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venerdì 7 ottobre 2016

In guerra, la prima vittima è la verità

Il quinto report di eddyburg dalla Biennale di Architettura di Venezia. L'attenzione è rivolta ai padiglioni di Stati Uniti e Portogallo. Il tema è la mistificazione: da messaggio culturale a messaggio pubblicitario.



Nelle fiere commerciali, l’allestimento dei singoli padiglioni ha come obiettivo la diffusione di un messaggio pubblicitario che, magnificando le virtù delle ditte espositrici, aumenti l’appetibilità sul mercato dei loro prodotti. La propaganda è una componente essenziale di tali eventi, ma i visitatori, nonché potenziali acquirenti, ne sono consapevoli.

Meno agevole è individuare il messaggio veicolato dalle esposizioni che si autodefiniscono culturali e hanno come “missione” dichiarata la promozione di conoscenza. Nel caso della Biennale, inoltre, bisogna distinguere fra la sezione curata dal direttore ed i padiglioni nazionali che, essendo di esclusiva competenza dei rispettivi stati, variamente interpretano il tema generale, con il risultato che, accanto a resoconti più o meno accurati e alle legittime soggettive interpretazioni, non mancano le manipolazioni di fatti e vicende storiche. Quest’anno, i due padiglioni dove la distorsione od omissione delle informazioni è più palese sono quelli degli Stati Uniti e del Portogallo, entrambi dedicati a progetti e interventi di “rigenerazione” urbana.

“The architectural imagination” è il titolo del padiglione statunitense. Le curatrici, scelte dal Dipartimento di Stato, hanno incaricato dodici grandi studi di elaborare proposte per “rigenerare quattro aree derelitte di Detroit, parlando con le comunità locali”, e preparare programmi per il futuro della città che “riflettano quello che hanno imparato dai cittadini”. Tale approccio ha suscitato critiche e contestazioni. In particolare “Detroit resists”, un gruppo di attivisti, artisti, architetti, cittadini che lavorano per una città “inclusiva, giusta e democratica”, sostiene che “il padiglione sia strutturalmente inadeguato ad affrontare la catastrofe di Detroit e collabori alla distruzione in corso della città”.

Usando il termine “speculazione” nella duplice accezione di esplorazione teorica e di vantaggioso investimento immobiliare, Detroit resists intende mettere in luce il legame tra “le stravaganti immagini e la violenza dell’urbanistica dell’austerità che ha prodotto spostamenti forzati di abitanti e espropri, ed ora usa il campo urbano che essa stessa ha creato come sito per speculare sull’immaginazione”. Per questo, il giorno dell’inaugurazione della Biennale, Detroit resists ha organizzato una “occupazione virtuale” del padiglione, sovrapponendo a quelle ufficiali altre immagini, fra le quali spiccano la torre dell’acqua, simbolo dell’iniquità degli sgomberi delle abitazioni e della sospensione della fornitura alle famiglie che non possono più sostenerne il costo, e l’ammonimento “respect existence or expect resistance”.

La stampa italiana ha molto elogiato il padiglione e ignorato le proteste. L’approccio “partecipatorio” è stato particolarmente apprezzato dal Manifesto, un cui collaboratore, Pippo Ciorra, è membro della giuria della Biennale di quest’anno. Scrive, ad esempio, Emanuele Piccardo (28 maggio 2016) «il padiglione risponde in modo visionario al fronte contemporaneo della progettualità… pone la questione del riuso delle aree industriali attraverso lo sguardo visionario e formalista dei dodici architetti invitati …. che hanno lavorato con le comunità locali e con le organizzazioni non profit».

Il Portogallo non possiede un proprio padiglione all’interno dei recinti della Biennale e ogni edizione affitta degli spazi in città. La sede di quest’anno è il piano terreno di un edificio progettato da Alvaro Siza in Campo di Marte alla Giudecca.

Campo di Marte era un complesso di edilizia popolare costruito tra il 1920 ed il 1921 “in posizione saluberrima vicino al margine lagunare” dove, per mezzo secolo, hanno abitato famiglie di lavoratori a basso reddito, finché, all’inizio degli anni ’80, il comune e l’istituto per le case popolari “nella necessità di adeguare il proprio patrimonio edilizio a Venezia al modello di vita attuale” hanno deciso di demolirlo. Nel 1983 è stato indetto un concorso internazionale per la ricostruzione, nel cui bando si raccomandava ai progettisti di ”fare evolvere la situazione urbanistica della zona… farla corrispondere alla dinamica sociale dell’area”.

Al vincitore Alvaro Siza vennero affiancati altri tre architetti fra cui Aldo Rossi, direttore della Biennale di Architettura del 1985 e del 1986. Trent’anni sono trascorsi, gli archi e colonne di Rossi sono stati completati, ma l’edificio di Siza non è finito e la parte costruita non sembra molto accogliente. All’interno degli alloggi si lamentano infiltrazioni e umidità, aggravata dal divieto di stendere biancheria all’esterno, probabilmente per non sciupare le fotografie delle riviste di architettura. Mentre il Comune e l’ATER, azienda territoriale per l’edilizia residenziale che ha sostituito l’Istituto per le case popolari, si rinfacciano le responsabilità del ritardo, l’auspicata evoluzione della zona è
puntualmente avvenuta; gli abitanti sono stati cacciati e la Giudecca è diventata terra di appetibili investimenti, che le agenzie immobiliari pubblicizzano come una sorta di Brooklyn da dove si vede Manhattan.

La mostra è un caso esemplare di come il rinnovo urbano/umano venga raccontato dal fronte dei vincitori. Ingannevole fin dal titolo, Campo di Marte 1983/2016, che fa iniziare la vicenda dalla data del concorso di architettura rimuovendo la storia precedente, l’esposizione si concentra nell’esaltazione dell’afflato partecipatorio del progettista, molte le immagini di Siza a cena con gli indigeni, e della sua “capacità di inserirsi nella lunga tradizione dell’edilizia popolare veneziana”.

Durante i sei mesi di apertura della Biennale i lavori sono stati ripresi e sul rivestimento delle impalcature giganteggia la scritta “Neighborhood, where Alvaro meets Aldo”, involontaria conferma dell’atteggiamento autoreferenziale di architetti che credono che i quartieri servano a chiacchierare fra di loro.

I curatori del padiglione hanno organizzato l’allestimento in collaborazione con l’Ater, e si dice si stiano adoperando per far raggiungere un accordo, i cui costi pubblici non sono chiari, tra le ditte e le istituzioni coinvolte per completare l’edificio, costruire la fontana e la piazza disegnate da Siza, nonché per creare nell’area un padiglione stabile per il Portogallo. “Ci voleva il Portogallo per finire un’opera incompiuta a Venezia”, è il commento compiaciuto del Corriere della Sera (22 maggio 2016), mentre la Biennale, sbarcando sul fronte della Giudecca, stabilisce un avamposto per la conquista di un altro pezzo di città .
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