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mercoledì 26 ottobre 2016

Non qui

«Le rifugiate africane respinte con le barricate a Gorino. La prefettura di Ferrara cede alle proteste e trasferisce 12 donne». Articoli di Andrea Tornago e Marco Zavagli. Il Fatto Quotidiano e il manifesto, 26 ottobre 2016




Il Fatto Quotidiano
"ABBIAMO LASCIATO L'INFERNO
ORA DOVE POSSIAMO ANDARE"
di Andrea Tornago

L’ultimo tratto del viaggio della speranza è un rettilineo della statale 309 Romea tra Comacchio e Gorino, sul Delta del Po. Quarantadue chilometri al confine tra l’Emilia e il Veneto che dodici ragazze sui vent’anni, scappate dall’Africa in guerra, non sono mai riuscite a percorrere. Per otto ore le richiedenti asilo arrivate dalla Nigeria, dalla Costa d’Avorio e dalla Sierra Leone, sono rimaste bloccate su un pullman nella caserma dei carabinieri di Comacchio, mentre i cittadini di Gorino, frazione di Goro (Ferrara), il paese di pescatori in riva al Po che avrebbe dovuto accoglierle, salivano sulle barricate contro l’ordinanza del prefetto di Ferrara che requisiva l’ostello “Amore e Natura”.

In tutta la provincia ferrarese non c’era nemmeno una struttura disponibile: “Ci dicono tutti che sono al completo anche se è inverno – spiega il prefetto Michele Tortora –. Abbiamo scelto Goro perché non ha mai dato il suo contributo all’accoglienza”. Quasi 300 persone, metà degli abitanti di Gorino, lunedì sera sono scese in strada a bloccare l’unica via d’accesso al paese. È comparsa una barricata. E alla fine le autorità hanno dovuto fare dietrofront, verso mezzanotte, portando le dodici donne di cui una incinta in località rimaste segrete per ore. Abbiamo incontrato tre di loro nella casa di riposo di Ferrara, grazie all’opera di tessitura del sindaco Tiziano Tagliani.

“Mio marito è finito in carcere per motivi politici, poi è riuscito a evadere – racconta Belinda, 22 anni, scappata dalla Sierra Leone –. Ora il governo mi sta cercando perché credono che parli e lo faccia catturare di nuovo. Il mio viaggio per venire qui è durato cinque mesi. Sono rimasta due mesi in Libia, in un campo in cui gli uomini arabi hanno cercato di violentarmi, finché non sono fuggita anche da lì, verso il mare. Dopo due settimane sulla spiaggia, senza cibo e senza un posto in cui dormire, sono riuscita a imbarcarmi per l’Italia”.

Joy è nigeriana, ha solo 20 anni ed è scappata dal suo Paese quando il padre si è convertito alla religione vudù: “Ho incontrato un ragazzo, sono rimasta incinta, mio padre voleva ucciderci. La notte in cui siamo partiti ci hanno pure rapinati, ma siamo riusciti ad arrivare in Libia, intorno al 20 settembre. I libici ci picchiavano, ci lasciavano senza cibo, eravamo nelle loro mani. Siamo scappati una notte verso il mare, abbiamo seguito della gente che andava verso una barca e lì ho perso mio marito. Non so più niente di lui. Si chiama Lamin Dampha. Quelle persone mi hanno fatto salire sulla barca perché aspetto un bambino, hanno avuto pietà di me”.

Anche Faith ha 20 anni ed è partita su un fuoristrada verso il Mali il giorno in cui i miliziani di BokoHaram hanno rastrellato il suo villaggio nel nord della Nigeria: “Non ho notizie della mia famiglia, non so nemmeno se sono vivi o morti. Un uomo si è preso cura di me in Libia, mi ha aiutato a partire sulle barche, inseguiti dalle pattuglie libiche, e sabato scorso sono arrivata in Italia”. Su quell’autobus fermo nella caserma di Comacchio, le ragazze sopravvissute al viaggio più lungo non riuscivano a capire cosa stesse succedendo: “Vedevamo che parlavano concitati, ma l’autista non voleva che sapessimo – continua Faith –, poi abbiamo saputo che la popolazione non ci voleva e ci siamo rimaste malissimo. Se non ci date un posto voi, dove possiamo andare?”.

Gli abitanti di Gorino, ieri, hanno festeggiato. Dopo le barricate contro le richiedenti asilo per protesta non hanno mandato i figli a scuola e non sono andati a vongole, la principale attività economica del posto. “Quel che è più sconcertante è che si è trattato davvero di una protesta di popolo – spiega al Fatto il questore di Ferrara, Antonio Sbordone –. L’apporto di persone venute da fuori, o di militanti politici, non è stato determinante”. Ma il sindaco di Goro, Diego Viviani, difende i suoi concittadini: “Questa comunità non merita di essere definita razzista – ha detto il primo cittadino, eletto con una lista civica di centrosinistra – Gorino ha avuto una reazione che io non condanno, ma adesso dobbiamo dimostrare che non siamo come ci hanno dipinto”.

Sorride intanto Joy, mentre parla del bambino che porta in grembo da otto mesi. Nella barca che l’ha portata in Europa non respirava, la gente le premeva la pancia. All’ospedale di Ferrara, però, le hanno detto che sta bene. Nessuna di loro aveva mai sentito parlare di Lampedusa, di Bologna o di Ferrara prima dello sbarco. Ma se qualcuno adesso chiede loro dove volevano arrivare alla fine del viaggio, lo sguardo si fa serio, gli occhi fissi a terra: “Italy”.



il Manifesto
GORO , LA CACCIATA 
DEI PROFUGHI
di Marco Zavagli

Alla fine hanno vinto loro. Gli abitanti di Gorino che pur di non accogliere 12 donne rifugiate con i loro bambini hanno alzato barricate e protestato tutta la notte, accendendo i riflettori su questo paesino del Delta del Po. Il prefetto di Ferrara ha deciso il trasferimento del piccolo gruppo di rifugiati nei comuni vicini senza però riuscire a mettere fine alla protesta che è continuata anche ieri. Un episodio che «non fa onore all’Italia» dice il ministro degli Interni Angelino Alfano, mentre la diocesi parla di una «notte che ripugna alla coscienza cristiana».

Strano destino quello dei pescatori di Gorino. Un tempo rischiavano la vita per salvare donne e bambini dalle acque. Ora respingono chi da altre acque, quelle del Mediterraneo, è riuscito a fuggire. Era la notte del 17 novembre del 1951. Il Po aveva rotto gli argini a Occhiobello, tra Ferrara e Rovigo. I pescatori di Goro risalirono la piena con le proprie barche per portare soccorso a chi era in balia dell’alluvione. «Non esitarono, nessuno esitò – raccontava Fidia Gambetti riportando su l’Unità la cronaca di allora -. Per 48 ore almeno e proprio nei momenti della massima piena, migliaia di vite umane dovettero la loro salvezza soltanto all’audacia, allo sprezzo del pericolo, alla perizia instancabile degli uomini che navigavano su codesti gusci di noce». Alcuni persero la vita. Ma «portarono in salvo 320 fra bambini e donne».

Cosa è rimasto di «questo pugno di uomini intrepidi e da sempre dimenticati su un lembo di terra duramente conquistata giorno per giorno»? Difficile stabilire i contorni umani della rumorosa rivolta contro la decisione della prefettura di Ferrara. Difficile anche riportare i commenti che i manifestanti hanno affidato ai taccuini dei cronisti mentre sbarravano l’accesso a quell’ostello dal nome che suona oggi come crudele beffa, «Amore e natura». Eppure se un intero paese scende in strada spontaneamente per negare accoglienza a dodici giovani donne un motivo ci deve essere.

E allora si prova a scavare nella recente storia di questo paesino di 600 abitanti sperduto nel delta del Po. Fino a dieci anni fa i goresi erano forse tra i pescatori più invidiati dell’alto adriatico. La Sacca sembrava un serbatoio inesauribile di vongole. Il prezzo dei molluschi era alle stelle. Poi il mercato si è incrinato. La natura ha fatto la sua parte. Il cuneo salino e l’aumento delle temperature hanno provocato morie di vongole. A questo si aggiunge una selvaggia pesca abusiva notturna. Tutti elementi che hanno messo in ginocchio l’economia locale.

Bastano i motivi finanziari a giustificare quello sbarramento prima umano che materiale? Una domanda destinata qui a restare senza risposta. Certo fa riflettere la denuncia, etica, del prefetto Michele Tortora: «Abbiamo contattato i privati, tutti gli hotel e strutture ricettive della costa e tutti hanno risposto, appena sentito parlare di profughi, che le strutture sono già al completo». Per la cronaca, in ottobre il turismo sui lidi ferraresi è prossimo allo zero.

L’esasperazione verso quello che, inutile nasconderlo, viene visto da buona parte della popolazione come un «pericolo invasione» trova terreno fertile nella destra. La Lega Nord, con l’appoggio di Casa Pound e Forza Nuova, nel capoluogo amministrato dal Pd, ha ottenuto seguito denunciando il degrado e la microcriminalità in zona stazione. A questo si aggiungono inchieste di procura e corte dei conti sui rapporti tra Comune di Ferrara e cooperative che gestiscono l’accoglienza. Tutto utile a far crescere la diffidenza.

Ferrara un tempo era conosciuta come patrimonio Unesco, città d’arte e di cultura, patria d’adozione dell’Ariosto e del Tasso. E negli ultimi anni? Le cronache nazionali la ricordano per il caso Aldrovandi. Per l’assurda fine di Said Belamel, il 29enne morto di freddo dopo una notte in discoteca mentre chiedeva invano aiuto agli automobilisti di passaggio. Per la madre che ritira la figlia dall’asilo dove lavora un’assistente con la sindrome di Down. Per il medico vicepresidente dell’ordine che le dà ragione, perché «i Down devono stare in cucina e non a scuola». Per i commenti sui social di chi brinda al suicidio sotto un treno di un giovane nigeriano. Per l’esponente di FdI che promette di far fuori tanti profughi quanti ne sbarcano. Per un vescovo che augura a Bergoglio di fare la fine di Giovanni Paolo I.

Ah, è vero. Grande spazio è stato riservato anche al «petaloso» nato dal «bell’errore» del piccolo Matteo. Qualcuno una volta chiedeva di restare umani. Sarebbe già molto tornare bambini.
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