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martedì 25 ottobre 2016

Stadi di sviluppo

La quantità di notizie, comunicati, diffide, appelli a favore o contro la costruzione a Roma di un nuovo stadio, sul terreno dove sorgeva l’ippodromo di Tor di Valle, rischia ...  (segue)


La quantità di notizie, comunicati, diffide, appelli a favore o contro la costruzione a Roma di un nuovo stadio, sul terreno dove sorgeva l’ippodromo di Tor di Valle, rischia  di far percepire una vicenda di grande rilievo, per quanto concerne i rapporti tra cittadini, pubbliche istituzioni e privati investitori, come una faida locale tra sindaci e assessori di diversi gruppi politici. Purtroppo, la questione è molto più seria e, a mio avviso, andrebbe esaminata tenendo conto di una serie di fenomeni tra loro collegati.

Il primo è la trasformazione, sancita con legge del 1996, delle società calcistiche da associazioni che avevano come scopi quelli connessi all’esercizio della pratica sportiva a imprese a fini di lucro, con la possibilità di quotarsi in borsa. Molte società di calcio, che in precedenza appartenevano a imprenditori locali, sono state acquistate da investitori finanziari. Oggi, ad esempio, il 78% della Roma è di due società del Delaware, paradiso fiscale degli USA; il Bologna è del canadese Joey Saputo, uno dei 300 uomini più ricchi al mondo; il Venezia è di una cordata rappresentata dall’americano Joe Tacopina. Ovviamente, l’obiettivo primario di queste società è quello di generare profitti da distribuire agli azionisti, un obiettivo che non si raggiunge certo con la vendita dei biglietti, ma in parte con le sponsorizzazioni e la cessione dei diritti televisivi, e sempre di più con investimenti finanziari e immobiliari.

Tra i molteplici effetti della finanza speculativa sul calcio, ben raccontati da Marco Bellinazzo in Goal economy. Come la finanza globale ha trasformato il calcio (Baldini &Castoldi, 2015), figura anche la questione della proprietà degli stadi (al momento solo la Juventus, l’Udinese e il Sassuolo hanno un loro stadio) e dei rapporti tra le società di calcio ed i comuni proprietari degli impianti e dei terreni su cui sorgono.

Su questo tema, già nel 2013, in un articolo intitolato “Cosa spinge i magnati stranieri a investire nel calcio italiano?” apparso sulla rivista Sport Business Management (19- 06-2013) si spiegava, con riferimento a Roma e a Venezia, che un elemento comune alle due cordate è che “appena si sono insediate, hanno indicato nello stadio di proprietà un elemento da realizzare il prima possibile… entrambe sanno che tali strutture rappresentano un elemento imprescindibile per generare ricavi, perché, una volta ultimati, tali stadi, considerando l’afflusso di turisti che hanno Roma e Venezia, diventeranno dei veri e propri monumenti cittadini da visitare, permettendo alle città un ulteriore sviluppo dal punto di vista turistico e di conseguenza economico”.

In secondo luogo, decisiva si sta dimostrando la determinazione del governo centrale di favorire gli speculatori immobiliari locali e internazionali, bypassando gli enti locali, che ha aumentato, anche grazie all’impoverimento programmato dei comuni, il potere negoziale e/o ricattatorio degli investitori privati, nel caso specifico dei padroni delle società calcistiche. Tale tendenza ha subito un’accelerazione con il governo Letta che, nel dicembre 2013, ha adottato un provvedimento per favorire non solo la costruzione o il rifacimento degli stadi, ma l’edificazione al loro intorno, se non al loro interno. Secondo Assoimmobiliare, tale legge ha introdotto “un adeguato e rivoluzionario impianto normativo.. determinando anche il concetto di impianto polifunzionale e rendendo molto più snelle le relative procedure”.

Non è un caso che, nello stesso periodo, sia stata avviata a Torino la cosiddetta operazione Cantinassa “un area che rappresenta l'ideale prosecuzione dell'investimento che la Juventus ha condotto sullo stadio e ha trovato nel comune una sponda molto disponibile al confronto, approvando in tempi brevi la variante urbanistica, indispensabile per portare avanti il progetto".

L’operazione Cantinassa è stata così vantaggiosa che, nel 2015, insieme a Accademia SGR, UbiBanca e Unicredit, la società ha creato J Village Juventus, il primo fondo immobiliare del calcio, che promuoverà lo “sviluppo di molteplici attività, direttamente o indirettamente collegate allo stadio di proprietà di Juventus… e la trasformazione e la valorizzazione di spazi urbani non centralissimi mediante un’opera di riqualificazione… oltre a eventi sportivi, il Village offrirà anche servizi culturali, di intrattenimento, gastronomici, di edutainment e di hospitality”.

Il cosiddetto ammodernamento degli stadi, quindi, ha poco a che vedere con esigenze di messa in sicurezza di strutture vetuste; è piuttosto l’avvio di un radicale ridisegno delle città italiane a vantaggio di chi ha individuato negli stadi degli enormi involucri pieni di rendita di cui impadronirsi. E’ chiaro, infatti, che se gli stadi e le aree di loro pertinenza diventano di proprietà dei club, i quali appartengono a cordate di capitali e ai relativi fondi immobiliari, intere parti di città italiane vengono sottratte ai loro cittadini, anche dal punto di vista giuridico.

Tale scenario ha suscitato l’unanime entusiasmo del mondo accademico, immobiliare e delle costruzioni. Nel 2015, ad esempio la Luiss ha organizzato un master dal titolo “ Stadi e impianti sportivi: le nuove frontiere della valorizzazione immobiliare” con la partecipazione di Assoimmobiliare, che ha costituito una delegazione ad hoc per il settore degli stadi, e Sportium, “una nuova realtà professionale, un vero e proprio consorzio di professionisti e società, che si propone come primo riferimento specializzato esistente in Italia.

Il governo Renzi non solo aderisce totalmente al progetto, ma ne ha allargato l’ambito alle squadre di serie B. Il 27 settembre 2016 è stato sottoscritto un protocollo di intesa tra Invimit (Investimenti Immobiliari Italiani), B Futura (società di scopo interamente partecipata dalla Lega B) e l’Istituto che attraverso lo strumento del Fondo Immobiliare, l’Istituto per il Credito Sportivo per la promozione di operazioni di valorizzazione di stadi e impianti sportivi attraverso lo strumento del fondo immobiliare.“Grazie a questa iniziativa, ha detto il presidente di Invimit Massimo Ferrarese, potranno nascere appositi Fondi Obiettivo gestiti da Sgr di mercato e promossi dagli enti territoriali proprietari degli impianti oggetto di valorizzazione”. In altri termini, i comuni dovranno cedere gli stadi.

Infine, a questo piano di spoliazione, si aggiunge la beffa che di fatto i comuni sono obbligati a dichiarare “di interesse pubblico” i progetti dei privati, dopo di che, se non li approvano rapidamente, devono pagare enormi penali. Una sorta di TTIP a livello locale a garanzia del rendimento del capitale degli investitori al quale i comuni hanno cominciato ad adeguarsi.

Pochi mesi fa, ad esempio, il consiglio comunale di Cagliari ha dichiarato il pubblico interesse della proposta per la realizzazione e gestione del nuovo stadio, un progetto di “rigenerazione urbana il cui concept è stato elaborato dalla società olandese, specializzata in impianti sportivi, The Stadium Consultancy, che si è avvalsa di alcuni professionisti polacchi coinvolti nella realizzazione degli impianti per gli ultimi europei”.

E i cittadini? A loro pensa la società crowdre:crowdfunding innovative real estate che sul suo sito  ci scrive: “Ti piacerebbe che il tuo Comune potesse ospitare uno o due spettacoli al giorno di grande livello?Venerdì sera pallavolo, sabato pomeriggio tennis, sabato sera concerto, domenica pomeriggio calcio e domenica sera teatro, ecc … Il Comune non ha denaro per potersi permettere tutto questo? Voi trovateci un’area ben collegata ad aeroporti, treni ed autostrade ed al resto penseremo tutto noi. Non vi costeremo alcunché se ci chiamerete alla presenza di almeno due presidenti delle principali squadre del vostro comune e dell’intera giunta.”

Se la situazione è questa, l’unica informazione che sindaci e assessori, in carica e ex, di Roma dovrebbero darci è quale è “l’offerta che non si può rifiutare” alla quale soggiacciono, poi, vinca il migliore.
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