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sabato 15 ottobre 2016

L’Amazzonia brucia, ma nessuno vede il fumo

«Tra Olimpiadi, scandali e impeachment, l’aumento della deforestazione passa sotto silenzio». Il Fatto Quotidiano, 15 ottobre 2016 (p.d.)



Queimada, bruciato, non è solo l’emblematico titolo di un film di Gillo Pontecorvo, è anche un’infernale parola che ricorre spesso nelle pagine dell’ultima pubblicazione dell’Ipea, l’istituto di ricerche spaziali brasiliano, il quale anche quest’anno ha pubblicato il crudele resoconto sulla devastazione dell’Amazzonia in Brasile. Il dossier dell’Ipea – realizzato grazie al monitoraggio dei satelliti Landsat americani – sono inquietanti, giacché le Queimadas, nel 2015, sono aumentate del 309,6% e hanno contribuito, assieme al disboscamento, alla distruzione di 6.207 kmq di foresta tropicale. L’aumento è pari al 24% rispetto a quello registrato l’anno precedente. Assieme agli alberi della selva pluviale, vanno in fumo anche gli accordi sul riscaldamento globale di Parigi, ratificati a settembre, anche dal neo governo Temer, il quale si è impegnato a ridurre l’emissione dei gas serra del 37% entro il 2025 e del 43% nel 2030.

Tra le ambiziose misure che dovrebbero essere adottate, ci sarebbe il recupero di 12 milioni d’ettari d’aree silvestri devastate, oltre all’azzeramento del disboscamento entro il 2030. “Se esiste ancora la foresta, è grazie agli indios. Le dighe non sono certo costruite per portare energia alla gente, ma all’agro-business, come quello di Blairo Maggi, l’ex governatore del Mato Grosso do Sul, uno dei maggiori produttori di soia al mondo. Non ricordo il numero esatto, ma nei programmi di sviluppo del governo, ci sarebbe l’intento di costruire 150 impianti idroelettrici in Amazzonia”, spiega Bruna Franchetto, antropologa italiana all’Università Federale di Rio. Agrobusiness, allevamento del bestiame, ma anche industria mineraria e infrastrutture, tra cui l’edificazione di dighe e urbanizzazione, sono i grandi demolitori dell’Amazzonia che ingloba circa il 60% del bacino amazzonico sudamericano, pari a 4,2 milioni chilometri quadrati, il 49% del territorio brasiliano.

Nell’universo amazzonico vivono più di 342 mila indios, tra cui i Guarani Kaiowá, l’etnia che soffre con il più alto numero di assassinati e suicidi in Brasile. In tanti si chiedono se il governo neoliberale di Temer manterrà fede agli accordi, dato che a Brasilia circolano proposte di legge come la Pec 215, l’emendamento alla Costituzione giunto alla Camera, con cui le potenti lobby dell’agro-business ed evangeliche anelano a trasferire dall’esecutivo al Parlamento il potere di demarcare le terre destinate agli indios.

Nela Pec 215,il governo vorrebbe inserire anche la proposta di vendere terre pubbliche agli stranieri. I latifondisti vorrebbero aumentare la produzione delle commodity agricole e l’emendamento, secondo i ricchi fazendeiros, aprirebbe il cammino all’investimento straniero in un Paese in crisi profonda. Prima dell’attuazione dell’impeachment, la presidente Rousseff ha firmato numerosi decreti destinati al riconoscimento d’aree indigene, provvedimenti, però, in parte già annullati da Temer.

Secondo Franchetto, se la Pec 215 sarà approvata, si getterebbe la Costituzione nei rifiuti: nella Carta varata nell’88 venne riconosciuto agli indios il diritto originario d’esistere prima della formazione dello Stato brasiliano.
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