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giovedì 13 ottobre 2016

La geografia di Bergoglio crea nuovi scossoni nella chiesa

«Il criterio seguito da Bergoglio è quello di una rappresentanza non ancorata al prestigio, alla forza o alla tradizione cattolica di una nazione».Internazionale online,12 ottobre 2016 (c.m.c.)


Superata la boa dei tre anni e mezzo di pontificato e mentre si avvicina la fine del giubileo della misericordia (il 20 novembre), Jorge Mario Bergoglio prosegue nel suo tentativo di capovolgere le gerarchie e i poteri che governano la chiesa. Su questa strada sta incontrando oppositori interni e consensi. Il metodo scelto da Bergoglio è in ogni caso quello di una trasformazione progressiva e non traumatica, destinata a lasciare il segno, almeno nelle intenzioni, per lungo tempo. Resta da vedere se la riforma riuscirà sul serio a prendere il largo e a rafforzarsi, se insomma nel futuro della chiesa ci sarà un Pio XIII – per dirla con il regista Paolo Sorrentino – o invece un altro vescovo che viene dalla “fine del mondo”.

Il papa una strada l’ha indicata, come emerge anche dall’ultima serie di nomine cardinalizie da lui annunciate all’angelus di domenica 9 ottobre. La cerimonia di consegna delle berrette rosse avverrà il giorno prima della fine dell’anno santo della misericordia, il 19 novembre in piazza San Pietro. Francesco si appresta dunque a dare 17 nuovi cardinali alla chiesa universale, ma i nuovi elettori in un eventuale conclave – cioè quelli con meno di 80 anni – sono 13.

Tra di loro c’è un solo italiano, monsignor Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria. Zenari tuttavia non viene “premiato” con la dignità cardinalizia per aver terminato il suo incarico, ma resta – come ha precisato il papa – «nell’amata e martoriata Siria». Al nunzio, uomo super partes, non colluso né con il regime di Assad e i suoi alleati né con i gruppi ribelli, e tanto meno con il gruppo Stato islamico, resta il compito di ricordare al mondo la ferocia di un conflitto interminabile. Lo stesso diplomatico vaticano ha più volte ripetuto che le violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario di guerra hanno provocato enormi sofferenze alla popolazione civile siriana di tutte le fedi e di tutti i gruppi etnici. La scelta di Zenari da parte del papa, inoltre, indica un metodo generale: la nomina cardinalizia non può essere il punto d’arrivo di fortunate carriere, ma deve connotare un servizio alla chiesa.

Con le ultime nomine, a partire dal 19 novembre i cardinali elettori saranno 121 (228 compresi quelli che non entreranno in conclave). Nei suoi tre concistori Francesco ha nominato finora 56 cardinali, di cui 44 con diritto di voto. Il fattore Bergoglio, insomma, comincia a sentirsi nel sacro collegio ed è destinato ad avere il suo peso nel conclave del futuro. Anche perché nei prossimi mesi diversi altri porporati supereranno la fatidica soglia degli 80 anni, per cui è immaginabile che il papa, se sarà ancora al suo posto, procederà a colmare quei vuoti. Il numero da tenere presente è quello di 120 elettori, indicato da Paolo VI come riferimento.

Ma i numeri ci dicono pure altro e aiutano a capire come stanno cambiando le cose. Degli attuali 121 elettori, 54 sono europei, 17 nordamericani, 13 latinoamericani, 4 centroamericani, 15 africani, 14 asiatici, 2 dell’Oceania. Con questi dati è possibile fare varie combinazioni, tuttavia un fatto risulta evidente: esiste una maggioranza extraeuropea significativa. Di certo il criterio dell’appartenenza geografica non è l’unico da tenere presente, ci sono diversità d’opinione e di sensibilità trasversali, eppure la tendenza è chiara: l’asse della chiesa si sta spostando al di fuori del vecchio continente che tuttavia continua ad avere ancora il suo peso.

Non solo: se “periferie” è parola chiave del pontificato, guardando all’insieme delle scelte cardinalizie, il criterio seguito in modo costante da Bergoglio è quello di una rappresentanza quanto più possibile vasta e articolata e non ancorata per forza al prestigio, alla forza o alla tradizione cattolica di una nazione. Così Haiti, Tonga, le isola Maurizio, la Papua Nuova Guinea, Panama, il Burkina Faso, l’Etiopia, solo per citare alcuni casi, hanno un cardinale che porta la voce di queste realtà nel mondo.

Si tenga presente, inoltre, che nei tre concistori, il papa ha nominato solo tre cardinali già vescovi diocesani. Le altre nomine italiane hanno riguardato soprattutto uomini di curia scelti tra i più stretti collaboratori del papa e in molti casi ex nunzi apostolici. Invece, tra i nuovi cardinali appena nominati vanno segnalati Dieudonné Nzapalainga, arcivescovo di Bangui (Repubblica Centrafricana), la città dove il papa – a sorpresa – aprì il giubileo della misericordia, in una terra segnata anche dai conflitti interreligiosi. Blase J. Cupich, arcivescovo di Chicago, il primo cardinale nettamente di tendenze liberal in un episcopato dai tratti decisamente conservatori; quindi due nomine europee di peso a Madrid e Bruxelles – Carlos Osoro Sierra e Jozef De Kesel – che pure segnano il ritorno di un cattolicesimo più aperto e in linea con il magistero di Francesco in diocesi importanti del vecchio continente.

La casa bruciava

Nel frattempo, sul fronte per così dire più interno della battaglia tra chi spinge per un ritorno al passato e chi sostiene il cambiamento, si distingue l’ex segretario di Joseph Ratzinger, don Georg Gänswein, la cui appartenenza ai circoli vaticani più conservatori è cosa nota. Il papa emerito ha scritto di recente, con il giornalista tedesco suo amico Peter Seewald, un libro che ha il sapore di un testamento pubblico, Ultime conversazioni. Ratzinger tende a giustificare e addomesticare, forse un po’ troppo, molti passaggi tra i più delicati del suo pontificato: un tentativo di mettere a posto le cose nel quale tra l’altro ammette, e non è la prima volta, di avere scarsa attitudine al governo. Don Georg, da parte sua, ha cercato di trasformare le dimissioni di Benedetto XVI, obiettivamente uno dei fatti storici più clamorosi degli ultimi secoli nella vita della chiesa, in un semplice problema medico-sanitario.

In questo è stato in parte aiutato dalla versione che lo stesso papa emerito ha dato nel libro in questione. Sul Corriere della Sera, ripercorrendo quei passaggi, Gänswein ha infatti scritto: «Il papa emerito continua a chiarire: non si trattò di una fuga, Roma non bruciava, non c’erano lupi che ululavano sotto la sua finestra e la sua casa era in ordine quando riconsegnò il testimone nelle mani dei carissimi fratelli del collegio cardinalizio. Il medico gli aveva detto che non poteva più attraversare l’Atlantico. Ma la Giornata mondiale della gioventù successiva che avrebbe dovuto aver luogo nel 2014 era stata anticipata al 2013 (a Rio de Janeiro, ndr) a causa dei Mondiali di calcio. Altrimenti avrebbe cercato di resistere fino al 2014». Insomma, non potendo fare voli troppo lunghi, il papa lasciava il suo incarico per la prima volta dopo secoli. Una versione quanto meno improbabile ma con la quale si è cercato di accreditare una presunta normalità dell’evento e quindi l’assenza di una crisi gravissima che l’avrebbe determinato.

D’altro canto la casa bruciava eccome, ne è simbolo la celebre foto che immortala Ratzinger mentre consegna a Francesco uno scatolone pieno di carte raccolte dalla commissione interna al Vaticano, composta da tre cardinali e istituita dallo stesso Benedetto XVI, che aveva ricevuto dal papa il compito di indagare – senza fermarsi davanti a nessuna porta – sugli scandali della curia il cui clamore stava mettendo a dura prova la credibilità della chiesa. È poi storia che lo stesso Ratzinger, a dimissioni già annunciate e quindi libero da condizionamenti, nominò a sorpresa il nuovo presidente dello Ior, la banca vaticana, fuori da ogni schema preordinato di potere, nella figura del tedesco Ernst von Freyberg: da lì è cominciato un lungo lavoro di pulizia non ancora concluso.
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