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lunedì 17 ottobre 2016

Noi possiamo osare. Il tempo dello sciopero sociale transnazionale è ora

«Conquistare un welfare europeo significa rifiutare le gerarchie che attraversano lo spazio metropolitano ed esprimere il rifiuto della divisione sessuale del lavoro che sostiene la riproduzione sociale transnazionale». connessioni precarie online, 16 ottobre  2016 (c.m.c.)



Dal 21 al 23 ottobre si svolgerà a Parigi il secondo meeting della Transnational Social Strike Platform. L’incontro avrà luogo a tre settimane di distanza dallo sciopero delle donne polacche contro la proposta di riforma della legge sull’aborto e a pochi mesi dalla grande sollevazione francese contro la loi travail e il suo mondo.

In entrambi i casi lo sciopero è andato ben oltre la pratica istituzionalizzata nell’iniziativa sindacale. Esso è stato politicamente più significativo della momentanea rottura di un rapporto di forza nei luoghi di lavoro. I primi grandi scioperi francesi contro la riforma si sono riversati nelle strade e nelle piazze coinvolgendo milioni di persone, rifiutando il brutale dominio sul presente e sul futuro di intere generazioni.

Lo sciopero in Francia è stato sociale perché ha connesso segmenti altrimenti separati del lavoro vivo investiti dalla loi travail e dall’austerità europea. Le donne polacche hanno mostrato che la parola d’ordine dello sciopero mantiene il suo potentissimo richiamo anche al di fuori dei luoghi di lavoro.

La rivendicazione della libertà di aborto non ha soltanto prodotto grandi manifestazioni di piazza e la forzatura dei limiti imposti dalla legislazione sullo sciopero. Essa ha ridefinito le posizioni individuali e messo in discussione le gerarchie sessuali e sociali, stabilendo le connessioni che hanno portato così tante donne e molti uomini a esprimersi contro un modo complessivo di governare che non riguarda solo la società polacca. Lo sciopero in Polonia non è stato sociale perché ha difeso un diritto più o meno universale, ma perché la rivolta di una parte della società ha fatto valere una differenza contro un ordine complessivo dei rapporti sociali e sessuali.

In questi ultimi mesi, da est a ovest, attraversando i confini e in contesti radicalmente diversi, lo sciopero è stato la condizione grazie alla quale donne e uomini, precarie, operai e migranti hanno potuto prendere parola in prima persona e in massa contro le condizioni politiche che determinano la loro oppressione e il loro sfruttamento.

Da più di un anno la Transnational Social Strike Platform agisce per fare dello sciopero l’articolazione politica delle differenze che attraversano il lavoro vivo contemporaneo e quindi per stabilire una prospettiva condivisa del rifiuto soggettivo delle condizioni della nostra oppressione. Per raggiungere questo scopo, lo sciopero deve essere logistico, industriale e metropolitano. Sono queste le modalità in cui donne e uomini, precarie, operai e migranti si scontrano con la furia accumulatrice del capitale e con le coazioni della riproduzione sociale.Sono questi i tre fronti sui quali ogni giorno le strategie individuali e collettive di insubordinazione si scontrano con quelle messe in atto dai governi europei per garantire il dominio del capitale.

In questo campo di tensione, in cui la mobilità del lavoro fronteggia quella del capitale, il punto d’impatto può continuamente cambiare e, con esso, anche i comportamenti soggettivi di precarie, operai e migranti.

In ognuna di queste congiunture, perciò, lo sciopero può assumere una forma diversa, rimanendo però una pratica per sottrarsi alla coazione quotidiana, per colpire le diverse facce del padrone collettivo, per ampliare e approfondire le connessioni con tutti coloro che condividono le stesse condizioni di vita e di lavoro. La distinzione dello sciopero in logistico, industriale e metropolitano è quindi direttamente politica, perché dà conto delle molteplici forme del lavoro sociale, cogliendole nei loro differenti punti di impatto con il capitale.

Essa non riguarda soltanto la categoria politica del lavoro salariato, ma ambisce a dare espressione a posizioni tanto specifiche quanto essenziali alla produzione e riproduzione sociale nel suo complesso, da quella delle donne – che con il loro lavoro domestico sono obbligate a sostenere le trasformazioni contemporanee del welfare e la ristrutturazione neoliberale delle gerarchie sessuali – a quella dei migranti, il cui lavoro è sottoposto a un’autorizzazione politica e a un razzismo istituzionale che impongono loro obblighi che altri lavoratori semplicemente non conoscono. Ciò conferma d’altra parte l’insufficienza pratica di categorie universali che pretendono di unificare i lavori a partire da un loro carattere più o meno diffuso, come può essere il loro contenuto di conoscenza.

La frammentazione e l’isolamento sono le caratteristiche fondamentali del lavoro sociale contemporaneo. Il sapere, il comando diretto, l’organizzazione complessiva del lavoro mirano costantemente a questo risultato. Spetta a noi produrre la forza politica in grado di opporsi a questa realtà.

Logistico, industriale e metropolitano non rimandano alla combinazione o al coordinamento di tre diversi settori (smistamento e trasporto, produzione di merci, servizi) e neppure di conseguenza a tre diverse pratiche di sciopero (il blocco della circolazione, della catena di montaggio, dell’ordine delle città). Logistico, industriale e metropolitano sono tre modalità di organizzazione del capitale che dobbiamo essere in grado di aggredire simultaneamente.

La logistica non è semplicemente l’infrastruttura di servizio per lo smistamento di materie prime, mezzi di produzione e merci nel mercato globale. Essa è la logica che il capitale assume nel processo della sua costante globalizzazione. Il capitale scopre la logistica quando ha bisogno di inseguire il profitto e quando deve trovare nuova forza lavoro da sfruttare. Questa sua inesausta ricerca produce le condizioni dello sfruttamento negli hub e nei porti. Tuttavia non sono solo i facchini, i portuali, i marinai o gli addetti alle spedizioni a incontrare e a ribellarsi al comando logistico. Esso estende la propria presa su tutta l’organizzazione del lavoro. Quella che per il capitale è l’estensione nello spazio del suo domino, per noi è un’incessante intensificazione dello sfruttamento, è la costante valutazione di quello che facciamo, è il codice a barre che ci marchia per renderci compatibili con le altre merci, è l’algoritmo che fraziona all’infinito il nostro lavoro.

La logistica è per noi il lavoro «uberizzato» che fa di apparenti imprenditori indipendenti delle frazioni di lavoro comandato dalla logica immanente del capitale. La logistica è per noi la pretesa del capitale di avere un comando assoluto sul tempo per garantire il movimento incessante dei suoi traffici globali. Contro questo tempo assoluto lo sciopero sociale è dunque logistico non solo perché interrompe i flussi, ma perché è il rifiuto della rapina incessante di tempo e di tutte quelle procedure che scaricano sui singoli lavoratori i costi sociali della produzione. Lo sciopero logistico avviene in luoghi precisi, ma anche e soprattutto dove si manifesta il rifiuto alla piena e costante disponibilità del proprio tempo.

Il comando logistico esercita la propria forza in maniera particolarmente feroce sul lavoro industriale che per noi, e per l’evidenza empirica, non è un residuo del passato. In occasione della Brexit e durante le lotte contro la loi travail qualcuno ha scoperto che la classe operaia esiste ancora. Persino l’ascesa di Donald Trump è addebitata alla classe operaia bianca statunitense. Lontani dai miti di destra e di sinistra, noi registriamo più semplicemente che il lavoro manifatturiero non è scomparso. Qualcuno produce materialmente le merci non solo nelle lontane fabbriche cinesi o indiane, ma anche in Europa.

Non a caso il precedente incontro del TSS si è svolto a Poznan con lo scopo di stabilire contatti e connessioni con quei luoghi dove il lavoro operaio è stato delocalizzato o dove sta tornando dopo i suoi viaggi in Oriente. Quale capitale incontrano gli operai dell’industria? Incontrano come sempre la dura legge della fabbrica, nella quale però il comando logistico definisce i tempi del profitto su quelli delle catene transnazionali del valore. Incontrano la realtà della delocalizzazione, che da una parte del confine è utilizzata come minaccia per peggiorare costantemente le condizioni del lavoro mentre dall’altra apre la strada a un nuovo sfruttamento e a nuovi terreni di lotta operaia.

Attraverso e lungo i confini, il lavoro operaio è mobile e precario, senza certezze e con assicurazioni minime se non assenti. Da un lato e dall’altro del confine, la mobilità del capitale impone una sistematica intensificazione del tempo dello sfruttamento. Sciopero industriale significa allora interrompere questo tempo, colpire l’origine del profitto, ma anche l’isolamento sociale a cui la fabbrica è stata condannata. Per il lavoro industriale sciopero significa più che mai stabilire connessioni che smettano di fare apparire gli operai una costante sorpresa sociale.

I lavoratori dell’industria non sono fuori dello spazio metropolitano. Con quelli dei servizi e del terziario essi danno forma a una geografia conflittuale, nella quale la produzione e la riproduzione sociale stabiliscono una connessione sistematica e dominata tra le diverse figure del lavoro vivo proprio perché non coincidono con i limiti della singola città. Nello spazio metropolitano una moltitudine di lavoratori e di lavoratrici ha l’occasione in incontrare la faccia politica del capitale, quella che li obbliga amministrativamente a subire la loro condizione. In questo spazio il welfare non ha più la funzione di produrre una relativa uguaglianza tra i cittadini, ma stabilisce continuamente differenze tra diverse figure del lavoro assegnando posizioni funzionali tanto alla riproduzione sociale quanto al governo della mobilità.

Nello spazio metropolitano, come lavoratrici salariate o gratuitamente, nelle scuole, negli ospedali o nelle case, le donne garantiscono le condizioni generali di riproduzione di una forza lavoro che è transnazionale anche quando può essere puntualmente localizzata. Nello spazio metropolitano il lavoro migrante è governato attraverso norme europee, nazionali e locali che pretendono di farne un segmento separato della forza lavoro e completamente disponibile allo sfruttamento.

Lo spazio metropolitano è quindi uno spazio di movimento nel quale i precari di un call center spagnolo, le operaie di una fabbrica tessile in Polonia, le lavoratrici domestiche, i facchini di un deposito merci francese, i marinai di un cargo attraccato al Pireo, i migranti costretti a lavorare con salari da 1€ l’ora per pagare il prezzo dell’accoglienza in Germania possono riconoscersi come uguali, nonostante tutte le differenze dei loro lavori e delle loro vite, a partire dal rifiuto delle condizioni politiche e amministrative che li costringono alla subordinazione e allo sfruttamento.

Nello spazio metropolitano i diversi lavori possono andare oltre la coazione salariale, oltre le gerarchie che le accompagnano, contro le forme politiche che le legittimano. Lo sciopero è metropolitano perché dà voce al rifiuto di essere frammenti di un ordine, andando oltre le stesse differenze imposte dal lavoro. Lo sciopero metropolitano è uno sciopero contro il lavoro e le divisioni che esso impone. Scioperare nello spazio metropolitano significa restituire al capitale la sua frammentazione sotto forma di progetto comune.

Per tutte queste ragioni le tre dimensioni dello sciopero non possono essere separate. La logistica, la fabbrica e la metropoli rimandano in continuazione l’una all’altra. Sono il segno tangibile della mobilità del capitale e di quella opposta e riottosa di milioni di uomini e donne. Non basta bloccare un hub della distribuzione per sabotare i circuiti del profitto, quando l’infrastruttura logistica è capace di adattarsi in tempi sempre più rapidi riattivando i suoi flussi. Non è sufficiente interrompere la produzione in un intero settore su scala nazionale, quando un segmento di quella produzione continuerà a funzionare al di là del confine e all’interno di ogni fabbrica s’intrecciano figure del lavoro che non rientrano in un’unica categoria.

Non è possibile pensare a una figura del lavoro egemone e capace di ricomporre politicamente tutte le altre, quando il lavoro di un creativo italiano o un ingegnere francese dipende dalla produzione di microchip nelle fabbriche dormitorio della Repubblica Ceca o dal lavoro domestico di una donna migrante. Lo sciopero logistico, industriale e metropolitano è dunque sociale perché trasforma le connessioni globali dello sfruttamento in una comunicazione costante e sistematica tra i diversi segmenti della produzione e riproduzione sociale.

Lo sciopero sociale non è uno sciopero generale, che mira a interrompere in un singolo momento la produzione attraverso l’azione simultanea e confederata di diverse categorie di lavoratori. Lo sciopero è sociale perché connette esperienze soggettive di insubordinazione al lavoro che altrimenti non potrebbero comunicare. Lo sciopero è sociale perché produce un livello di comunicazione che prima non c’era. Lo sciopero sociale connette i tempi diversi della mobilità del lavoro vivo. Lo sciopero sociale agita nel tempo i sonni apparentemente tranquilli del capitale e dei governi europei.

Questa è per noi la scommessa della Transnational Social Strike Platform. Essa non può essere semplicemente una rete o una coalizione per quanto europea di segmenti di movimento e la somma delle loro diverse rivendicazioni. Essa è un processo in cui il rifiuto dell’oppressione logistica, industriale e metropolitana che in modo frammentato e sconnesso già attraversa l’Europa si possa riconoscere in una comune direzione politica. Individuare rivendicazioni condivise – un salario minimo, un welfare e un permesso di soggiorno europei – è essenziale per identificare i punti di impatto con il capitale incidendo sul tempo e sullo spazio in cui esso pretende di imporre il suo dominio, ma anche per aggredire le politiche neoliberali dell’Unione Europea che di quel dominio stabiliscono sistematicamente le condizioni politiche.

 Attraverso queste rivendicazioni, la separazione imposta dal capitale tra i segmenti di una stessa catena del valore che va dalla Polonia alla Francia o dalla Germania alla Grecia può essere superata, così come singoli momenti di insubordinazione possono legarsi in un processo comune. Pretendere un salario minimo europeo significa inceppare la strategia logistica del capitale, che si muove per inseguire lavoro a basso costo attraverso i confini. Significa impedire il ricatto che viene imposto nella fabbrica della mobilità.

Conquistare un welfare europeo significa rifiutare le gerarchie che attraversano lo spazio metropolitano ed esprimere il rifiuto della divisione sessuale del lavoro che sostiene la riproduzione sociale transnazionale. Ottenere un permesso di soggiorno europeo senza condizioni significa rifiutare la piena disponibilità al lavoro di centinaia di migliaia di uomini e di donne che altrimenti per restare in Europa devono rinunciare a disporre delle proprie vite.

Contro la presunta opposizione tra un Est isolazionista e rinnegato e un Ovest in cerca di riscatto, queste rivendicazioni puntano a stabilire le connessioni per fare della quotidiana insubordinazione che già esiste un processo collettivo, sociale e transnazionale, per rifiutare l’oppressione che ci divide. Lo sciopero sociale europeo è possibile. Possiamo contrapporre i nostri tempi a quelli del capitale e dei suoi governi. Noi possiamo avere il coraggio di osare.
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