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lunedì 24 ottobre 2016

Sudafrica. Ancora in cammino verso la libertà

Che succede nel Sud dell'Africa, a partire dalle università e dalla prima generazione post-apartheid? Una breve cronologia, un'analisi di Kenichi Serino  da The Atlantic, Usa,  e un commento  di Andrew Ihsaan Gasnolar da Daily Maverick, SA. Internazionale, 21 ottobre 2016, (i.b.)


nota cronologica
Ottobre 2015 In varie università cominciano le proteste contro la proposta di aumentare le tasse universitarie ino a un massimo dell’11,5 per centoAlla fine del mese il presidente Jacob Zuma annuncia che non ci saranno aumenti delle rette nel 2016
12 agosto 2016 Il Council on higher education, un ente indipendente che offre consulenza al ministero dell’istruzione, conclude che non au­ mentare le rette universitarie per il 2017 sarebbe insostenibileNei giorni seguenti ci sono nuove manifestazioni in varie università
19 settembre Il ministro dell’istruzione Blade Nziman­ de annuncia che le università potranno aumentare le tasse d’iscrizione ino all’8 per cento e che ogni ateneo potrà decidere autonomamente sugli aumentiNzimande aferma anche che il governo sta cercando il modo di fornire assistenza inanziaria agli studenti provenienti da famiglie che hanno un reddito annuo inferiore a 600mila rand (38mila euro)Dopo l’annuncio ci sono mobilitazioni degli studenti.

13 ottobre La University of the Free State annuncia che il suo campus principale, nella città di Bloemfontein, e altri campus resteranno chiusi fino al 28 ottobre
15 ottobre Nove persone sono arrestate in seguito agli scontri tra la polizia e gli studenti dell’università di Witwatersrand
17 ottobre La University of Cape Town riapre dopo la chiusura dovuta a “motivi di sicurezza”, ma la polizia inter­ viene per disperdere una manifestazione degli studentiUn edificio dell’università viene sgomberato in seguito ad atti vandalici

da Mail&Guardian, Reuters


The Atlantic, USA
ANCORA IN CAMMINO
VERSO LA LIBERTÀ
di 
Kenichi Serino,


«Le università dovrebbero essere i luoghi in cui il superamento dell’apartheid è più evidente. Invece sono ancora segnate dalle disuguaglianze tra i neri e i bianchi»

 Quando nel 2011 Nyiko Lebogang Shikwambane, che all’epoca aveva 24 anni,lasciò la sua casa alla periferia di Johannesburg per studiare legge all’università di Witwatersrand, portava con sé le aspirazioni di una famiglia di insegnanti e infermieri, le sole professioni rispettabili per gran parte dei sudafricani neri durante l’apartheid

L’università di Witwatersrand, chiamata anche Wits, è una di quelle istituzioni accademiche sudafricane che un tempo erano prevalentemente bianche e che, du­ rante l’apartheid, di tanto in tanto si scontravano con il governo per le loro politiche di ammissioneAnche se un numero mini­ mo di studenti neri era ammesso, alla Wits e in altre prestigiose università anglofone, come la University of Cape Town (Uct) e la Rhodes university di Grahamstown, gli studenti erano in maggioranza bianchiDopo la ine della segregazione razziale, in pochi anni molti di questi atenei erano fre­ quentati soprattutto da neri.

Shikwambane, che aveva fatto le elementari in una scuola in passato riservata ai bianchi, si è accorta che nei corsi che seguiva alla Wits, frequentati da molti neri, c’era una gerarchia implicita: “I ragazzi bianchi, in molti casi provenienti da scuole un tempo riservate ai bianchi, erano gli unici a ri­ spondere alle domande e a sentirsi a loro agio a parlare davanti a un’aula con 120 persone. Prendevano i voti più alti e si passava­ no gli appunti degli studenti che avevano frequentato i corsi l’anno prima”Gli stu­ denti neri prendevano appunti con carta e penna, mentre i bianchi avevano quasi sempre computer portatili e iPad, che Shikwambane vedeva per la prima volta
Anche se l’apartheid è finito nel 1994, in Sudafrica c’è ancora un’enorme distanza tra l’esperienza degli studenti bianchi e quella degli studenti neri come Shikwambane, che riescono a entrare in università prestigiose dopo aver frequentato scuole pubbliche scadenti e con poche risorse. Gli istituti in passato riservati ai bianchi, invece, oltre a ricevere molti finanziamenti, possono contare sui contributi dei genitori e degli ex alunni. Queste scuole mandano i loro studenti nelle migliori università del paese, ofrendo delle opportunità ai ragazzi neri che vengono da contesti di povertà
Ecco perché le università sono tra i luoghi che meglio rappresentano la rabbia della generazione post-apartheid o dei “nati liberi”. Questa generazione si è trovata di fronte a un triste paradosso: è più libera di quella che l’ha preceduta, ma non ha i mezzi o il sostegno per sfruttare in pieno questa libertà. Molti giovani si sentono limitati da quella che percepiscono sempre di più come una trasformazione sociale e politica incompleta, che ha semplicemente consolidato le disuguaglianze di un’epoca considerata ormai passata
Questa rabbia è sfociata in una serie di proteste, le ultime delle quali alla Uct e alla Wits. Gli studenti delle due università han­ no occupato i rispettivi campus dopo es­sersi scontrati con la polizia e con gli agen­ti di sicurezza privati. Alla Uct la contestazione è cominciata a metà settembre, dopo che erano state prese azioni disciplinari contro alcuni studenti accusati di aver commesso atti vandaliciAlla Witwaters­ rand, invece, migliaia di studenti hanno bloccato gli ingressi dell’università e han­ no occupato la principale sede amministrativa per protestare contro la decisione del governo di proporre un aumento delle tasse per alcuni iscritti
In teoria le università dovrebbero essere i luoghi in cui le grandi disparità economiche e sociali tra bianchi e neri imposte dall’apartheid si riducono.Invece è proprio qui che l’eredità del regime razzista rimane più visibile
Nel 1994, dopo decenni di proteste spesso violente, critiche dalla comunità internazionale e boicottaggi, il governo sudafricano guidato dal National party, il partito nazionalista di destra, e l’African national congress (Anc) di Nelson Mandela negoziarono la fine di un sistema che dal 1948 istituzionalizzava la discriminazione, riconoscendo diritti diversi ai cittadini a seconda che fossero bianchi o neriLe successive elezioni democratiche, le prime nella storia del paese, contribuirono a evitare la guerra civile e chiusero definitivamente il capitolo del razzismo di stato. L’Anc, che prima di diventare un partito era stato un movimento di liberazione, lavorò per la riconciliazione e l’amnistia per alcuni crimini commessi durante l’apartheid attraverso la Commissione per la verità e la riconciliazioneI leader dell’Anc sapevano che mentre il potere politico sarebbe arrivato subito con le elezioni, altri cambiamenti – come la riforma agraria, le partecipazioni societarie e l’affirmative action (uno strumento per promuovere l’uguaglianza tra i cittadini) – sarebbero stati introdotti gradualmente attraverso la cosiddetta trasformazione
Con l’avvento della democrazia, per gli studenti neri diventò più semplice entrare nelle scuole e nelle università prima riservate ai bianchi.Queste istituzioni nominarono vicerettori e rettori neri
Ma il cambiamento è stato lento, spiega Sithembile Mbete, che insegna all’università di Pretoria: “I problemi del Sudafrica sono stati inquadrati solo in termini etnici, come se affrontare la questione razziale potesse risolvere tutto”
Bocca chiusa
Così non è stato.  In Sudafrica le disuguaglianze sono tra le più marcate al mondo, e la povertà è legata soprattutto alla questione razziale. Un cittadino nero ha quattro volte più probabilità di trovarsi senza lavoro di un bianco. Il reddito medio di una famiglia bianca è sei volte superiore a quello di una famiglia nera. Nelle aziende i bianchi ricoprono sempre gli incarichi più importanti. 

Nel 2015 il quotidiano sudafricano Business Day ha scritto che il numero degli amministratori delegati neri – sono considerati neri anche i coloured (meticci) e i sudafricani indiani, anche loro discriminati durante l’apartheid – era addirittura calato dal 2012. Inoltre il costo dell’istruzione superiore era aumentato a causa dell’inflazione e del taglio delle sovvenzioni pubbliche
Figlio di una madre single, Anzio Jacobs è un ragazzo snello. Ha una pettinatura afro con striature bianche e un tatuaggio del dio hindu Ganesha sul polso. È cresciuto a Woodstock, un ex quartiere popolare di Città del Capo. Dato che l’apartheid aveva confinato le famiglie nere in periferia mentre i centri delle città erano dominati dai bianchi, Jacobs e gli altri studenti neri potevano impiegare anche ore per arrivare a scuola. Gli studenti bianchi, racconta, nel cestino del pranzo avevano la cioccolata; i neri si portavano mattoni di pane vecchio. E dovevano conformarsi“. Quando andavo a scuola, dovevo corrispondere a una particolare tipologia di coloured. La mia doveva essere un’esistenza ai margini della sfera bianca. Dovevo parlare l’inglese giusto e vestirmi nel modo giusto”, ricorda Jacobs
Jacobs racconta della pressione a cui sono sottoposti gli studenti neri che vengono ammessi nelle ex università bianche. Una volta ricevuta la “chiave d’oro”, i giovani neri devono fare i conti con l’ingiustizia sociale e il razzismo“. Devi tenere la bocca chiusa e non fare niente, perché ti hanno fatto un regalo, ti hanno concesso un’istruzione. E a caval donato non si guarda in bocca”, dice
Nel 1996 Jacobs aveva cominciato a frequentare una scuola privata prima riservata ai bianchi, dove aveva imparato che “il razzismo è ancora una realtà”. Lui e gli altri coloured erano vittime del bullismo degli studenti bianchi, e al preside, bianco, non importava niente
A 25 anni è ancora iscritto al secondo anno di università, perché non riuscendo a pagare le tasse d’iscrizione ha dovuto ricominciare tutto da capo“- Continuo a fare gli esami ma so che quando inirò entrerò in un mondo del lavoro che non ha spazio.

Daily Maverick, Sudafrica
LE PROMESSE NON MANTENUTE di Andrew Ihsaan Gasnolar, 

«Le proteste degli studenti fanno luce su altri problemi della società sudafricana. E sulla
sua identità irrisolta»

La memoria collettiva del Sudafrica è piena di buchi. Dimentichiamo troppo facilmente, permettendo alle iene di scorrazzare indisturbate e mettendo a rischio il nostro futuro. Il Sudafrica non sta semplicemente vivendo una stagione di malcontento: la sensazione è che stiamo andando completamente alla deriva. Non ci basterà pregare o parlare di come uscire da questo disastroIl movimento chiamato #FeesMustFall ha evidenziato le fratture della società e ha attirato l’attenzione sull’atteggiamento indolente e miope delle persone che dovrebbero guidarci.

Dopo che in diverse università sono scoppiate le proteste contro l’aumento delle rette proposto dal governo, il 19 settembre Blade Nzimande, il ministro dell’istruzione e della formazione superiore, ha annunciato che non tornerà sui suoi passi In base alla proposta del governo, le università dovrebbero aumentare le tasse d’iscrizione fino all’8 per cento.Le famiglie con un reddito inferiore a 600mila rand all’anno (38mila euro) potranno chiedere un contributo pubblico equivalente all’aumento
Questo annuncio ha fatto salire la tensione e l’incertezza in tutti i campus universitari. È importante notare che per qualcuno la proposta di Nzimande è a vantaggio dei poveri, e in efetti va valutata considerando fattori diversi. 

Nzimande ha spiegato che il governo si sarebbe impegnato a tutelare le fasce di popolazione più deboli con una serie di interventi finanziati dal National student financial aid scheme, che offre prestiti agli studenti, Il dipartimento del tesoro ha specificato che “sta esaminando vari meccanismi per trovare i fondi necessari a garantire i sussidi”Sappiamo tutti, però, che nella situazione iscale attuale non sarà facile trovare 2,5 milioni di rand. E infatti la proposta del governo è già stata bocciata dagli studenti, che hanno nuovamente chiesto un’istruzione gratuita per tutti.

Il tema dell’istruzione gratuita non va trattato come una questione isolata, soprattutto in tempi difficili come questi. La responsabilità è in gran parte di un governo tronio e frammentato e della pessima azione del presidente Jacob Zuma. I tagli suggeriti dal dipartimento del tesoro non dovrebbero riguardare solo i singoli ministeri, ma anche le dimensioni e la struttura del governo. La domanda che tutti i sudafricani dovrebbero farsi è come il paese può superare l’impasse e realizzare il sistema scolastico promesso ai suoi giovani.

Verso il cambiamento

Non siamo a un bivio solo sul tema dell’istruzione. Stiamo mettendo in discussione il tessuto stesso di questa unione frammentata e imperfetta, che oggi è in grande difficoltà. La colpa non è solo di politici inetti come Zuma, ma anche della nostra incapacità di andare oltre le parole e di passare ai fatti. Certo, è sconcertante che questi politici si siano dimenticati che non agiscono per intercessione divina ma che sono dei semplici impiegati con dei compiti da svolgere. Ma non sono loro gli unici responsabili del sabotaggio della nostra democrazia, sono solo la faccia della corruzione e della prevaricazione che minacciano il paese
La crisi che dobbiamo affrontare non si limita al diritto all’istruzione, ma riguarda anche la disuguaglianza, la povertà, la disoccupazione e l’accesso ai servizi di base. Stiamo facendo a botte con la nostra identità nazionale. Non riusciamo a costruire sull’eredità incerta di chi ci ha preceduto e allo stesso tempo siamo limitati dall’inefficienza e dalle carenze di chi oggi è al timone
Il dipartimento del tesoro sottolinea che “chi può pagare lo fa per permettere allo stato di sostenere gli studenti sempre più numerosi che non hanno i mezzi per frequentare l’università e meritano di essere aiutati”. Parlando al Gordon Institute Of Business Science il 20 settembre, l’ex ministro delle finanze Nhlanhla Nene ha dichiarato che “le battaglie che gli studenti stanno combattendo sono le nostre battaglie. I soldi non sono solo del dipartimento del tesoro. Servono perché tutti possiamo diventare una cosa sola. Tutti dobbiamo dare il nostro contributo”
Tuttavia, il rischio di lasciare la gestione al governo è che questi fondi non si otterranno da un ridimensionamento dell’esecutivo, dal taglio delle prestazioni superflue e delle retribuzioni dei politici o da un giro di vite sulle appropriazioni indebite o sulla corruzione.Potrebbero essere sottratti ai fondi destinati ai servizi di base, di cui milioni di sudafricani hanno un disperato bisogno, mettendo il paese ancora più in diicoltà
Il 9 settembre, durante la cerimonia in onore dell’attivista antiapartheid Stephen Bantu Biko, la coraggiosa attivista e scrittrice statunitense Angela Davis ci ha ricordato che i nostri leader «stanno cominciando ad affrontare questioni irrisolte e alcune delle tante omissioni e ostruzioni»I giovani si appoggiano a loro, ha proseguito, ma questi leader «non hanno le spalle solide». Come ha osservato Davis, «la rivoluzione che volevamo non è quella che abbiamo prodotto», ma dobbiamo intervenire ora per risolvere il problema ancora più grande che affligge il paese: la questione della nostra identità, che non può essere demandata all’attuale generazione di leader. I sudafricani devono andare oltre il loro orticello, cominciare a dare risposte concrete e agire guardando al presente
È l’unico modo che abbiamo per contrastare disuguaglianza, povertà e disoccupazione, i servizi di base non garantiti e diritto allo studio non tutelato. Solo allora potremo passare alla fase successiva della rivoluzione per la democrazia, lottare per “le promesse non mantenute del passato e dare inizio a un nuovo attivismo», più che mai necessario.



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