotto il naso delle autorità tedesche, la cui passività di fronte a questi sviluppi lascia sbigottiti gli investigatori italiani. Lo Spiegel ha svolto le sue ricerche per mesi in Libia, in Italia, a Berlino e a Francoforte. Ha studiato più di mille pagine di atti giudiziari italiani, ha consultato dossier riservati e interrogato i migranti sopravvissuti alla traversata. Da questo lavoro è emersa un’immagine più chiara dei trafficanti di esseri umani, che sono disposti ad accettare la morte di migliaia di persone, sequestrano i profughi e li vendono come bestie.

Uno dei più famigerati esponenti di questa categoria è Ermias Ghermay. La sede dell’unità speciale Tarik al Sika si trova sull’omonima strada nel centro di Tripoli, la capitale della Libia. È qui che viene coordinata la lotta a Ghermay e agli altri trafficanti. Finora nessuno straniero aveva mai avuto accesso a questa struttura. Per entrare nel cortile bisogna passare una porta d’acciaio. A sinistra ci sono gli unici degli investigatori e delle forze speciali, a destra le celle. La Tarik al Sika è un’unità di élite che si occupa d’individuare i trafficanti di esseri umani e gli esponenti delle milizie estremiste. In confronto al caos che ormai è la norma in Libia, qui regna l’ordine. Alla parete sono affissi i turni di servizio. I dossier delle operazioni sono classificati e organizzati in raccoglitori.

Il capoturno Hussam (il cognome non lo rivela per motivi di sicurezza) non indossa l’uniforme, ma jeans e maglietta. Porta la barba secondo l’uso della coalizione Alba libica: accuratamente rasata a formare un semicerchio che va da un orecchio all’altro sotto il labbro inferiore. I suoi capelli sono legati in una coda.“Sappiamo dove si nascondono Ermias e i suoi uomini, conosciamo quelli con cui lavorano e seguiamo i loro spostamenti”, dice Hussam. Poi tira fuori un dossier e legge: fino al 2015 Ghermay ha vissuto a Tripoli in un quartiere popolato prevalentemente da migranti africani e noto per essere un centro di smistamento di droga, armi e alcol. Hussam spiega che la sua unità ha fatto irruzione due volte nell’appartamento di Ghermay, che però è riuscito a scappare in entrambi i casi: ora il trafficante risiede a Sabrata, sulla costa occidentale della Libia, protetto da guardie armate fino ai denti. Purtroppo, spiega Hussam, le autorità libiche non hanno abbastanza uomini e armi per affrontarlo lì. Molti trafficanti di esseri umani si vantano di avere ottimi rapporti con la polizia libica e sostengono di poter tirare fuori di prigione chiunque semplicemente pagando gli agenti. Hussam ammette che queste cose in Libia succedono davvero, ma non nella sua unità.

“Ghermay è un etiope con passaporto eritreo e va in giro in jeans e maglietta per non dare nell’occhio”, racconta Yonas, un ex intermediario del trafficante. Qualche mese fa la Tarik al Sika lo ha arrestato alla mensa dell’ambasciata eritrea a Tripoli, dove lavorava. Da allora Yonas (uno pseudonimo per nascondere la sua identità) collabora con le forze speciali libiche, che lo hanno usato come testimone. Yonas ha dichiarato che per ogni eritreo che passava Ghermay incassava circa 30 euro, e che a bordo del barcone affondato al largo di Lampedusa c’erano anche persone mandate da lui.

La notte dopo il naufragio, racconta Yonas, “Ghermay ha fatto passare sotto la porta dell’ambasciata Eritrea la lista dei passeggeri, in modo da avvisare i parenti”. Nelle intercettazioni telefoniche Ghermay si vanta di questo gesto: i parenti delle vittime, in prevalenza eritrei, sono stati “informati” tempestivamente. Queste cose fanno bene agli affari. “Subito dopo la disgrazia”, racconta Yonas, “gli ho telefonato e gli ho detto di venire alla mensa. Volevo che risarcisse le famiglie delle persone annegate. Lui è venuto all’appuntamento, ma ha rimborsato solo il prezzo della traversata”.
In una telefonata a un trafficante Sudanese Ghermay dice che se i profughi sono morti è colpa loro: non hanno seguito le sue istruzioni e hanno stupidamente fatto capovolgere il barcone. Ghermay ha la coscienza a posto: “Ho seguito le regole, ma loro sono morti lo stesso. Si vede che era destino”. Il sudanese concorda: “Non si può fare appello contro il giudizio di Dio”.

Collaborazione redditizia

Le rovine dell’antico teatro di Sabrata si vedono da molto lontano. Dichiarate patrimonio dell’umanità dall’Unesco, sono la testimonianza dello splendore raggiunto dall’impero romano sotto il filosofo Marco Aurelio. Oggi questa città millenaria è uno degli snodi della criminalità internazionale e un centro di smistamento delle ricchezze guadagnate grazie al traffico di esseri umani. Da qui passa la maggior parte dei migranti provenienti dall’Africa subsahariana, e da qui partono molte delle imbarcazioni dirette in Italia. Quando arrivano a Sabrata i migranti hanno già affrontato un viaggio di migliaia di chilometri. Gli eritrei che sono riusciti a raggiungere il Sudan orientale passando per l’Etiopia pagano ino a seimila dollari per poter proseguire dalla capitale sudanese Khartoum ino alla costa mediterranea della Libia. Per quasi tutti, il viaggio è una sofferenza. Molti sono sequestrati nel Sahara, rinchiusi e sottoposti a maltrattamenti sistematici, finché i familiari non mandano i soldi per la tappa successiva.

Fanos Okba, 18 anni, sopravvissuta al naufragio di Lampedusa, è stata violentata in uno di questi campi di prigionia. “Eravamo costretti a stare in piedi tutto il giorno mentre sotto i nostri occhi gli altri migranti venivano torturati in mille modi: scosse elettriche, colpi sulle piante dei piedi”, racconta. “Ad alcuni veniva legata una corda intorno al collo e alle gambe, in modo che al minimo movimento si strangolavano”.

Per porre fine a quei tormenti, i parenti devono versare denaro su conti bancari in Sudan, in Israele o a Dubai, oppure con l’hawala, un sistema di trasferimento molto usato in Medio Oriente. È un sistema che si basa sulla fiducia: una persona riceve una somma e un’altra versa la stessa cifra al destinatario in un’altra parte del mondo. Dopo che il denaro è arrivato a destinazione la famiglia del migrante riceve un codice, che dev’essere mandato al cellulare dei trafficanti. Solo allora il viaggio verso nord può continuare.

Una volta arrivati sulla costa libica, i clienti di Ghermay vengono nuovamente rinchiusi, di solito in qualche magazzino a Sabrata o alla periferia di Tripoli. Per facilitare la contabilità i migranti ricevono un numero d’identificazione un po’ come succede nel commercio del bestiame. Secondo le carte degli inquirenti italiani, Ghermay intrattiene “contatti diretti con trafficanti nell’Africa subsahariana”. In questo modo riesce a “comprare carichi” da altri trafficanti “per aumentare i profitti”.
I luogotenenti di Ghermay, che si fanno chiamare “colonnelli”, impongono una disciplina severissima. Tenere i migranti nei magazzini costa: per questo chi non è in grado di pagarsi subito il passaggio verso l’Italia viene picchiato e torturato.

Tutto questo succede in un paese a cui ad aprile l’Unione europea ha offerto un
pacchetto di aiuti del valore di cento milioni di euro. Succede mentre le navi dell’operazione europea Sophia operano così vicino alle coste libiche che i trafficanti riescono a portare a destinazione i loro carichi spendendo una miseria: bastano un barcone malconcio, pochi litri di gasolio e un telefono satellitare per fare la chiamata d’emergenza. Gli investigatori della Tarik al Sika non riescono a smantellare l’organizzazione di Sabrata perché i trafficanti e le potenti milizie locali lavorano a stretto contatto. I miliziani hanno bisogno di denaro e i trafficanti di protezione: una collaborazione redditizia per entrambe le parti. E il mercato promette bene: di recente l’inviato speciale delle Nazioni Unite Martin Kobler ha dichiarato che sulle coste libiche 235mila persone aspettano di partire per l’Italia.

Secondo gli investigatori libici, Ghermay si è stabilito in un quartiere vicino alla torre idrica di Sabrata. “Si sposta da una città all’altra”, spiega il maggiore Bassam Bashir, che dirige l’unità incaricata d’indagare sul traico di migranti nella città. “Le nostre fonti indicano che è qui”. Di recente l’amministrazione cittadina ha avvisato che l’obitorio comunale non può più accettare cadaveri di stranieri: l’edificio è troppo piccolo per contenere i corpi di tutti i migranti africani ritrovati sulle spiagge di Sabrata. A luglio sono stati più di 120 e, secondo il sindaco, in un solo giorno ne sono stati trovati 53. Bashir conferma che Ghermay non è l’unico trafficante che vive a Sabrata: c’è anche un imprenditore chiamato Mosaab Abu Grein. Secondo gli inquirenti di Tripoli, è lui il vero re del traffico di esseri umani in Libia. Gli abitanti del posto dicono che Abu Grein ha 33 anni e due figli maschi, è una persona rispettabile e ha un’ottima reputazione, almeno ufficialmente. Sulla sua testa non pende nessun mandato di cattura internazionale ed è il proprietario dello stabilimento balneare più grande di Sabrata, ma ha scelto di non rispondere alle accuse degli inquirenti. Un suo ex complice, che ora collabora con le autorità, afferma che solo nel 2015 Abu Grein avrebbe fatto arrivare clandestinamente in Europa 45mila persone, quasi un terzo del totale. A quanto pare anche prima della caduta di Muammar Gheddafi il ricco imprenditore aveva ottimi rapporti con la mafia italiana e un ruolo di primo piano nel traffico di esseri umani. Secondo gli inquirenti, oggi Ghermay gestisce gli affari di Abu Grein con l’Etiopia, l’Eritrea e il Sudan. Quando gli chiediamo se le autorità europee sono a conoscenza delle indagini dei loro colleghi libici, Hussam scuote il capo. “Voi europei non fate che lamentarvi dei migranti che vengono dall’Africa”, dice, “ma nessun procuratore italiano o tedesco è mai venuto a Tripoli a chiedere cosa succede qui”.

Testimone chiave

Ha il viso largo e gli occhi neri e porta una collana di perline di plastica: secondo il mandato d’arresto spiccato dalle autorità italiane, Atta Wehabrebi intratteneva “rapporti diretti con i trafficanti di esseri umani in Libia, compreso Ermias Ghermay”. Il procuratore Calogero Ferrara sostiene che Wehabrebi è un “testimone chiave”. Ferrara, abbronzato e con un sigaro in bocca, è orgoglioso. È qui nel suo ufficio di Palermo che Wehabrebi ha parlato per la prima volta, nell’aprile del 2015. Le dichiarazioni dell’eritreo, dice Ferrara, sono preziose come quelle dei capi mafiosi pentiti.

Ferrara lavora per la squadra antimafia della procura di Palermo. Ogni mattina, quando raggiunge il suo ufficio al secondo piano del palazzo di giustizia, passa davanti a una targa che commemora alcuni dei suoi predecessori assassinati. In questo edificio lavoravano anche i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uccisi nel 1992. “In Italia ci sono tante cose che non funzionano”, dice Ferrara, “ma di lotta alla criminalità organizzata qualcosa ne capiamo”. Secondo gli inquirenti siciliani i crimini dei trafficanti di esseri umani richiedono misure drastiche come quelle adottate contro la mafia.

La giustizia italiana consente agli investigatori di usare intercettazioni telefoniche e riprese video. I testimoni chiave sono trattati con generosità e godono di programmi di protezione. Finora la procura di Palermo ha condotto tre operazioni – Glauco 1, 2 e 3 – per smantellare le cellule della rete di Ghermay. Sono stati emessi 71 mandati di cattura. Nell’ultima grande operazione, a giugno, due terzi dei 38 arrestati erano eritrei. Ci sono già state delle condanne, tra cui quella di Wehabrebi, che ora vive sotto protezione. “Tutto ciò che sappiamo su questa rete lo dobbiamo a lui”, spiega Ferrara. Wehabrebi è arrivato in Libia dall’Eritrea quando aveva 13 anni, e a Tripoli viveva nella stessa strada di Ghermay, in un quartiere borghese. Ai tempi di Gheddafi gestiva un bar dove i migranti si fermavano prima di cominciare la traversata del Mediterraneo. Wehabrebi si faceva dare i soldi e li mandava ai trafficanti. Nel 2007 Wehabrebi è arrivato in Italia e ha deciso di mettere a frutto i suoi contatti con i capi del traffico di esseri umani. Ha scalato le gerarchie e, secondo il mandato di cattura, è diventato “uno dei boss e dei fondatori” dell’organizzazione criminale, insieme a Ghermay e a un sudanese di nome John Mahray. Wehabrebi era responsabile delle attività in Italia e si occupava di far proseguire verso nord i migranti sbarcati in Sicilia. Doveva farli partire prima che le autorità italiane potessero prendergli le impronte digitali. Senza impronte è difficile rintracciare i migranti: le autorità tedesche non possono ricostruire chi proviene da dove.

Anche se non aveva la patente, Wehabrebi accompagnava in auto alcuni dei migranti in Germania e perfino in Scandinavia: un gioco da ragazzi in un’Europa senza controlli alle frontiere. Altre volte se ne occupavano i suoi complici, che partivano da Bologna alle nove di sera diretti a Rosenheim, nel sud della Germania. “Alle sei di mattina sei già tornato e hai guadagnato mille euro”, gli diceva Wehabrebi. “Se i tedeschi ti fermano, di’ che non conosci la gente che hai in macchina, e il giorno dopo sei libero”. Secondo Wehabrebi, un business particolarmente redditizio era quello del commercio di documenti falsi. Racconta che alcuni dei suoi complici eritrei avevano chiesto in cinque diverse prefetture italiane il ricongiungimento familiare per cinque diverse mogli che dicevano di aver lasciato in Eritrea. Con questo stratagemma le donne, che ricevevano il visto di entrata, si risparmiavano la pericolosa traversata via mare ma dovevano pagare fino a 15mila dollari per il finto matrimonio. Secondo Wehabrebi tutto questo sistema funziona anche perché le prefetture italiane non incrociano i dati tra loro.

Gli italiani possono permettersi di essere negligenti. Anche se solo nel 2015 più di 38mila eritrei sono arrivati illegalmente in Italia il numero di eritrei è calato del 30 per cento rispetto al 2011 fino agli attuali 9.600. Ogni anno decine di migliaia di eritrei sbarcati in Italia proseguono verso la Svizzera, la Svezia o la Germania. Tra loro ci sono moltissimi disperati, ma anche ricchi trafficanti. Secondo Ferrara le autorità tedesche sono a conoscenza di questo traffico grazie a Eurojust, l’unità di cooperazione giudiziaria dell’Unione europea, ma sembra che la cosa le lasci indifferenti. “Noi italiani svolgiamo indagini, emettiamo mandati di cattura e chiediamo riunioni di coordinamento. Abbiamo documenti da cui risulta che la rete ha contatti con la Germania”. Ferrara dice di aver mandato ai suoi colleghi in altri paesi dell’Unione quarantamila trascrizioni d’intercettazioni telefoniche attraverso l’Europol. Il procuratore ha chiesto aiuto per individuare i vari legami all’interno della rete criminale. I britannici, gli svedesi e gli olandesi hanno valutato i dati e hanno avviato delle indagini, racconta, “ma i tedeschi non hanno fatto niente. Non sembravano troppo interessati. A una delle riunioni di Eurojust hanno mandato una praticante. Li ho sentiti dire cento volte la frase: ‘Siamo pronti ad aiutare i colleghi italiani’, e onestamente non ne posso più”.

Arroganza o ingenuità? Ferrara propende per quest’ultima: “Mi ricorda un po’ le mie indagini sulla mafia. Anche in questo caso i tedeschi tendono a dire: ‘La mafia? Da noi non esiste’. Chiudono gli occhi davanti alla realtà, anche se gli abbiamo fornito prove sufficienti”. Gli inquirenti tedeschi sostengono di essere stati informati troppo tardi. Gli italiani avrebbero condiviso i risultati delle indagini solo dopo che le operazioni Glauco 1 e 2 erano terminate. E le differenze strutturali tra il sistema tedesco e quello italiano avrebbero complicato il tutto.

L’eccezione tedesca

Un cordiale signore che ha il suo ufficio vicino alla cattedrale di Palermo si mostra particolarmente critico nei confronti dei tedeschi. Si chiama Carmine Mosca e dirige un reparto speciale per la lotta contro il traffico di esseri umani istituito presso la squadra mobile della polizia italiana. A giugno Mosca è andato a Khartoum per supervisionare l’estradizione di un trafficante. Loda la collaborazione con la National Crime Agency britannica, che ha contribuito alla cattura del sospetto, e con le autorità olandesi, che ascoltano sempre le richieste italiane. Ma quando si parla dei tedeschi trattiene a stento la rabbia. Non sarebbe troppo difficile arrestare gente come Ghermay, dice Mosca, ma i suoi uomini devono superare ostacoli inutili. Per esempio, normalmente una nave che partecipa all’operazione Sophia attracca in un porto della Sicilia con centinaia di migranti a bordo. “Noi andiamo lì e indaghiamo”, dice Mosca. “Chiediamo chi sono i trafficanti e i contatti telefonici in Libia per poterli mettere sotto controllo. Quasi tutti gli equipaggi, irlandesi, spagnoli o norvegesi, sono ben organizzati e collaborativi”. L’unica eccezione sono i tedeschi.

Una volta la fregata Hessen è arrivata con un carico di migranti: “Gli ufficiali non ci hanno neanche lasciato salire a bordo. Non ci hanno dato nessuna informazione. Non abbiamo catturato neanche un trafficante”, dice. Tutto ciò nonostante Mosca avesse con sé tre procuratori italiani: anche loro sono stati respinti dai tedeschi. “Siamo in Italia, ci portano dei migranti e non ci lasciano neanche salire a bordo per capire com’è andato il salvataggio”, dice Mosca. Quando abbiamo contattato il comandante della Hessen, ha risposto di non ricordare nessun caso in cui sia stato negato alle autorità italiane di salire a bordo. Il ministero della difesa tedesco afferma che a metà del 2015 “non c’era ancora nessun mandato per combattere i trafficanti nel Mediterraneo” e che, nel corso delle operazioni congiunte, l’accesso a bordo è sempre consentito “se necessario”. In Sicilia è diventato impossibile ignorare le conseguenze dell’arrivo di migliaia di sopravvissuti ai naufragi. Basta seguire le tracce che Wehabrebi ha fornito agli inquirenti. Per esempio a Palermo, nel vicolo santa Rosalia. Qui, in un bar come gli altri, i trafficanti hanno tenuto i loro carichi di esseri umani fino a luglio, quando c’è stata una retata. Oggi i giovani guardano in strada con gli occhi vitrei e le guance gonfie di qat, una droga molto comune in Africa orientale.

A Roma gli eritrei hanno la loro base nel palazzo Selam, un edificio in vetro che ospitava la Facoltà di lettere e filosofia dell’università Tor Vergata e ora offre riparo a circa duemila migranti. Due dei trafficanti ricercati a giugno erano domiciliati qui, altri presso il centro per i rifugiati dei gesuiti.
Dietro la porta verde di via degli Astalli 14 i religiosi non offrono solo pasti caldi: i migranti senza issa dimora possono usare il loro indirizzo per presentare la richiesta di asilo o di un permesso di soggiorno. Dei 38 mandati di cattura emessi all’interno dell’operazione Glauco, tre sono stati recapitati ai gesuiti. Wehabrebi, che quando faceva il trafficante viveva a Roma in un palazzo borghese con vista sui colli Albani, ha fornito anche altre informazioni durante il suo interrogatorio di dieci ore. Una parte delle sue dichiarazioni è ancora secretata. “Stiamo già preparando l’operazione Glauco 4”, dice Ferrara. “Stavolta ci occupiamo dei flussi di denaro. Abbiamo chiesto la collaborazione dei servizi d’intelligence. Anche qui vale il motto del giudice Falcone: ‘Segui la pista dei soldi’”.

Per capire dove finiscono i milioni raccolti dai trafficanti bisogna cercare Mana Ibrahim, la moglie di Ghermay. Secondo Wehabrebi ha fatto richiesta d’asilo in Germania: “Vive vicino a Francoforte. Tutto il denaro guadagnato da Ghermay è in Germania”. La procura di Palermo sostiene di aver trasmesso le informazioni sulla moglie di Ghermay ai colleghi tedeschi, ma in Germania nessuno sa niente di Ibrahim. La procura di Francoforte spiega che la città è indubbiamente “uno dei nodi nella rete dei trafficanti eritrei”, e che ultimamente sono stati aperti “tra i 10 e i 15 procedimenti” al riguardo. L’ufficio che si occupa di criminalità organizzata avrebbe indagato più volte sul traffico di stranieri, ma finora sono state arrestate solo persone di secondo piano. Gli inquirenti di Palermo sostengono che diversi grossi trafficanti dell’organizzazione di Ghermay sono ancora a piede libero in Germania, nonostante sul loro capo penda un mandato di cattura. Già negli anni scorsi esponenti di primo piano della rete dei trafficanti sono stati ricercati in Germania solo su richiesta delle autorità italiane. Tra loro c’è Measho Tesfamariam, considerato responsabile di una traversata avvenuta nel giugno del 2014 e terminata con la scomparsa di 244 migranti. In seguito l’eritreo è arrivato in Germania e ha chiesto asilo. Nel dicembre del 2014 gli inquirenti lo hanno trovato a Müncheberg, nel Brandeburgo. Un altro esempio è Yonas Redae, una figura di primo piano della rete che opera in Sicilia, arrestato a febbraio a Göttingen, dove viveva dopo aver fatto richiesta di asilo. Oppure Mulubrahan Gurum, tesoriere di una delle organizzazioni più potenti, che ino al suo arresto nell’agosto del 2015 ha vissuto a Worms.


In Italia sono state presentate denunce per stupro, lesioni personali, violazione di domicilio e furto contro Gurum, che ha negato tutte le accuse. Ha fatto richiesta d’asilo in Germania con il suo vero nome. Quando sulla sua scrivania è arrivata una richiesta di estradizione, il procuratore capo di Coblenza, Mario Mannweiler, ha pensato che fosse un normale caso di collaborazione amministrativa. Tra le motivazioni si leggeva: “Appartenenza a un’associazione criminale”. Ma le procure tedesche, dice Mannweiler, sono sovraccariche di lavoro: “Non è facile trovare qualcuno che s’interessi al caso e sia disposto a scavare più a fondo”. Quindi i tedeschi preferiscono chiudere gli occhi sui criminali che arrivano nel loro paese attraverso la Libia e l’Italia? O è colpa delle leggi tedesche? In Italia appartenere alla mafia è di per sé un reato penale, in Germania no: prima di arrestare qualcuno bisogna dimostrare che abbia commesso un crimine. A Berlino un agente dell’intelligence tedesca ammette: “Siamo molto preoccupati per l’alto numero di profughi non censiti presenti in Germania. Siamo anche allarmati dalla cooperazione fra trafficanti, milizie e gruppi estremisti nel Sahara”. La stessa fonte riferisce che ci sono cellule del gruppo Stato islamico in città come Tripoli e Sabrata, dove sembra che viva Ghermay. L’Unione europea spera che la crisi dei profughi possa essere risolta con i soldi. Il cosiddetto processo di Khartoum, lanciato nel 2014 per favorire la collaborazione tra Unione europea e paesi di transito e di origine dei migranti, dovrebbe fornire aiuti finanziari ai paesi dell’Africa orientale e agli altri stati attraversati dalle rotte dei migranti. Tra i beneficiari c’è anche il dittatore sudanese Omar al Bashir: anche lui dovrebbe ricevere milioni di euro da Bruxelles. Un piano d’azione europeo prevede di rafforzare le istituzioni e il personale dell’Eritrea, il cui governo è accusato da Amnesty International d’infliggere un “trattamento crudele, disumano e degradante” a chiunque osi metterlo in discussione. Ma per fermare l’esodo degli eritrei non basterà un’iniezione di denaro. A Francoforte esistono già una comunità religiosa eritrea e una etiope e un consolato eritreo, e intorno alla stazione ci sono bar e ristoranti dove si ritrovano gli eritrei. Uno di loro racconta di aver conosciuto Ghermay a Khartoum grazie a un amico che fa parte del giro dei trafficanti. “Come molti trafficanti, in autunno Ghermay si trasferisce in Sudan e frequenta le cerchie più elevate”, racconta il ragazzo. Secondo lui nella maggior parte dei casi cercare di coinvolgere i governi africani nella lotta ai trafficanti è assurdo: “In Sudan i generali in uniforme trattano Ghermay come un amico stretto. È sotto la loro protezione e quando torna in Libia è protetto dai libici”. Nel cimitero situato poco lontano dalla città di Zawiya, in Libia, le file di mucchietti di sabbia sembrano infinite. I migranti senza nome che il mare ha trascinato a riva hanno tombe senza lapidi, solo con dei mattoni bianchi. Sono centinaia, forse mille. Pochi chilometri più avanti un gruppo di uomini della guardia costiera di Zawiya osserva il mare. Il loro portavoce, che chiamano colonnello Naji, si sforza di essere all’altezza del suo nuovo ruolo di responsabile della lotta al traffico di esseri umani.

Dal 30 agosto le squadre come la sua sono addestrate dall’Unione europea. Quando avvistano un barcone carico di migranti hanno il compito di riportarlo a riva. Ma è difficile stabilire da che parte stiano questi uomini. I migranti dicono che la prima domanda che gli fanno è: “Di chi siete?”. Come dire: quale trafficante avete pagato? In base alla risposta decidono se il barcone può proseguire verso le navi dell’operazione Sophia o se invece sarà rimorchiato a riva. Sembra che certi trafficanti siano in buoni rapporti con la guardia costiera, e altri invece non curino abbastanza questi contatti.
Naji è contento che la Germania aiuti i suoi uomini nella lotta contro i trafficanti.
Ma ha un consiglio per gli amici del nord: “Dovete cambiare le vostre leggi. I trafficanti vi usano come dei tassisti che vengono a prendere i loro clienti davanti alle coste libiche, in tutta sicurezza e senza chiedere un soldo”.

Il servizio di Der Spiegel è firmato da  Alexander Bühler, Susanne Koelbl, Sandro Mattioli e Walter Mayr
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