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sabato 15 ottobre 2016

Per una nuova alleanza tra città e campagna

«Nel testo di Ilaria Agostini Il diritto alla campagna. Rinascita rurale e rifondazione urbana la proposta ecologista mira alla costruzione di società nelle quali il valore di scambio cede il passo al valore d'uso, la competizione alla convivialità, la carenza al dono».casadellacultura-cittàbenecomune, 14 ottobre 2016 (c.m.c.)


Il testo di Ilaria Agostini, Il diritto alla campagna. Rinascita rurale e rifondazione urbana (Ediesse, Roma, 2015) è un esempio assai significativo di una critica ecologica svolta contro-tempo, nel senso che intende compiere un'operazione ai limiti dell'impossibile, vale a dire tenere assieme più analisi dei nostri variegati modi di percepire, di vivere il presente, puntando ancora sulla centralità della dimensione della spazialità, del nostro habitat complessivo, quello che contiene storie molteplici, alcune ormai consumate, altre ricche di potenzialità di ulteriore e differente articolazione.

Il presupposto del testo è costituito dal resoconto di un'esperienza culturale fiorentina, quella della "Fierucola del pane" (primo mercato biologico in Italia e vero e proprio «ambiente ecologista radicale») che a partire dal 1984 rappresenta la conferma di come sia possibile un'alleanza "felice" tra una singolare pratica di agricoltura "contadina" e il territorio urbano.

Questo anche in vista di una riscoperta, da parte della città, del suo legame essenziale con la dimensione agroalimentare, con una ciclicità naturale tradotta in termini virtuosamente "verdi" sotto veste di "ruralizzazione ecologica", non dissipatrice di territorio, che riabbraccia così proficuamente le esperienze di vita dei cittadini sintonizzate di nuovo con i cicli naturali.

Agostini volge il suo sguardo di ricercatrice attenta proprio a quell'esercizio di un "diritto alla campagna" che articolandosi in forme di esperienze rurali microterritoriali e nella coalizione dei "neorurali" può favorire un processo di rifondazione dell'urbano, un ripensamento approfondito di ciò che risulta essenziale nella delineazione di progetti e pianificazioni riferiti all'ambito socio-territoriale.

Certamente tale "diritto alla campagna" è stato fin dall'inizio, dagli anni '80, pensato come "diritto di cittadinanza", quindi con risvolti nettamente etico-politici, laddove in esso si sono condensate esigenze/urgenze di nuove modalità di vita, soprattutto contraddistinte da una critica di fondo all'idea di una produzione "illimitata", di una qualificazione delle attività soltanto nella forma del lavoro-merce.

Ciò è rilevato nella "premessa" al testo di Vandana Shiva, nella quale si sottolinea l'importanza di cambiare quel paradigma economico, quello dell'economia "lineare", che di fatto ha svuotato la campagna anche e soprattutto attraverso le dinamiche specifiche dell'agricoltura industriale.

Al suo posto va tentata la concretizzazione di un'economia "circolare", non "estrattiva" e capace anche di decisiva "restituzione", a partire dalla consapevolezza che "il suolo è vivo" e che la sua cura (per la salute complessiva del pianeta e quindi anche "nostra") individua il lavoro più essenziale che sia possibile svolgere dai contadini.

Da qui deriva appunto l'invito, raccolto precocemente dall'esperienza della "Fierucola del pane" (descritta anche nell'appendice - "Voci della Fierucola" - di Laura Montanari), dal suo "collettivo" di contadini e cittadini, a "liberare" l'agricoltura dalla presa asfissiante della industrializzazione "data" e della "urbanizzazione" che si vuole senza storia, cioè senza memoria, favorendo così una fertilità dei suoli collegata con la cura della salute umana, reale risposta progressiva e non-violenta «ai soprusi della globalizzazione, dell'omogeneizzazione e delle monoculture» (p.13).

Agostini delinea tale "utopia concreta" impiegando una batteria di studiosi che fanno da referenti preziosi per la costruzione di un simile ambiente "culturale": le lezioni di Ivan Illich, Gandhi, Lanza del Vasto, William Morris, Lewis Mumford, tra gli altri, sono finemente recepite e messe in proficua relazione con altri percorsi di ricerca, che vedono molti protagonisti, alcuni dei quali ancora oggi attivi e impegnati sulle strade di un tentativo quanto mai necessario di rinascita complessiva della sensibilità critica di ordine pratico e teorico, si potrebbe quasi dire: "filosofico-operativo".

Nella "Introduzione" al suo testo, l'autrice scrive in maniera assai efficace, presentando il suo punto di vista, raffinato da una esperienza di ricerca che a me ricorda quella - messa a fuoco alcuni decenni fa in un altro ambito di osservazione - della "co-ricerca": «L'ipotesi ecologista radicale, fondata su una critica serrata al mito industriale della crescita senza limiti, aspira al trapasso dall'economia di mercato alla sussistenza, e individua nella comunità locale l'occasione di autopoiesi, di autogoverno, di rigenerazione. Cura e manutenzione capillare del territorio diventano 'alternative possibili' alla politica delle opere pubbliche affette da gigantismo ed eterodirette. La microterritorialità, il villaggio e il modello insediativo policentrico costituiranno l'antidoto alla megalopoli, parassita ecologico divoratore di risorse e inibitore di socialità. La policoltura contadina, all'avanzata della monocoltura industriale. Parafrasando Illich, la proposta ecologista mira alla costruzione di società nelle quali il valore di scambio cede il passo al valore d'uso, la competizione alla convivialità, la carenza al dono» (pp.18-19).

Il rinvio a Illich è dunque esplicito, ma altri rimandi sono presenti nel testo: ricordo quelli a Gorz, Guattari, Langer, Viale, Scandurra (ma molti atri dovrei aggiungerne...), che mi permettono di evidenziare un'altra dominante teorica, per me importante, del testo di Agostini e che riassumerei nei seguenti termini: l'indicazione di un compito fondamentalmente etico-ecologico che vuole svilupparsi nel senso di non lasciare/consegnare il motivo della "produzione" alla sua abituale declinazione sotto veste di sfruttamento economico di ciò che è "naturale" (a livello umano e non-umano).

Proponendo cioè - di tale motivo - una sua "spesa" sul terreno di un riconoscimento della possibilità concreta di cogliere e ri-disegnare luoghi, spazi, costitutivamente "naturalculturali", all'interno dei quali imparare a coltivare pratiche d'azione, di manovra, altri rispetto a quella modalità di storicizzazione dello spazio risultante dalla coniugazione nefasta della valorizzazione capitalista con la predazione/devastazione dell'ambiente.

Abbiamo bisogno di altre storie, rispetto a quella della crescita infinita e del conseguente culto di un invisibile posto come valore proprio di un regime trascendente di verità, e quindi di un'altra geografia, legata alla indispensabile rivalutazione di ciò che si vede, che è presente, che basta a se stesso e che ci stimola così a modulare su di esso i tempi di una esistenza - la nostra - consapevole del proprio essere "minore" ma non per questo meno importante (per riprendere - fuori contesto, ma non troppo... - la riflessione complessiva dei Deleuze-Guattari).

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