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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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domenica 23 ottobre 2016

La sintassi è un esercizio di potere

C'è da rimpiangere il tempo in cui  la complessità del discorso tentava di riflettere, con l'aiuto della sintassi, la complessità della realtà. Oggi il linguaggio ischeletrito dei tweet e delle slide ha trasformato il pensiero in intimidazione  e propaganda.  Ma c'è chi ne è contento. Il manifesto, 23 ottobre 2016


«Il suo periodo è una linea curva che serpeggia e guizza ne’ più libidinosi avvolgimenti, con rientrature e spezzamenti e spostamenti e riempiture, e sono vezzi e grazie, o civetterie di stile, che ti pongono innanzi non pur lo spettacolo nella sua gaiezza prosaica, ma il suo motivo sentimentale e musicale.» Francesco De Sanctis descrive i periodi di Boccaccio, che sono lunghi, sinuosi e vivi, e lo fa con una frase a più strati, piena e ricca, a sua volta affollata di cose e di movimento. La sintassi italiana è stata spesso, nei secoli, un tessuto raffinatissimo: i grandi prosatori, a partire da Boccaccio e includendo De Sanctis, hanno tornito frasi capaci di contenere, entro lo spazio limitato dal punto fermo, distinzioni e ramificazioni, digressioni e avanzamenti. I periodi lunghi, ha scritto Philip Roth, sono come una corsa in metropolitana: sali a una fermata, scendi a un’altra. Cose succedono, idee si sviluppano. Ma non solo. Concatenare insieme mille pensieri è un’arte seducente perché permette allo scrittore di modellare una prospettiva. Zone d’ombra e messe a fuoco sono distribuite dalla sintassi.

Che stabilisce rapporti; raggruppa le circostanze attorno a un centro; coordina o subordina; regola le relazioni di tempo, di causa, di fine, esprimendole in forme nette, non equivocabili. Grazie alla sintassi, lo scrittore domina il disordine della realtà; e attira il lettore in un percorso recintato, che non consente alternative. Perché qui sta la questione: la sintassi è un esercizio di potere. Anche De Sanctis, con la sua bella prosa, riordinava la storia letteraria entro le singole frasi come faceva entro i secoli: con primi piani, sfondi, chiari giudizi. Una sequenza di periodi brevi e giustapposti, poveri di elementi connettivi, lascia che sia il lettore a stabilire, tra gli uni e gli altri, rapporti e gerarchie; mentre gli strati, i chiaroscuri, i tentacoli di una macchina sintattica complessa accompagnano e guidano. Ti abbandoni, e la lingua ti prende per mano. Autorevole.

O autoritaria. Assieme al chiaro di luna i futuristi, si sa, volevano uccidere la sintassi: vestigio, scrive Marinetti, di una «intelligenza tracotante e miope che si sforzava di domare la vita multiforme della materia». L’opposto di quell’accostare parole e frasi senza legarle che pare, a qualcuno, libertà. Invece, scegliere forme spezzate o aggregate è, come sempre, un modo di registrare il mondo, e di proporlo a chi legge: assoggettato al buon governo della lingua; o franto, scheggiato, aperto a ricomposizioni molteplici.
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