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venerdì 28 ottobre 2016

Socialismo la crisi in Europa

«La stella rossa  sovrastava una stazione ferroviaria della ex Jugoslavia è trasportata a Palazzo Madama, a Roma, dove è stata oggetto di un’esposizione insieme ad altre testimonianze della Storia dell’ultimo secolo». La Repubblica, 28 ottobre 2016 (c.m.c.)

«È finita la benzina, non ne abbiamo più per continuare il viaggio». Il militante socialista francese, al quartier generale, parla così della presidenza di Hollande e del suo partito davanti ai cronisti. E descrive le riunioni come un «funerale di famiglia». Ma questa cupa atmosfera tra i socialisti riguarda solo la Francia? A Parigi piangono, ma anche a Madrid, Londra e Berlino hanno poco da festeggiare. I momenti della sinistra “gloom and doom” — come li chiamava Eric Hobsbawm, avvilimento e senso di fosco destino — non sono nuovi, ma stavolta la speranza non trova varchi.

Nella capitale francese i sondaggi confermano il militante scoraggiato. Alle prossime presidenziali il leader socialista in carica non arriverebbe al ballottaggio, dietro a Le Pen e Juppé (o Sarkozy?) e forse persino a Mélenchon. Il suo indice di gradimento ha raggiunto il minimo depressionario del 4%. Altrove in Europa le percentuali sono più alte, ma nessuno appare in corsa per la vittoria, come accadeva non tanto tempo fa.

Pedro Sánchez si è dimesso dopo 9 mesi di tormentosa resistenza all’idea di appoggiare il governo Rajoy; ora il Psoe ne consentirà, con l’astensione, la nascita. Che sia o no una vera coalizione, sarà Podemos a trarne beneficio. E la sinistra aggraverà le sue divisioni.

La Spd di Sigmar Gabriel naviga anche lei con le vele ammosciate intorno al 20 per cento; il suo elettorato è saccheggiato dalla Linke e dai populisti, gli iscritti sono scesi da un milione a 400mila, ed è al governo, ma solo perché sta sulla scia della Merkel.

Il Labour di Jeremy Corbyn appare sempre più lontano dal governo. Il leader dell’opposizione britannica ha vinto il congresso nonostante lo scontro con il gruppo parlamentare e il gabinetto ombra. Ha potuto proclamare il suo come «il più grande partito socialista dell’Europa occidentale». Detto da lui sembra una buona notizia, che esalta il nucleo dei suoi sostenitori, ma quelle parole segnano anche un cambiamento radicale, la fine del New Labour inteso come grande partito di centrosinistra, capace di tenere i conservatori all’opposizione per tre mandati. Socialismo per Corbyn significa nazionalizzazioni e dunque rappresenta un’inversione di marcia che sta portando il gruppo dirigente fino al rischio di una scissione.

Questi quattro grandi partiti sono presi nella morsa degli interrogativi sulla propria identità: forze con un passato di governo, con un seguito e un’organizzazione imponente, e oggi assediate dal voto populista e ristrette in dimensioni e ruoli minori. Non hanno retto al cambio di paradigma dell’economia e della politica. La perdita di chiari connotati sociali o ideologici, la frammentazione sociale e comunicativa, l’aggregarsi del consenso in forme volatili intorno a leadership con poche, o senza, mediazioni organizzate, tutto questo scatena reazioni nostalgiche. E la sinistra italiana?

Se il Labour aveva fatto il salto nella nuova dimensione nel ‘98, il Partito democratico italiano l’ha cominciato 9 anni dopo, nel 2007, assumendo con Veltroni la forma attuale, disegnata per conquistare la maggioranza senza coalizione, e completandola con Renzi che ha allargato i consensi nel bacino elettorale del centro. Ma i laburisti hanno ora praticamente revocato l’innovazione e nei sondaggi stanno a distanze abissali dal governo.

Quanto al PD, invece, la difende ancora, anche se l’erosione populista e la minaccia permanente di una guerra civile interna ad opera della minoranza tendono a riportarlo al passato. Per aprire, nel 2013, con la vittoria di Renzi, la prospettiva di un partito piglia-tutto, sono state decisive le primarie aperte potenzialmente a tutto l’elettorato e non solo agli affiliati (come invece per il Labour). Non è un caso che siano proprio le primarie il punto di attacco della vecchia guardia, che vorrebbe ricondurre la scelta del segretario ai soli iscritti, per rimettere le cose “al loro posto” e ritornare nel vecchio alveo degli elettori d’antan (nel frattempo fisiologicamente diminuiti). Un ritorno alla “normalità’”, insomma, che viene implacabilmente desiderato, da alcuni, come un destino di ridimensionamento.

Per quanto strano, la struggente ambizione di evitare il governo può fiorire anche a sinistra, non solo tra i populisti dell’antipolitica (il sindaco di Roma ne sa qualcosa). E quando si perdono consensi ci si ritrova, come accade ora ai socialisti francesi, a desiderare di influire sulle primarie degli altri, cioè della destra, per poter votare Juppé, in modo da evitare di ritrovarsi al ballottaggio Sarkozy come unica alternativa a Marine Le Pen (e forse più facilmente con lei soccombente).

Anche l’economista Thomas Piketty, giunti a questo punto, come ha confessato al Nouvel Observateur, è pronto a firmare la carta dei valori della destra (condizione per partecipare alle primarie) pur di assicurarsi il meno peggio, per tutti.


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